LÉVINAS: GRAZIE,
CRISTIANILa confessione vibrante del grande filosofo: durante il
nazismo la Chiesa aiutò noi ebrei La testimonianza di un soccorso negli anni bui
"È vero che i colpevoli della Shoah erano battezzati, ma allora ovunque
appariva una tonaca nera c'era rifugio. Io stesso devo la vita della mia
famiglia a un monastero" |
| Vorrei, in modo semplice, raccontare come, nel corso degli anni,
la mia personale attitudine riguardo al cristianesimo ha subito un
certo cambiamento, precisamente grazie alla lettura di Franz
Rosenzweig. Ho avvicinato il tema per la prima volta, come per
caso, nell'angolo di un salotto, con un amico, il poeta Claude
Vigeé. Ai suoi occhi ci fu una sorta di confessione di fede. Una
professione di fede che impegna soltanto chi vi sta parlando. Noi
Ebrei conserviamo ognuno la propria libertà di espressione; non
abbiamo, nonostante la stabilità della Legge, orientamenti che
sarebbero dettati dalla Sinagoga. Né obbligatori e nemmeno
ufficiali. Ognuno è, perciò, in un certo senso, libero di dichiarare i
suoi "eventi interiori". È con questo spirito che vorrei raccontare
qui quanto dissi per la prima volta a un amico.
Nella mia infanzia - tre quarti di secolo fa - il cristianesimo mi
parlava come un mondo completamente chiuso da cui, come
ebreo, non potevo aspettarmi niente di buono. Le prime pagine di
storia del cristianesimo che ho potuto leggere raccontavano
l'Inquisizione. Avevo già otto o nove anni quando appresi la
sofferenza dei marrani in Spagna. Un poco più tardi ci fu la
decisiva lettura della storia delle Crociate. Da bambino vivevo in
un paese in cui non c'era alcun contatto sociale tra ebrei e
cristiani. Sono nato in Lituania, un bel paese con belle foreste e
brave persone molto cattoliche, ma dove non ci si frequentava tra
ebrei e cristiani se non per motivi puramente economici.
Più tardi lessi il Vangelo. Penso che quella lettura, che non mi
contrariava più, sottolinei un'antitesi. La rappresentazione e la
dottrina dell'uomo che vi trovavo mi sembravano sempre vicine.
Sono capitato sul capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo in cui
un gruppo di persone rimane sorpreso nell'ascoltare che hanno
abbandonato o perseguitato il buon Dio ed in cui viene detto loro
che quando mandavano via i poveri che bussavano alle loro porte
era in realtà il buon Dio in persona che stavano mettendo alla
porta. Più tardi, dopo aver appreso i concetti teologici di
transustanziazione e di eucarestia, mi dicevo che la vera eucarestia
era nell'incontro con altri piuttosto che nel pane e nel vino, e che è
in questo incontro che risiedeva la presenza personale di Dio; e
tutto questo l'avevo già letto nell'Antico Testamento, al capitolo
58 di Isaia. Il senso era lo stesso: uomini già "spiritualmente
raffinati" che vogliono vedere il volto di Dio e godere della sua
prossimità vedranno il suo volto solo quando avranno affrancato i
loro schiavi e nutrito quanti hanno fame. Questa l'antitesi. E, mi
permetto di dire, questa fu anche la comprensione della figura di
Cristo. Quanto rimaneva incomprensibile non era tale figura, ma
la teologia realista che la circondava. L'intero dramma del suo
mistero teologico rimaneva inintellegibile. Ed è ancora così,
nonostante concetti come la Kenosi di Dio, l'umiltà della sua
presenza sulla terra, siano così vicini alla sensibilità giudaica con
tutto il vigore del loro senso spirituale.
Ma non è tutto. La cosa peggiore era che tutti quegli atti
spaventosi dell'Inquisizione e delle Crociate erano legati al segno
di Cristo: la Croce. Tutto ciò sembrava incomprensibile e
richiedeva una spiegazione. Qui l'essenziale: cristiana, l'Europa
non poteva fare nulla per raddrizzare le cose. È la prima cosa che
devo dire. E rimane sempre molto viva in me; la lettura del
Vangelo è sempre stata compromessa, ai miei occhi - ai nostri
occhi - dalla Storia.
Giunge allora ciò che voi chiamate Olocausto e noi Shoah. Qui
esplosero due evidenze. Innanzitutto il fatto che tutti coloro che
parteciparono alla Shoah avevano ricevuto nella loro infanzia il
battesimo cattolico o protestante: non vi trovarono alcun divieto!
Seconda cosa, molto importante: è in questo tempo che mi si
mostrò chiaramente ciò che voi chiamate carità e misericordia.
Ovunque appariva una tonaca nera c'era rifugio. Il discorso, in
alcuni luoghi, era ancora possibile. Un mondo senza ricorsi è un
mondo disperato.
Vi racconto una storia. Durante la guerra ero stato mobilitato in
un servizio della capitale. Un compagno, nell'ufficio, aveva perso
un figlio. Il padre era ebreo ma la madre cristiana; il servizio
funebre si svolse nella chiesa di Sant'Agostino. Era prima del 10
maggio 1940, ma il nostro antico mondo era già in crisi. Durante
la cerimonia funebre ero vicino a un'immagine, tela o affresco,
che rappresentava una scena da 1 Samuele: Anna conduce al
Tempio suo figlio Samuele. Questo era ancora il mio mondo.
Soprattutto Anna, straordinaria figura di donna ebrea. Ho pensato
alla sua silenziosa preghiera: "Le sue labbra si muovevano ma la
sua voce non si sentiva"; ho pensato al malinteso con il sacerdote
Eli e a come lei risponde: "No, mio signore, sono una donna
affranta; non ho bevuto né vino né alcuna bevanda inebriante:
stavo solo sfogandomi davanti a Dio". Questa donna pronunciava
la vera preghiera del cuore: lo svuotarsi di un'anima. Relazione
autentica, concretezza dell'anima, personificazione della relazione.
Ecco ciò che ho visto nella Chiesa. Che prossimità! Tale
prossimità resta in me.
Penso anche di essere debitore verso tale carità. Devo la vita della
mia piccola famiglia a un monastero in cui mia moglie e mia
figlia furono salvate. Sua madre era stata deportata, ma mia
moglie e mia figlia trovarono rifugio e protezione presso le suore
di San Vincenzo de' Paoli. Quanto devo loro oltrepassa la
gratitudine e la riconoscenza va molto più lontano. La cosa più
importante, in quel periodo, era la possibilità di parlare con
qualcuno. Ma tutto ciò è, in fin dei conti, sentimentalismo.
Già prima della guerra leggendo Rosenzweig ho conosciuto la sua
tesi sulla possibilità filosofica di pensare la verità come apertura
verso due forme: l'ebraica e la cristiana. Posizione straordinaria: il
pensiero non procede verso il suo compimento attraverso una sola
via. La verità metafisica sarebbe possibile essenzialmente
attraverso due espressioni. Non sempre sono d'accordo con tutte
le articolazioni del sistema Rosenzweig. Non credo che le
articolazioni, così come le sviluppa, siano valide definitivamente.
Ma la stessa possibilità di pensare senza compromessi né
tradimenti sotto le due dorme, l'ebraica e la cristiana, quella della
misericordia cristiana e quella della Torah ebraica, mi ha
consentito di comprendere la relazione tra ebraismo e
cristianesimo nella sua positività. Posso dirlo in altri termini:
nella sua possibilità di dialogo e di simbiosi.
Ho accolto molto positivamente la dichiarazione del Concilio
Vaticano II Nostra Aetate. Ho capito il cristianesimo nel suo
"vivere e morire per tutti gli uomini". I cristiani attribuiscono
molta importanza a quanto chiamano fede, mistero, sacramento. A
tale riguardo, vi racconto una piccola storia: Hannah Arendt,
qualche tempo prima della sua morte, raccontava alla radio
francese che quando era bambina, nella sua città natale
Königsberg, un giorno disse al rabbino che le insegnava religione:
"Ho perduto la fede". E il rabbino le rispose: "Chi ve la chiede?".
La risposta è caratteristica. Ciò che importa non è la fede ma il
"fare". Fare significa senz'altro il comportamento morale, ma
anche il rito. Del resto credere e fare sono differenti? Che
significa credere? Di cosa è fatta la fede? Di parole? Di idee? Di
convinzioni? Con cosa crediamo? Con tutto il corpo! Con tutte le
mie ossa (Salmo 35,10)! Il rabbino voleva dire: "Fare bene è
credere". Questa è la mia conclusione. |