RASSEGNA STAMPA

9 SETTEMBRE 2000
FRANCA D'AGOSTINI
Le donne salveranno il mondo?
Maria Zambrano, "Delirio e destino", Raffaello Cortina, pp. 304, £ 42.000
Maria Zambrano, "Persona e democrazia. La storia sacrificale", Bruno Mondadori, pp. 198, £ 24.000
Ci viene detto (lo dice il Papa, e lo ha ripetuto recentemente Amartya Sen) che le donne salveranno il mondo. Bene. Naturalmente, l'importante è che qualcuno lo faccia, donna o uomo che sia, ma chi avesse dei dubbi sul fatto che siano proprio le donne a doversi e a potersi occupare di questa operazione che si suppone lunga e laboriosa dovrebbe leggere Maria Zambrano e anche pensatrici viventi e più recenti, come Christine Battersby (The Phenomenal Woman, Polity Press). Perché Zambrano e Battersby stanno salvando - salveranno - il mondo? La risposta è abbastanza semplice: perché nelle loro parole e nel loro stile di pensiero c'è quel famoso "sogno di una cosa" che tanto ossessionò e commosse il pensiero rivoluzionario di questi ultimi due secoli, ossia il venire in chiaro di ciò che è già allo scoperto; la voce di ciò che, non visto, è in evidenza; se si vuole: la "ferita che salva", il "lampeggiare dell'evento" nel modo della scienza e della tecnica. È un fatto di stile di pensiero, naturalmente: forse è l'entusiasmo del neofita, come disse un po' paternalisticamente Habermas commentando il femminismo americano contemporaneo; ma forse è anche qualcosa di più.
"Non si può certo dire - scriveva Marx a Ruge - che io abbia in stima l'epoca presente. Ma se non dispero di essa è per la sua condizione disperata, che mi riempie di speranza". Non ogni disperazione è però in grado di trovare in sé le ragioni della speranza, molto dipende da come e quanto si riesce a considerare disperata la propria situazione. Ora nel pensiero femminile (e Battersby precisa molto bene che cosa debba intendersi con questa ambigua espressione: non si tratta propriamente di pensiero "delle donne") c'è davvero il dopo-la-disperazione, il nuovo inizio, precisamente perché ciò di cui si tratta non è affatto nuovo né propriamente iniziale, coincidendo con qualcosa che di fatto da sempre ci accade: il semplice nascere. Battersby e Zambrano sono dunque pensatrici "al femminile" non perché disprezzano e smentiscono le strutture della teoria maschile, né perché traducono in sintassi l'emozione e pensano un pensiero vivente, con una prosa scalpitante: ma perché hanno una precisa cognizione e teoria della natalità. L'essere per la morte è certamente un buon fondamento per un rigoroso pensiero vivente: se non altro perché la morte è "a' livella", come ricordava Totò, ed è quindi il miglior modo per fornirsi di un piano comune di discorso, per dare alla fragile variabilità del pensare una destinazione comune. Ma più inevitabilmente nostro, e antropologicamente fondato, è l'essere per la vita, ossia il pensiero della nascita, ciò che secondo Zambrano si traduce filosoficamente nel "disnascere" (desnacer).
Battersby trova nell'esperienza della maternità (anche nella esperienza della possibilità di maternità) i preliminari di una antropologia fondata sull'essere (avere) in sé anche un altro. La relazione sé-altri, dice Battersby, deve essere ripensata nella prospettiva della natalità, ossia in considerazione del fatto che i sé sono generati. Ma che cosa significa ripensare questa relazione (o altre) nella prospettiva della nascita? Si tratta soltanto di un privilegio antropologico del femminile, di un certo primato filosofico delle donne, in quanto capaci, come ha suggerito Luisa Muraro, di "mettere al mondo il mondo"? Non è forse vero che anche gli uomini "mettono al mondo il mondo", per esempio in quanto artisti, pensatori, poeti?
Buonissime risposte si trovano nei due libri di Zambrano recentemente tradotti. Anzitutto, Delirio e destino: una autobiografia politico-filosofica in cui le vicende della Spagna si intrecciano alla storia dell'autrice, straordinario personaggio di un'Europa politicamente disfatta ma intellettualmente ancora gloriosa. A soli dieci anni, Zambrano pubblica il suo primo articolo nella rivista della scuola. "Non ci sono bambini prodigio, in questa casa" l'avverte il padre Blas José, pedagogista e socialista: e il senso di una fanciullesca minorità, l'impressione di essere una non-autorizzata e non-prodigiosa bambina prodigio, percorrono le pagine di questo libro, e creano come un'impronta di stile e di scrittura in tutta l'opera di Zambrano, decidendone l'intensità e insieme la leggerezza.
La sua posizione filosofica è estremamente chiara e coerente, e si può riassumere in due tesi che rispettivamente ne costituiscono il fondamento e il progetto: una è appunto l'idea del desnacer, l'altra è la speranza o il programma di una storia non sacrificale. Disnascere è da certi punti di vista una esperienza elementarmente filosofica, è l'inizio della fenomenologia e delle filosofie esistenziali: ma il riferimento alla nascita dà al tema un accento fanciullesco che era estraneo alla pedanteria di Husserl e forse anche alla profondità di Heidegger. Nell'introduzione a Delirio e destino Rosella Prezzo fa un esempio molto illuminante: è il momento in cui un bambino, che ha fino a quel punto giocato con totale partecipazione, all'improvviso si ferma, e resta "incantato", immobile. A che cosa pensa? In realtà non pensa propriamente, o se mai pensa a un secondo e più profondo livello di pensiero: in quel momento di concentrazione serissima e di incanto il bambino ri-nasce, ri-fà la propria nascita, distrugge e ricostruisce il proprio essere al mondo. A questo punto si noterà che il discrimine tra il pensiero femminile (che salverà il mondo) e il pensiero maschile si fa sottile: a tutti noi occorre rifare la nostra nascita, tutti noi stiamo qui a rimettere al mondo il mondo che noi stessi siamo (e questo è desnacer). Tutti, non soltanto le donne (o gli artisti, i pensatori, i poeti), volendo, mettono al mondo il mondo. Resta però un'ultima decisiva domanda: perché dobbiamo fare questo? Perché dobbiamo, vogliamo, e dobbiamo volere, disnascere? Forse solo per un perfezionamento della nostra identità personale, per un più compiutamente "umano" che dovrà esprimersi nel ri-metterci al mondo?
La risposta è data da Zambrano in Persona e democrazia. La storia sacrificale, un libro del 1958. In realtà c'è un forte sospetto che tra poco, se qualcosa non cambia, non ci sarà più mondo in cui mettersi o ri-mettersi al mondo. Non si tratta dunque di edificare se stessi, ma di lanciare un diverso modo di costruire e pensare la storia. La storia è sacrificale, è sempre stata sacrificale, nel mondo maschile come in quello femminile: la stessa famiglia è sempre stata luogo di vittime e di idoli, struttura eretta sul sacrificio dell'uno all'altare dell'altro. Ma non dovrà più essere così, può non più essere così: ed è qui in questo punto che il tema della dis-nascita diventa vitale. Senza rielaborazione-ripetizione della nascita non c'è salvezza dal negativo della storia: la storia è dei vincitori, ma i vincitori saranno vinti, e con essi forse il mondo stesso, perché il loro intero operare è stato fondato sulla negazione e il sacrificio. Non si tratta allora di dare voce ai vinti, ma di sperare che i vinti riescano a salvare i vincitori.
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