E il dialogo ecumenico viene minacciato| Il documento
condanna
la tendenza
a porre sullo
stesso piano
tutte le religioni. |
| Nel pieno svolgimento del Giubileo, che sembrava volesse dare un impulso forte al dialogo ecumenico, la
Dichiarazione di "Dominus Jesus" sulla "unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa
cattolica" presentata ieri dal cardinale Joseph Ratzinger, ne restringe il campo. Vi si afferma, infatti, che
"esiste una sola Chiesa" quella cattolica appunto, della quale sono "porzioni tutte le Chiese particolari"
perché le non cattoliche hanno una "unione non perfetta con il tutto".
Questa Dichiarazione, fatta all'indomani della beatificazione di Pio IX che continua a far discutere
all'interno stesso del mondo cattolico dopo le reazioni critiche degli ebrei come dei protestanti e dei laici,
getta un'ombra inquietante sul dialogo ecumenico che Giovanni Paolo II aveva voluto porre come uno dei
suoi traguardi più importanti all'inizio del XXI secolo fino a pronunciare il "mea culpa" circa gli errori del
passato per renderlo più credibile. Ora è il primate della Chiesa anglicana, George Carey, a rilevare, con
amarezza, che "questo documento non riflette nemmeno la comprensione più profonda che è stata
raggiunta attraverso il dialogo e la cooperazione ecumenica durante gli ultimi trent'anni". Comunque - ha
aggiunto Carey - "la Chiesa d'Inghilterra non accetta neppure per un momento l'idea che il suo ministero
e la sua Eucarestia abbiano delle deficienze di qualunque genere". Egualmente critiche sono le altre
Chiese cristiane.
Il documento - che comprende un'introduzione, sei capitoli ed una conclusione - parte dal presupposto
che "esiste un'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di
Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Mentre le altre Chiese cristiane, pur essendo "in esse
presente ed operante la Chiesa di Cristo", sono "deficitarie" perché "manca in esse la piena
comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del primato che,
secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa". Va
ricordato che Giovanni Paolo II, al fine di favorire il dialogo ecumenico e la riconciliazione tra le Chiese
cristiane, lo aveva rimesso in discussione con l'Enciclica "Ut unum sint" del 1995, impegnandosi a
ridefinirlo "insieme" circa le forme e le modalità di esercitarlo. C'è, ora, da chiedersi come si armonizzi
questa disponibilità a discutere del "primato" con le altre Chiese cristiane, e la sua riaffermazione con
cui non le considera sullo stesso piano perché "non perfette" come la cattolica. Come dire che la
riunificazione tra le Chiese cristiane potrà avvenire solo nel momento in cui esse accetteranno
pienamente la Chiesa cattolica riconoscendola come "Madre". Un concetto rafforzato dal fatto che il
cardinale Ratzinger, in una "Nota sull'espressione Chiese sorelle" indirizzata il 30 giugno scorso ai
presidenti delle conferenze episcopali cattoliche, rilevava che solo la Chiesa cattolica è "Madre", le
Chiese ortodosse sono "sorelle", mentre le Chiese nate dalla Riforma di Martin Lutero non possono
usare questo titolo. Naturalmente, questa "Nota", non è stata, finora, pubblicata dagli "Acta Apostolicae
Sedis" e, ieri, è stato osservato dal portavoce vaticano, Navarro Valls, che ha solo "un uso interno". Ma
i mass media, a cominciare da quelli angloamericani ed europei, l'hanno diffusa perché il testo è stato
pubblicato integralmente dall'agenzia "Adista" lo scorso primo settembre.
Ora è vero che, come ha precisato ieri monsignor Tarcisio Bertone (segretario della Congregazione per
la dottrina della fede), il documento non rientra nella "infallibilità e definitività della dottrina" per cui ci si
lascia una porta aperta, ma ha precisato che esso "riflette il pensiero del Papa" ed è stato da lui
"approvato e confermato". Il tema di fondo che rimane, perciò, è il perché Giovanni Paolo II, dopo aver
compiuto atti di portata storica come il "mea culpa" e la visita al Muro del Pianto a Gerusalemme per
riconciliarsi con gli ebrei, abbia voluto e, comunque, approvato questo documento che ha già posto ad
esponenti delle altre comunità cristiane e non cristiane tanti interrogativi tanto da indurre il vescovo
Michael Nazir-Alì ad augurarsi ieri che "questo documento non disfi anni di paziente lavoro ecumenico".
Lo scorso anno, Giovanni Paolo II, con il proposito di promuovere un dialogo ecumenico a tutto campo,
aveva detto che "semi di verità sono presenti in tutte le religioni e in tutte le culture". Che cosa è
accaduto negli ultimi tre mesi per arrivare a frenare significativi gesti aperturisti di Papa Wojtyla di cui
siamo stati testimoni?
Non è da scartare l'ipotesi che certi rigurgiti infallibilisti e intransigentisti del Vaticano I, rispetto alle
grandi aperture del Vaticano II, si siano mescolati nella lotta interna nella Curia per le due beatificazioni,
di Pio IX e di Giovanni XXIII. Ambiguità che possono condizionare in senso regressivo questo
pontificato, giunto al ventiduesimo anno, in vista di un futuro conclave che, se non vicino, va preparato in
tempo per orientare la Chiesa per il successo. |