RASSEGNA STAMPA

3 SETTEMBRE 2000
AMARTYA SEN
Etica e finanza
I profitti di Krishna
Nel suo nuovo libro il grande economista riflette sui rapporti tra affari e morale: partendo dai miti indù
Vorrei cominciare attirando l'attenzione su una singolare contrapposizione, la dissonanza tra la cattiva fama di cui gode la pratica dell'attività finanziaria e il ruolo sociale altamente positivo che indubbiamente essa assolve. Polonio mette in guardia il figlio: "Non indebitarti e non prestar soldi". È un consiglio motivato dalla prudenza, forse, più che dalla ripulsa morale, ma certo il mestiere del prestare denaro è stato censurato per migliaia di anni. Una censura senza mezzi termini.
Gesù scacciò i mercanti di denaro dal tempio; la diffida dei profeti e le regole di condotta ebraiche proibivano l'interesse sui prestiti; l'Islam vietò l'usura a termini di legge. Anche i pensatori laici per lo più non hanno guardato con favore al procacciarsi da vivere con gli interessi. Solone cancellò la maggior parte dei debiti e vietò del tutto molte forme di credito nelle sue leggi, emulate per questo aspetto da Giulio Cesare cinque secoli dopo. Aristotele osservò che l'interesse costituisce un'innaturale e ingiustificata riproduzione di denaro dal denaro. La sua critica influenzò gli studiosi e i teorici dell'etica per molti secoli. Cicerone ricorda che Catone il Censore, interrogato su cosa pensasse dell'usura, rispose domandando a sua volta all'interlocutore cosa pensasse dell'omicidio.
L'accettabilità sociale di quanti si fossero arricchiti prestando denaro è stata seriamente controversa fino a epoca molto recente. In Gran Bretagna, in particolare, gli inglesi appartenenti ai ceti sociali elevati evitavano generalmente di esercitare l'attività bancaria, delegando tale attività agli stranieri e agli ebrei. Ancora oggi, la sede della Banca di Inghilterra in Lombard Street testimonia il ruolo decisivo degli stranieri nella finanza inglese fino a tempi molto recenti. Il ritratto di Shylock tracciato da Shakespeare pone bene in luce, per l'Inghilterra elisabettiana, taluni tratti dell'atteggiamento socialmente condiviso nei confronti dei finanzieri.
Potrei aggiungere altri esempi, ma credo che il punto sia sufficientemente chiaro. La finanza è stata nel passato sottoposta a ripetute critiche di ordine morale. Eppure è ben noto che essa svolge un ruolo importante per la prosperità e il benessere delle nazioni. Se il mondo avesse seguito il consiglio di Polonio, non avremmo raggiunto l'abbondanza di cui oggi godiamo. Il ruolo creativo della finanza è stato una leva potente anche per la cultura e per la scienza.
Storicamente, non solo la Rivoluzione industriale, ma anche il Rinascimento sarebbero stati forse impossibili senza la mano soccorrevole della finanza.
Il primo interrogativo, perciò, è semplicemente questo: come è possibile che una attività tanto utile sia stata giudicata così dubbia sotto il profilo etico?
Nell'etica moderna, è di uso frequente la distinzione tra correnti "deontologiche" e correnti "consequenzialiste". Le correnti "deontologiche" attribuiscono un ruolo fondante, e dominante, al concetto di dovere. Le correnti "consequenzialiste", all'opposto, deducono il dovere e gli atti conformi al giusto sul fondamento delle relative conseguenze. Il loro punto di partenza sta nell'interrogarsi sui nostri obiettivi, su ciò che rende un risultato buono, e via dicendo; procedono successivamente a dedurre i nostri doveri dalla valutazione delle conseguenze dell'agire, alla luce degli obiettivi.
La deontologia ha molte varianti, talune più attente di altre alle conseguenze dell'agire. Nell'approccio deontologico più aperto, quale quello proposto da filosofi come Immanuel Kant, l'idea di dovere non è scissa dalle conseguenze delle azioni richieste per compierlo e ampio spazio è dedicato a esaminare la natura di tali conseguenze.
All'opposto, il divario tra le due impostazioni risulta particolarmente accentuato quando, come accade nei costrutti deontologici "puri", si nega ogni rilevanza alle conseguenze degli atti. Nel Bhagavadgita, ad esempio, Krishna raccomanda all'eroe, il sensibile Arjuna, di compiere il proprio dovere combattendo per la giusta causa, contro la tesi di Arjuna che non possa essere bene combattere una guerra, sia pure giusta, che causerebbe immane sofferenze ad amici e nemici.
La visione del dovere che Krishna applica è esplicitamente contraria al consequenzialismo. Lo sintetizza con evidente simpatia T.S. Eliot, nei cui versi la posizione di Krishna prende la forma dell'ammonimento: "E non pensate al frutto dell'azione. Andate avanti". Eliot conclude: "Non buon viaggio, ma avanti, viaggiatori".
L'attività di un usuraio che sovraccarica i suoi debitori di interessi appare, sotto un certo punto di vista, come una violazione dell'obbligo a essere umani con gli altri. Nessun approccio umano al problema, sia esso consequenzialista o deontologico, può fare a meno di tener conto in qualche misura, tra le altre, anche di questa conseguenza. In taluni costrutti deontologici "puri" tale riconoscimento potrebbe essere considerato fondamento sufficiente alla condanna morale o legale dell'usura. La condanna varrebbe anche qualora si appurasse che per i debitori il corso degli eventi sarebbe anche peggiore in assenza di prestiti usurari.
Pertanto, in uno schema analitico di deontologia "pura" (che escluda cioè ogni considerazione delle conseguenze dell'agire) non si avrebbe conflitto tra la condanna del prestito a interesse e la simultanea constatazione del fatto che l'atto del prestare produce molti effetti positivi, quali quelli di agevolare i commerci e promuovere l'occupazione e il reddito. La dissonanza è palese ed emerge in piena evidenza, quando si giudica la moralità della condotta senza tener conto delle conseguenze dell'agire.
Ma le analisi classiche dell'etica della finanza non sempre sono state condotte entro schemi di deontologia "pura". In realtà, le censure più autorevoli della finanza e dell'usura sono venute da autori che ne avevano attentamente valutato le conseguenze sciagurate nelle condizioni prese in esame! Come si è detto, la considerazione delle conseguenze è coerente con l'impostazione deontologica più aperta, così come un'analisi pienamente consequenziale.
Kautilya, vissuto in India sul finire del IV secolo a.C. (e pertanto contemporaneo di Aristotele), scrisse un celebre trattato sull'arte del governare, sulla politica economica e sulla strategia politica. Il titolo del trattato, Arthas a tra, tradotto dal sanscrito potrebbe rendersi con l'espressione "istruzioni sulla prosperità materiale" o, più semplicemente, "economia politica". Kautilya non avanzò critiche intrinseche alla pratica dell'interesse sui prestiti, né suggerì che vi fosse per alcuno l'obbligo morale di concedere prestiti senza interesse. Egli mosse dall'assunto che il "benessere del regno dipende" dalla "natura delle transazioni tra creditori e debitori"; in questa prospettiva sentì il bisogno di sottoporre a "esame" l'attività finanziaria.
L'impostazione di Kautilya nel trattare dell'attività finanziaria, e così quella seguita nel discutere di altre attività, è incentrata sulle conseguenze degli atti e delle norme. La definizione delle azioni giuste e degli obblighi dipende dalle loro conseguenze. Al sovrano, ad esempio, investito, inter alia, della funzione di giudice nelle dispute sull'attività finanziaria, si richiede di assumere quale finalità prioritaria "la felicità dei propri sudditi" e di "essere attivo nell'assolvere i propri compiti". "Se manca un comportamento attivo, ogni acquisto presente o futuro andrà perduto; operando attivamente, egli potrà raggiungere i fini desiderati e al contempo procurare l'abbondanza della ricchezza".
Kautilya desiderava che lo Stato indagasse a fondo le transazioni finanziarie per arrivare a fissare tassi di interesse massimi e per punire i prestatori di denaro che addebitassero tassi superiori al massimo stabilito. I tassi massimi dovevano essere fissati seguendo un insieme di criteri che tenevano conto della destinazione dei crediti e dei rispettivi oneri. Così, i tassi suggeriti da Kautilya erano molto contenuti se relativi a prestiti concessi per le abituali necessità delle famiglie, un poco più alti se riferiti ai crediti commerciali, e molto superiori se applicati al finanziamento di attività molto rischiose come il commercio marittimo. Si doveva inoltre prender nota delle variazioni di prezzo delle merci nel corso del tempo, almeno in misura approssimata.
L'Arthas a tra di Kautilya, oltre a dimostrare che non tutte le riflessioni sulla finanza del pensiero antico furono ostili al pagamento di interessi, indica ancora che non è necessario considerare l'addebito di interessi come male in sé, né catalogare l'attività finanziaria come attività inferiore, per concludere con la raccomandazione che il pagamento degli interessi sia regolamentato da leggi volte al raggiungimento di finalità normative. La questione degli effetti negativi va ben distinta dal giudizio di intrinseca iniquità. Questo punto di vista complessivo, è sviluppato e applicato con grande efficacia da Adam Smith e la semplice distinzione appena evidenziata rimane pienamente rilevante ancora oggi.
Adam Smith è comunemente considerato il sostenitore, per eccellenza, della opportunità di fare affidamento esclusivamente sul mercato.
Smith ha certamente contribuito in modo decisivo a chiarire la logica del meccanismo di mercato; ma ha anche analizzato alcune delle sue più importanti limitazioni. In tema di interessi, Smith si oppose a vietarli per legge, eppure sostenne la necessità di restrizioni di legge, imposte dallo Stato, quanto ai massimi tassi praticabili.
La motivazione sottesa alla logica interventista di Smith è che i segnali del mercato possono rivelarsi fuorvianti e che dall'operare del libero mercato può risultare un grande spreco di capitale, in seguito all'investimento privato in progetti che sembrano promettere immediati profitti e al conseguente spreco di risorse sociali da parte dei privati.
Nel marzo 1787 Jeremy Bentham scrisse una lunga lettera ad Adam Smith, rimproverandolo e argomentando in favore della piena libertà del mercato. È un curioso episodio nella storia del pensiero economico: il filosofo utilitarista, l'interventista, il riformatore fa lezione al propugnatore, al guru dell'economia di mercato, predicando le virtù dell'allocazione delle risorse stabilita liberamente dal mercato.
Nel valutare gli affari e la finanza Smith e Bentham condividevano un'impostazione, al fondo, consequenzialista; ma Bentham obiettava alla tesi di Smith che tassi di interesse troppo alti avrebbero indotto "prodighi" e "progettatori di iniziative chimeriche" a fare spreco di risorse sociali, mettendo fuori mercato quanti intendessero investire capitali in usi più produttivi.
Quanto ai prodighi, o agli stravaganti spendaccioni, Bentham scriveva: "non è tra loro che dobbiamo cercare i clienti che comunemente domandano denaro ad alti tassi di interesse" (pag.
136). E si dilungava ad argomentare che quelli che Smith trattava da "progettatori di iniziative chimeriche" - iniziative svariate tutte miranti a far denaro rapidamente - erano anche gli innovatori e i pionieri del progresso e del cambiamento (pagg. 137-143).
Nel dibattito contemporaneo il problema di un tasso legale massimo non è più di attualità. Sotto questo profilo è ben chiaro che Bentham ha avuto ragione su Smith. È importante, tuttavia, esaminare perché Smith si fosse formato un'opinione così negativa dell'impatto sul sistema economico di "prodighi" e "progettatori di iniziative chimeriche". Ciò che lo toccava profondamente era il problema dello spreco di risorse sociali e della perdita di capitale produttivo.
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