| Xenotrapianti: quando l'etica non fa bene
alla ricerca | Le politiche di reperimento e allocazione degli organi da trapianto sono oggi estremamente più efficaci di quelle pionieristiche degli anni 60 e 70. Lo sono anche se comparate agli anni 80, quando la ciclosporina produsse una vera e propria rivoluzione nel settore degli immunosoppressori, contribuendo in modo sostanziale a risolvere il problema principale di questa pratica medica, e cioè il "rigetto". Da allora la domanda di trapianti è andata aumentando vertiginosamente anche grazie alla sempre maggiore capacità della medicina di garantire sopravvivenza di lungo periodo. Tuttavia, nonostante la cultura della donazione si stia diffondendo sensibilmente, il totale di organi prelevati da cadavere consente di soddisfare solo un terzo delle richieste, e la discrepanza tra donatori e potenziali riceventi aumenta annualmente del 15 per cento. La scarsezza di organi è dunque verosimilmente costituiva e non ovviabile su base solidaristica. Anche considerando gli obiettivi di ridurre i tempi di attesa e di poter programmare gli interventi senza dover operare in condizioni di urgenza, appare chiaro che l'unica soluzione realmente strutturale può derivare dal progresso biotecnologico. Una prima opzione possibile è rappresentata dallo sviluppo di ricerche aventi per oggetto cellule staminali embrionali ricavate da embrioni crioconservati non più utilizzabili nelle terapie per l'infertilità. Questi studi - insieme alla creazione ad hoc di embrioni per trasferimento del nucleo cellulare (da taluni definita "clonazione terapeutica") - costituiscono attualmente la strada tecnicamente più promettente, rapida e sicura. Questa valutazione scientifica, che ha ispirato le recenti scelte di Gran Bretagna e Stati Uniti di promuovere tali ricerche, è largamente condivisa anche da coloro che vi si oppongono su basi di ordine morale. La peculiare "plasticità" delle cellule staminali rende una potenziale straordinaria risorsa per la medicina del prossimo futuro, sia dal di vista conoscitivo che applicativo. Attraverso adeguati "condizionamenti" biochimici e ormonali, sarà infatti possibile farle evolvere verso uno specifico tessuto (nervoso, muscolare, sanguigno eccetera), secondo le esigenze cliniche del singolo paziente. Le terapie cellulari così elaborate, non soltanto assicureranno una disponibilità infinita di tessuti e, in prospettiva, di organi di ricambio per una molteplicità di malattie gravi e spesso altrimenti incurabili, ma consentiranno anche di intervenire precocemente nella "riparazione" di organi ammalati contribuendo a evitare la loro eventuale sostituzione. Inoltre, trattandosi di terapie cellulari che traggono il materiale biologico dallo stesso individuo su cui poi interverranno, saranno evidentemente evitabili tutti quei problemi di rigetto che complicano gli interventi di trapianto d'organo. Una seconda opportunità offerta dalle biotecnologie è rappresentata dagli xenotrapianti, la cui praticabilità teorica è sembrata avvicinarsi nel marzo scorso con l'annuncio, da parte della Ppl Therapeutics, dell'avvenuta clonazione di maiali, fonte elettiva di organi da trapianto tra le diverse specie animali.
Giudicati eticamente accettabili dal Magistero cattolico, gli xenotrapianti sono scientificamente assai più rischiosi e meno promettenti della prima opzione, incoraggiata tra l'altro proprio da quel mondo anglosassone che ha un inavvicinabile primato nel settore della ricerca. Negli stessi giorni in cui giunge il via libera morale alla prospettiva degli xenotrapianti, l'autorevolissima rivista "Nature" pubblica una serie di contributi che dimostrano come, all'aumentare delle conoscenze, crescono contestualmente i dubbi e le inquietudúù su possibili "conseguenze pubbliche catastrofiche". Mentre migliorano gli aspetti relativi alla istocompatibilità, la questione tutta aperta dei retrovirus endogeni, che potrebbero infettare l'uomo attraverso trapianti d'organo da maiali transgenicì, si va infatti come assai peggiore delle già non rosee previsioni. Nuove evidenze empiriche lasciano supporre un pericolo concreto di pandemie umane, e "Nature" definisce "sconcertante" la leggerezza e la scarsa supervisione con cui l'americana Fda (la più seria e autorevole istituzione pubblica di controllo sulla salute) ha finora autorizzato protocolli sperimentali sugli xenotrapianti.
A fronte dell'imprevedibilità e della gravità dei rischi potenziali di queste tecniche, occorre forse riconsiderare in termini più generali il ruolo e i limiti della riflessione morale sulla scienza e il suo progresso. Ragionevolmente, ove applicata alla ricerca, l'etica dovrebbe proibire condotte ingiuste, ma sempre e comunque astenersi dal prescrivere condotte giuste, come viceversa è accaduto nel caso degli xenotrapianti. Incoraggiare un'applicazione biotecnologica - oppure, che è lo stesso, delimitare troppo dettagliatamente una sua alternativa perché considerata non accettabile moralmente - rischia di provocare "forzature" scientifiche che sono di per sé pericolose, oltre che intrinsecamente censorie nei confronti delle terze infinite direzioni che la ricerca potrebbe intraprendere. Nell'ambito della scienza, la prescrizione delle condotte è tipica della metodologia, e non dell'etica, che dovrebbe soltanto evitare che si procurino danni certi a individui specifici o alla società nel suo complesso. L'etica, cioè, non deve indirizzare la ricerca ex ante, ma solo vietare ex post. Non esiste infatti una teleologia del progresso scientifico. Come sostiene Thomas Kuhn, possiamo misurare il progresso da uno stato precedente di conoscenza, ma non possiamo conoscere verso dove stiamo andando. Per questa ragione, imporre un'etica alla scienza nel senso della direzione verso la quale la ricerca deve dirigersi, non equivale a ritardare il progresso scientifico: equivale a privare la scienza del suo proprio significato. Per dirla anche con Popper, il principio di Marx "Rivoluzione permanente!" non vale per la politica ma è il vero principio costitutivo del progresso scientifico. Ciò è tanto più vero quando a essere in gioco non sono applicazioni tecnologiche particolari, bensì le stesse fmalità conoscitive della ricerca medesima. Questo è esattamente quanto avverrebbe se la comunità scientifica dovesse conformarsi all'idea - espressa dal magistero papale - che la scienza non dovrebbe tendere a penetrare la sfera della "sacralità" e del "mistero" della vita umana, cercando di ridurla a epifenomeno della materia. |