RASSEGNA STAMPA

2 SETTEMBRE 2000
PIETRO M. TRIVELLI
Severino: "Usare gli embrioni è un omicidio. Ma lo è anche la guerra"
"LA SCIENZA senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca". Difficile dimenticare questo pensiero di Einstein, che anticipa quanto Rita Levi Montalcini cerca di far capire ai giorni nostri, per mediare tra scienza ed etica, mentre si acuiscono le polemiche sulla clonazione. La parola del Papa ("tali procedure, in quanto implicano la manipolazione e distruzione di embrioni umani, non sono moralmente accettabili, neanche se finalizzate ad uno scopo in sé buono") ribadisce il "no" della Chiesa, le ragioni della fede.
Fino a che punto queste possono conciliarsi con le esigenze della ricerca medica? C'è chi - come Ceronetti, in un suo "pensiero del tè" - se la cava con una battuta: "La scienza fa battere i cuori più a lungo, ma li ha avviliti. Paghiamola senza ringraziarla". Non basta. Quale altra consolazione si ricava dalla filosofia? "Credo che gli avversari della posizione della Chiesa facciano male a considerare l'utilizzo degli embrioni umani come un atto che non implichi un omicidio", risponde Emanuele Severino, cattedra di Filosofia teoretica all'unversità di Venezia, studioso di Nietzsche al quale si è ispirato per il suo ultimo libro, L'anello del ritorno. E', dunque, davvero un omicidio? "Certamente, anche secondo me - spiega Severino - ma il problema è che la Chiesa riconosce invece la guerra, quando la considera giusta, e fino a poco tempo fa pure la pena di morte. In ciò "pecca" d'incoerenza, mentre in questioni del genere è proprio un atteggiamento di coerenza il problema primario. Direi che l'uso dell'embrione umano sia assimilabile al soldato che va in guerra in vista di un maggior bene comune. Se si accetta questo, non è possibile condannare quello, coerentemente".
Con quali regole, allora? "La scienza non ha e non conosce norme morali. Nella sua piena autonomia, se uno scienziato pensa soltanto che sia possibile la clonazione, questa è già una realtà", risponde Stefano Zecchi, il filosofo che popolarizza la sua materia anche in televisione, oltre che all'università statale di Milano, dove insegna Filosofia estetica (Capire l'arte, è il titolo del suo ultimo saggio). Una contrapposizione così netta, tra scienza ed etica, non rischia di inasprire gli schieramenti? "Proprio per evitare questo rischio è bene ragionarne senza farsi indurre in semplificazioni", spiega Zecchi, tenendo conto di una realtà che "naturalmente" prescinde da implicazioni etiche o religiose. E aggiunge: "Ogni scienziato è fedele al suo sapere, nel processo di ricerca razionale e sperimentale. Se la Chiesa deve a volte rivedere certe sue posizioni, anche a distanza di secoli, ciò dipende dal fatto che la tradizione cristiana si mantiene fedele ad origini che non sono certo scientifiche, ma fideistiche, sacre. Ecco perché è tragico il rapporto tra scienza e fede: è la tragedia della nostra umanità, espressa da Faust".
Ma spesso le ragioni della ricerca non sono meno fideistiche di quelle della religione, come aveva già intuito il fondatore dell'antropologia, James Frazer, nel suo capolavoro Il ramo d'oro, al termine del quale si afferma che "magia, religione e scienza sono nulla più che teorie del pensiero". Per cui "ogni ostacolo al libero svilupparsi delle scoperte scientifiche è un torto fatto all'umanità". Se ne può essere ciecamente convinti? "Avrei preferito che il Papa si esprimesse alla maniera di qualche suo predecessore del secolo scorso, dicendo semplicemente che la clonazione è opera del demonio, senza barcamenarsi nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte", dice Manlio Sgalambro, scrittore di filosofia che con i "positivismi" di ogni scienza va poco d'accordo. Ma non gli dispiace la visione dell'uomo come "assemblaggio" di parti e organi diversi. "Non più come unità, sempre predicata e privilegiata dalle religioni, ma proprio come sostituzione di pezzi", spiega Sgalambro, coerente con il sottotitolo ("una lezione di metafisica") del suo ultimo testo, Trattato dell'età. "Purché - precisa - non sia lesa l'entità e l'identità di ciascuno. Senza fare dell'io un altro, ma mettendolo in grado di sopravvivere più a lungo come io, magari sostituendone alcune parti fisiche. Credo che la scienza debba proseguire su questa strada".
In uno dei suoi primi libri, La morte del sole, Manlio Sgalambro citava, però, questo pensiero di Max Weber: "La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di essere vissuta".
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