Quei duelli in nome della clonazione| La comunità scientifica si è sspaccata, ma c'è chi
lavora per ricucire |
| Tutti divisi su tutto. E pronti a discutere
all'infinito, spesso in modo disordinato, ciò che
altrove ha un inizio, un iter, una fine. Il dibattito
sulla clonazione umana è cominciato in Italia. Non
in Inghilterra, dove il governo Blair ha
semplicemente "accettato" i risultati della ricerca
di Liam Donaldson e ha passato la parola al
Parlamento, che si esprimerà con voto libero. E
non negli Stati Uniti, dove Clinton, in sintonia con
la concezione americana del servizio pubblico, ha
dichiarato che anche il governo si impegnerà nella
ricerca (visto che i privati già lo fanno) perché
questa interessa tutta la comunità. Per il resto, le
comunità scientifiche di quei paesi hanno accolto
la decisione dei loro governi con unanime
approvazione, e a Downing Street c'è addirittura
stata una manifestazione di malati che
inneggiavano a Blair. In Italia no. E i primi a
insorgere sono stati i cattolici, con le dichiarazioni
di Elio Sgreccia: "Così si fa dell'embrione umano
materiale di esperimento. Questo dovrebbe far
sussultare le coscienze di tutto il mondo civile.
Che differenza c'è - si è chiesto Sgreccia - tra
questa sperimentazione e la sperimentazione letale
su esseri umani, senza consenso, già proibita dai
tempi hitleriani? L'etica fa un grosso passo
indietro". Con le parole di Sgreccia, confermate
nella sostanza dal documento della Pontificia
Accademia della Vita, il problema ha assunto una
tonalità particolare: non più su tempi e modi di
realizzazione del progetto (come è stato, ad
esempio, in Francia e in Germania), ma sulla sua
legittimità morale. Gli scienziati che sono
intervenuti, da Carlo Alberto Redi (autore insieme
a Silvia Garagna e Maurizio Zuccotti di un
manifesto pubblicato sulla "Stampa" di mercoledì)
a Severino Antinori, a Edoardo Boncinelli e a molti
altri, si sono dunque dovuti confrontare non tanto
con la questione scientifica, quanto con quella
etica. Ma cosa hanno detto gli inglesi? "Non hanno
parlato di via libera alla clonazione umana - spiega
Carlo Alberto Redi - La proposta di Donaldson
consiste nel limitare l'impiego di pre-embrioni (che
verrebbero gettati) a fini di ricerca, escludendo fini
mercantili e impedendo anche la ricerca di nuovi
embrioni". Nonostante la precisazione di Redi e gli
stessi interventi del ministro Veronesi, l'impasse in
cui il dibattito si è venuto a trovare ha dato vita a
una terza possibilità: non clonazione di cellule
embrionali (come propongono gli inglesi), non
arresto su tutta la linea della ricerca, ma sviluppo
dello studio delle cellule staminali, ovvero ancora
indifferenziate, colte nella loro primissima fase di
moltiplicazione. Il che equivale a dire che si arriva
allo stesso punto, ma per una strada diversa. Il
primo a sostenere la proposta è stato lo stesso
Sgreccia, seguito da medici come Ignazio Marino,
da Girolamo Sirchia, da anni impegnato nella
produzione di cellule madri al Policlinico di
Milano, e in generale da tutti quegli scienziati che
sollevano obiezioni di coscienza sull'uso di
embrioni. Ma sulle cellule staminali non tutti la
pensano allo stesso modo: "Il problema è che le
cellule staminali sono oggetto di studio da quasi
vent'anni e non se ne è ricavato niente - dice il
professor Demetrio Neri, direttore di "Bioetica" -
Alle cellule staminali adulte bisognerebbe
insegnare a fare una cosa che le cellule embrionali
già sanno fare. Dunque sul piano del dibattito
mondiale l'opzione di utilizzare cellule staminali
non dice nulla. Se continuiamo ad attardarci
succederà che quando le nuove ricerche daranno i
primi risultati, comincerà il turismo terapeutico. Il
dibattito è costretto negli angusti limiti del
confronto tra laici e cattolici. Ma questa è una
rivoluzione: vogliamo arrivarci con gli altri o stare
a guardare?". Renato Dulbecco aggiunge un altro
tassello: "Il problema etico è legato al fatto che si
tratta di embrioni umani, ma per molti scienziati si
tratta di pre-embrioni, che sono stati prodotti per la
fecondazione e destinati alla distruzione. Se si
utilizzano prima del 14mo giorno (data entro cui,
teoricamente, un embrione è considerato entità
umana, ndr) non vedo obiezioni etiche". Rita Levi
Montalcini non è né a favore né contro: "In fondo
credo che bisogna solo aspettare un po' di tempo, e
dar modo anche ai politici di mettere a confronto le
varie posizioni". Perché adesso la questione non è
più solo etica, o scientifica, ma essenzialmente
politica. Si tratta di capire se l'Italia, una volta
fuori dal dibattito sull'anima degli embrioni, potrà
partecipare a quello sulla gestione dei fondi, sui
finanziamenti alla ricerca e sui limiti delle sue
applicazioni. |