RASSEGNA STAMPA

27 AGOSTO 2000
FRANCESCA SFORZA
Quei duelli in nome della clonazione
La comunità scientifica si è sspaccata, ma c'è chi lavora per ricucire
Tutti divisi su tutto. E pronti a discutere all'infinito, spesso in modo disordinato, ciò che altrove ha un inizio, un iter, una fine. Il dibattito sulla clonazione umana è cominciato in Italia. Non in Inghilterra, dove il governo Blair ha semplicemente "accettato" i risultati della ricerca di Liam Donaldson e ha passato la parola al Parlamento, che si esprimerà con voto libero. E non negli Stati Uniti, dove Clinton, in sintonia con la concezione americana del servizio pubblico, ha dichiarato che anche il governo si impegnerà nella ricerca (visto che i privati già lo fanno) perché questa interessa tutta la comunità. Per il resto, le comunità scientifiche di quei paesi hanno accolto la decisione dei loro governi con unanime approvazione, e a Downing Street c'è addirittura stata una manifestazione di malati che inneggiavano a Blair. In Italia no. E i primi a insorgere sono stati i cattolici, con le dichiarazioni di Elio Sgreccia: "Così si fa dell'embrione umano materiale di esperimento. Questo dovrebbe far sussultare le coscienze di tutto il mondo civile.
Che differenza c'è - si è chiesto Sgreccia - tra questa sperimentazione e la sperimentazione letale su esseri umani, senza consenso, già proibita dai tempi hitleriani? L'etica fa un grosso passo indietro". Con le parole di Sgreccia, confermate nella sostanza dal documento della Pontificia Accademia della Vita, il problema ha assunto una tonalità particolare: non più su tempi e modi di realizzazione del progetto (come è stato, ad esempio, in Francia e in Germania), ma sulla sua legittimità morale. Gli scienziati che sono intervenuti, da Carlo Alberto Redi (autore insieme a Silvia Garagna e Maurizio Zuccotti di un manifesto pubblicato sulla "Stampa" di mercoledì) a Severino Antinori, a Edoardo Boncinelli e a molti altri, si sono dunque dovuti confrontare non tanto con la questione scientifica, quanto con quella etica. Ma cosa hanno detto gli inglesi? "Non hanno parlato di via libera alla clonazione umana - spiega Carlo Alberto Redi - La proposta di Donaldson consiste nel limitare l'impiego di pre-embrioni (che verrebbero gettati) a fini di ricerca, escludendo fini mercantili e impedendo anche la ricerca di nuovi embrioni". Nonostante la precisazione di Redi e gli stessi interventi del ministro Veronesi, l'impasse in cui il dibattito si è venuto a trovare ha dato vita a una terza possibilità: non clonazione di cellule embrionali (come propongono gli inglesi), non arresto su tutta la linea della ricerca, ma sviluppo dello studio delle cellule staminali, ovvero ancora indifferenziate, colte nella loro primissima fase di moltiplicazione. Il che equivale a dire che si arriva allo stesso punto, ma per una strada diversa. Il primo a sostenere la proposta è stato lo stesso Sgreccia, seguito da medici come Ignazio Marino, da Girolamo Sirchia, da anni impegnato nella produzione di cellule madri al Policlinico di Milano, e in generale da tutti quegli scienziati che sollevano obiezioni di coscienza sull'uso di embrioni. Ma sulle cellule staminali non tutti la pensano allo stesso modo: "Il problema è che le cellule staminali sono oggetto di studio da quasi vent'anni e non se ne è ricavato niente - dice il professor Demetrio Neri, direttore di "Bioetica" - Alle cellule staminali adulte bisognerebbe insegnare a fare una cosa che le cellule embrionali già sanno fare. Dunque sul piano del dibattito mondiale l'opzione di utilizzare cellule staminali non dice nulla. Se continuiamo ad attardarci succederà che quando le nuove ricerche daranno i primi risultati, comincerà il turismo terapeutico. Il dibattito è costretto negli angusti limiti del confronto tra laici e cattolici. Ma questa è una rivoluzione: vogliamo arrivarci con gli altri o stare a guardare?". Renato Dulbecco aggiunge un altro tassello: "Il problema etico è legato al fatto che si tratta di embrioni umani, ma per molti scienziati si tratta di pre-embrioni, che sono stati prodotti per la fecondazione e destinati alla distruzione. Se si utilizzano prima del 14mo giorno (data entro cui, teoricamente, un embrione è considerato entità umana, ndr) non vedo obiezioni etiche". Rita Levi Montalcini non è né a favore né contro: "In fondo credo che bisogna solo aspettare un po' di tempo, e dar modo anche ai politici di mettere a confronto le varie posizioni". Perché adesso la questione non è più solo etica, o scientifica, ma essenzialmente politica. Si tratta di capire se l'Italia, una volta fuori dal dibattito sull'anima degli embrioni, potrà partecipare a quello sulla gestione dei fondi, sui finanziamenti alla ricerca e sui limiti delle sue applicazioni.
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