Qualche giorno fa il premier inglese Tony Blair,
accogliendo il parere favorevole di una commissione di esperti,
ha autorizzato, previa approvazione del proprio Parlamento,
l'avvio della sperimentazione con cellule prelevate da embrioni
umani ai primi stadi di crescita. In Italia e nel mondo si sono
succedute reazioni favorevoli e contrarie che non di rado hanno
assunto toni da conflitto epocale. Ora il presidente degli Stati
Uniti Bill Clinton dà un annuncio simile, con una serie di
precisazioni e di condizioni piuttosto stringenti. Una volta
ancora i leader delle due nazioni all'avanguardia della ricerca
scientifica e biologica decidono iniziative di grande importanza
sulle quali non si può fare a meno di riflettere. Il primo
elemento da mettere in risalto è che tutto sta avvenendo alla
luce del sole, con un annuncio delle massime autorità dei due
Paesi. Niente è tenuto segreto o condotto sottobanco. E nessun
problema viene eluso. Le considerazioni etiche sono tenute più
presenti dalle comunità scientifiche di questi Paesi che da tanti
nostri difensori d'ufficio della morale pubblica.
In secondo luogo bisogna sottolineare che si tratta di
sperimentazione, cioè di ricerca scientifica e non di immediate
applicazioni mediche o tecnologiche.
Queste applicazioni seguiranno, se seguiranno, fra molti anni.
E' difficile dire quanti, ma certo non meno di dieci.
Si è parlato di clonazione umana, con tutti i fantasmi che
questa immagine suscita. E' bene chiarire che nessuno sta
parlando di produrre esseri umani adulti, né allo scopo
riproduttivo, né ancor meno allo scopo di prelevare tessuti o
organi da utilizzare per altri individui. Si sta parlando di
utilizzare cellule embrionali prelevate da embrioni ancora
costituiti di poche cellule indifferenziate. Queste cellule
verrebbero coltivate in laboratorio e servirebbero per studiare
in che modo si possano produrre tessuti e parti di organo da
trapiantare successivamente in soggetti umani che ne abbiano
necessità, in seguito a traumi o malattie gravemente debilitanti.
Stiamo parlando perciò di cellule, come di cellule si tratta nel
caso della trasfusione del sangue, del trapianto di midollo
osseo o della coltivazione di pelle, tutte cose che già si fanno
quasi di routine . Che si parli di cellule lo dice la stessa parola
ormai usata e abusata dai media: clonazione. Clonare significa
appunto coltivare cellule e farle crescere in grande quantità. Nel
caso specifico, oltre a farle crescere, le cellule vengono anche
differenziate, avviate cioè verso un preciso destino, un
determinato tipo di tessuto: pelle, muscolo, osso e magari nervo.
Fin qui non sembra che ci possano essere grossi problemi, se non
da parte dei più irriducibili avversari del progresso e di ogni tipo
di cambiamento. Uno dei punti cruciali è quello dell'origine delle
cellule da coltivare. La grossa scommessa della scienza di oggi -
che è anche la mia personale scommessa, come ho avuto più volte
modo di dire - è quella delle cellule staminali non di origine
embrionale. Le cellule staminali sono cellule relativamente
indifferenziate presenti in molti distretti del nostro corpo, dal
sangue al cervello, e che possono essere coltivate e persuase a
differenziarsi nella direzione desiderata.
Un'altra possibilità che si è aperta da tre-quattro anni è quella di
partire da cellule adulte e già differenziate e fatte ritornare
staminali, cioè "bambine", prima di coltivarle e di differenziarle
come abbiamo appena detto. Io sono fermamente convinto che
questa sia la strada di domani. Alcuni ritengono però che sia più
lunga e più complicata di quella che, pur prevedendo
essenzialmente gli stessi passi, parte da cellule indifferenziate
prelevate da un embrione ai primissimi stadi, come già si fa per
molti altri mammiferi. Questa è una discussione di carattere
scientifico e per dirimerla non c'è altra via che la sperimentazione.
E' chiaro però che la via che mette in gioco cellule embrionali, sia
pure prelevate da embrioni ai primissimi stadi di sviluppo, quando
non si distingue ancora se e dove l'embrione avrà la testa e se e
dove avrà la coda, incontra vari tipi di obiezioni di tipo etico e
religioso e inquieta le coscienze.
Una volta assodato che non si tratta di duplicare esseri umani, né
di produrre individui ai quali verrebbero successivamente sottratti
tessuti o organi, né di produrre mostri, resta il problema sociale
ed etico della liceità di utilizzare embrioni per questo tipo di
ricerche. Su questo non ho né intenzione di pronunciarmi né titolo
per farlo. Le mie considerazioni non possono che essere di
carattere scientifico o attinenti alla politica di programmazione
scientifica e tecnologica.
Oggi la ricchezza delle nazioni e quindi il loro potere di incidere
sulla scena mondiale si misura largamente sul loro potenziale
scientifico e tecnico. Un Paese non può chiudersi a riccio e dire
sempre e sistematicamente no a tutti gli sviluppi e a tutte le
prospettive di natura biotecnologica, viste come demoniache,
alimentate dall'ingordigia del potere economico e portate avanti
da scienziati troppo spesso visti come uomini senza scrupoli e
insensibili alle istanze morali.
Non dimentichiamo che a metà degli anni Settanta furono gli
scienziati stessi che, riuniti ad Asilomar in California, si
autoimposero una moratoria di qualche anno per valutare tutte le
conseguenze delle nuove prodigiose tecnologie. Si tratta quindi di
discuterne serenamente e di valutare, come in qualsiasi altra
circostanza della vita, i pro e i contro delle varie prospettive di
sviluppo.
Il nostro potenziale scientifico e tecnologico è molto inferiore
anche a quello dei nostri cugini francesi. Non dimentichiamoci
inoltre che in questi anni il nostro Paese ha visto fiorire molte
facoltà di Biotecnologia che si sono affiancate alle altre facoltà
scientifiche. Non è chiaro che cosa verrà insegnato agli studenti
che si iscriveranno a queste nuove facoltà se ogni volta che la
biotecnologia arriva alle soglie di qualche applicazione pratica se
ne blocca ogni ulteriore sviluppo. |