La fede di noi laiciIl Giubileo conferma la "voglia di credere": ma le idee forza per il
Duemila non si trovano solo all'ombra della croce Non chiediamo al Papa il nuovo decalogo |
| Ne abbiamo lette e sentite, in questi giorni, su
religione, laicità, Chiesa di Roma e altre Chiese, da quella
russo-ortodossa intenta alla preghiera per i poveri marinai del Kursk
e impegnata nel processo di canonizzazione dell'ultimo zar e della sua
famiglia, alle diverse confessioni e sette nordamericane che
aleggiano intorno ai candidati alla poltrona presidenziale degli States
nella loro gara a mostrarsi intemeratamente religiosi, ergo affidabili.
Il mastodontico raduno giubilare romano; la rinnovata o stensione
torinese del "sacro lino"; il raduno di Cl a Rimini, annunciato da
tempo con interviste d'attacco e dichiarazioni baldanzose; infine, su
altro piano, il dialogo su questo giornale di Giuliano Amato con uno
studioso che sul rapporto tra politica e religione medita da tempo,
Gian Enrico Rusconi: tutto ciò ha riempito il nostro carniere di
osservatori. Opportune sono giunte anche le precisazioni di Bobbio
(sempre sulla Stampa ) in merito al significato della laicità, e proprio
di qui vorrei prendere le mosse. Laico dunque non è, semplicemente,
il tollerante, colui che rispetta le fedi o le non fedi altrui, chi rinuncia
a priori a convincere i suoi interlocutori, colui che ripudia lo spirito
missionario; laico è, piuttosto, in primo luogo, colui che, pur
rispettando le fedi, tutte le fedi altrui, nutre fiducia essenzialmente
nella ragione: preciso, una fiducia critica, cioè consapevole dei limiti
dello strumento. È in fondo l'an tico, insanabile dissidio tra fede e
ragione: il laico rimane l'uomo della ragione. Ma vorrei aggiungere
un altro elemento, al ritratto del laico: egli può anche nutrire una
fede religiosa, ma nel "foro interiore": egli assegna alla religiosità
(che si traduca o meno in una religione positiva, istituzionale) uno
spazio rigorosamente limitato alla privatezza della propria anima. La
religione per il laico è un eventuale, possibile, fatto privato, mentre lo
spazio pubblico è soltanto quello della politica. E come si può
dimenticare che nella nostra tradizione culturale i "valori" laici
costituiscono un patrimonio di eccezionale ricchezza? Altro che Che
Guevara e Garibaldi, come spiritosamente ha creduto di sentenziare
qualcuno! Non mi pare si possa tranquillamente obliterare un
bagaglio intellettuale che comprende - nella sola età cristiana - nomi
come Spinoza e Hume, Kant e Voltaire o per fermarci al panorama
nazionale, Gramsci e Croce. Certo, qualcuno potrebbe ricordarci che
proprio quest'ultimo ebbe a scrivere un testo dal titolo emblematico:
Perché non possiamo non dirci cristiani . Tuttavia l'affermazione
crociana, in realtà, lungi dall'essere una rinuncia o un
ridimensionamento della "fede" laica e razionale, ne costituiva una
rivendicazione orgogliosa, alla luce della consapevolezza della
nobiltà di quella tradizione che, a ben vedere, si era intimamente
irrobustita proprio dal confronto, dall'incontro e anche dallo scontro
con il Cristianesimo. In Croce, in quell'ultimo Croce, posto al
cospetto degli orrori della catastrofe europea, vibrava la razionale
coscienza dei limiti dell a ragione, davanti alla quale il messaggio
evangelico poteva essere un elemento aggiuntivo e correttivo insieme,
non già per abbandonare una tradizione di cui il filosofo napoletano
si sentiva pienamente erede, ma, appunto, per arricchirla e
rinsaldarla. Il messaggio che giungeva da quelle esperienze storiche
davanti a cui Croce scriveva quel testo rimaneva pur sempre in primo
luogo l'aureo motto "Il sonno della ragione genera mostri". Tutto ciò
non può essere archiviato, né svilito, come se le tenebre
dell'ignoranza, della miseria, del pregiudizio (tutte cause di guerra)
possano essere squarciate (soltanto) dalla luce della croce di Cristo,
magari portata da figuranti implacabilmente ripresi dalla tv di Stato
(quanto opportune, in proposito, le dolenti parole di un cristiano
critico come Carlo Bo sul Corriere della Sera !), quella croce
"suggestivamente illuminata" per la diretta televisiva, e supportata,
in loco, da due-milioni-due di giovani plaudenti che osannano al
papa-superstar. Non è questa la sede per un bilancio della figura e
del ruolo di Karol Wojtyla, un papa che da una parte condanna il
capitalismo gaudente e povero di spirito, dall'altra ha fatto della lotta
al comunismo il filo conduttore della sua azione; quel papa che parla
nobili parole di pace, e per la pace ha compiuto gesti importanti,
dopo aver contribuito allo scatenamento dei terribili conflitti
etnico-religiosi tra i popoli della Jugoslavia; quel papa antimoderno
e capace di sfruttare al meglio tutte le risorse della modernità; quel
papa tutto politico, e forse persino post-cristiano, che sembra venire
dal fondo del Medioevo. Ebbene, al di là delle contraddizioni pur
gravi, su cui ben altre riflessioni saranno necessarie, è proprio così
vero che i valori di cui Giovanni Paolo II si fa sempre più clamoroso
portavoce siano quelli a cui guardare per il prossimo millennio? Ed è
proprio vero che in quel pacchetto di valori nulla possa essere
accostato al progetto storico della cultura laico-razionale? È così
vero che noi laici - mi richiamo in specie alla linea di pensiero
democratica, libertaria e di sinistra - dobbiamo andare a sc uola di
catechismo, per apprendere il significato di concetti come pace,
tolleranza, giustizia, eguaglianza, solidarietà e amore? È possibile
che solo all'ombra della croce siano depositate idee quali l'aiuto per i
deboli, la simpatia per gli umili, il rispetto per la diversità, il rifiuto
di considerare l'altro come mezzo? È accettabile che si dimentichi,
d'altro canto, che sotto le insegne crociate sono stati compiuti
autentici crimini contro l'umanità o che la Chiesa di Roma e le altre
Chiese hanno tollerato, quando non favorito o praticato, forme
gravissime di discriminazione, di intolleranza, di persecuzione? E i
perseguitati di ieri e di oggi, così come gli umiliati e gli offesi di ogni
tempo, non sono forse - alla luce stessa del Vangelo - altrettante
immagini del Cristo? Forse davanti alla rinnovata, crescente,
invadentissima "voglia di fede" che ci viene sbandierata da destra a
manca, chi crede, pur misuratamente, nella ragione (nel senso che
non dimentica Pascal e Rousseau, critici di una razionalità assoluta e
pretenziosa, fa i conti con Freud, che ci svela la pesantezza
dell'irrazionale, ma è disposto altresì a misurarsi con Cristo o con
Gandhi, e quanti altri ci abbiano invitato a meditare sull'amare prima
che sul pensare), invece di abbassare lo sguardo e chiedere, s
ommessamente, ai "credenti" la nuova "tavola dei valori", dovrebbe
innanzi tutto ricordarsi di averne una, che discende da secoli di
elaborazione e di esperienza, e che ha il solo limite di essere troppo
spesso gravemente disattesa. |