RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 2000
D'ORSI
La fede di noi laici
Il Giubileo conferma la "voglia di credere": ma le idee forza per il Duemila non si trovano solo all'ombra della croce
Non chiediamo al Papa il nuovo decalogo
Ne abbiamo lette e sentite, in questi giorni, su religione, laicità, Chiesa di Roma e altre Chiese, da quella russo-ortodossa intenta alla preghiera per i poveri marinai del Kursk e impegnata nel processo di canonizzazione dell'ultimo zar e della sua famiglia, alle diverse confessioni e sette nordamericane che aleggiano intorno ai candidati alla poltrona presidenziale degli States nella loro gara a mostrarsi intemeratamente religiosi, ergo affidabili.
Il mastodontico raduno giubilare romano; la rinnovata o stensione torinese del "sacro lino"; il raduno di Cl a Rimini, annunciato da tempo con interviste d'attacco e dichiarazioni baldanzose; infine, su altro piano, il dialogo su questo giornale di Giuliano Amato con uno studioso che sul rapporto tra politica e religione medita da tempo, Gian Enrico Rusconi: tutto ciò ha riempito il nostro carniere di osservatori. Opportune sono giunte anche le precisazioni di Bobbio (sempre sulla Stampa ) in merito al significato della laicità, e proprio di qui vorrei prendere le mosse. Laico dunque non è, semplicemente, il tollerante, colui che rispetta le fedi o le non fedi altrui, chi rinuncia a priori a convincere i suoi interlocutori, colui che ripudia lo spirito missionario; laico è, piuttosto, in primo luogo, colui che, pur rispettando le fedi, tutte le fedi altrui, nutre fiducia essenzialmente nella ragione: preciso, una fiducia critica, cioè consapevole dei limiti dello strumento. È in fondo l'an tico, insanabile dissidio tra fede e ragione: il laico rimane l'uomo della ragione. Ma vorrei aggiungere un altro elemento, al ritratto del laico: egli può anche nutrire una fede religiosa, ma nel "foro interiore": egli assegna alla religiosità (che si traduca o meno in una religione positiva, istituzionale) uno spazio rigorosamente limitato alla privatezza della propria anima. La religione per il laico è un eventuale, possibile, fatto privato, mentre lo spazio pubblico è soltanto quello della politica. E come si può dimenticare che nella nostra tradizione culturale i "valori" laici costituiscono un patrimonio di eccezionale ricchezza? Altro che Che Guevara e Garibaldi, come spiritosamente ha creduto di sentenziare qualcuno! Non mi pare si possa tranquillamente obliterare un bagaglio intellettuale che comprende - nella sola età cristiana - nomi come Spinoza e Hume, Kant e Voltaire o per fermarci al panorama nazionale, Gramsci e Croce. Certo, qualcuno potrebbe ricordarci che proprio quest'ultimo ebbe a scrivere un testo dal titolo emblematico: Perché non possiamo non dirci cristiani . Tuttavia l'affermazione crociana, in realtà, lungi dall'essere una rinuncia o un ridimensionamento della "fede" laica e razionale, ne costituiva una rivendicazione orgogliosa, alla luce della consapevolezza della nobiltà di quella tradizione che, a ben vedere, si era intimamente irrobustita proprio dal confronto, dall'incontro e anche dallo scontro con il Cristianesimo. In Croce, in quell'ultimo Croce, posto al cospetto degli orrori della catastrofe europea, vibrava la razionale coscienza dei limiti dell a ragione, davanti alla quale il messaggio evangelico poteva essere un elemento aggiuntivo e correttivo insieme, non già per abbandonare una tradizione di cui il filosofo napoletano si sentiva pienamente erede, ma, appunto, per arricchirla e rinsaldarla. Il messaggio che giungeva da quelle esperienze storiche davanti a cui Croce scriveva quel testo rimaneva pur sempre in primo luogo l'aureo motto "Il sonno della ragione genera mostri". Tutto ciò non può essere archiviato, né svilito, come se le tenebre dell'ignoranza, della miseria, del pregiudizio (tutte cause di guerra) possano essere squarciate (soltanto) dalla luce della croce di Cristo, magari portata da figuranti implacabilmente ripresi dalla tv di Stato (quanto opportune, in proposito, le dolenti parole di un cristiano critico come Carlo Bo sul Corriere della Sera !), quella croce "suggestivamente illuminata" per la diretta televisiva, e supportata, in loco, da due-milioni-due di giovani plaudenti che osannano al papa-superstar. Non è questa la sede per un bilancio della figura e del ruolo di Karol Wojtyla, un papa che da una parte condanna il capitalismo gaudente e povero di spirito, dall'altra ha fatto della lotta al comunismo il filo conduttore della sua azione; quel papa che parla nobili parole di pace, e per la pace ha compiuto gesti importanti, dopo aver contribuito allo scatenamento dei terribili conflitti etnico-religiosi tra i popoli della Jugoslavia; quel papa antimoderno e capace di sfruttare al meglio tutte le risorse della modernità; quel papa tutto politico, e forse persino post-cristiano, che sembra venire dal fondo del Medioevo. Ebbene, al di là delle contraddizioni pur gravi, su cui ben altre riflessioni saranno necessarie, è proprio così vero che i valori di cui Giovanni Paolo II si fa sempre più clamoroso portavoce siano quelli a cui guardare per il prossimo millennio? Ed è proprio vero che in quel pacchetto di valori nulla possa essere accostato al progetto storico della cultura laico-razionale? È così vero che noi laici - mi richiamo in specie alla linea di pensiero democratica, libertaria e di sinistra - dobbiamo andare a sc uola di catechismo, per apprendere il significato di concetti come pace, tolleranza, giustizia, eguaglianza, solidarietà e amore? È possibile che solo all'ombra della croce siano depositate idee quali l'aiuto per i deboli, la simpatia per gli umili, il rispetto per la diversità, il rifiuto di considerare l'altro come mezzo? È accettabile che si dimentichi, d'altro canto, che sotto le insegne crociate sono stati compiuti autentici crimini contro l'umanità o che la Chiesa di Roma e le altre Chiese hanno tollerato, quando non favorito o praticato, forme gravissime di discriminazione, di intolleranza, di persecuzione? E i perseguitati di ieri e di oggi, così come gli umiliati e gli offesi di ogni tempo, non sono forse - alla luce stessa del Vangelo - altrettante immagini del Cristo? Forse davanti alla rinnovata, crescente, invadentissima "voglia di fede" che ci viene sbandierata da destra a manca, chi crede, pur misuratamente, nella ragione (nel senso che non dimentica Pascal e Rousseau, critici di una razionalità assoluta e pretenziosa, fa i conti con Freud, che ci svela la pesantezza dell'irrazionale, ma è disposto altresì a misurarsi con Cristo o con Gandhi, e quanti altri ci abbiano invitato a meditare sull'amare prima che sul pensare), invece di abbassare lo sguardo e chiedere, s ommessamente, ai "credenti" la nuova "tavola dei valori", dovrebbe innanzi tutto ricordarsi di averne una, che discende da secoli di elaborazione e di esperienza, e che ha il solo limite di essere troppo spesso gravemente disattesa.
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