RASSEGNA STAMPA

20 AGOSTO 2000
MAURIZIO FERRARIS
La leggenda di Nietzsche
Grande filosofo o geniale scrittore? Un bilancio a cento anni dalla morte, avvenuta il 25 agosto del 1900
In questa casa / Federico Nietzsche/ conobbe la pienezza dello spirito che tenta l'ignoto / la volontà di dominio/che suscita l'eroe // qui / ad attestare l'alto destino / e il genio / scrisse "Ecce homo" / libro della sua vita // a ricordo / delle ore creatrici / primavera autunno:1888/ nel I centenario della nascita / la città di Torino /pose / 15 ottobre 1944 a. XXII e.g.". Questa lapide, incisa in giorni grami, la leggiamo ancor oggi, all'angolo di Piazza Carlo Alberto, sotto la casa in cui Nietzsche era impazzito nel gennaio 1889. Il professore di filologia in pensione, a quarantaquattro anni, soccombeva a una malattia, e probabilmente anche alla crisi della mezza età; ma è a quel punto che entrava nell'immortalità (avrebbe forse detto l'autore della lapide), o, almeno, in un mito, coltivato non solo in tempi sospetti, ma anche, in altri, insospettabili, e già iniziati proprio in quel 1944. Quell'amo, infatti, c'è stato un momento in cui, complice la geopolitica, i due miti si sono sfiorati, visto che nella Parigi di fresco liberata Georges Bataille scriveva, in Sur Nietzsche, che il superuomo non era un politico, che profetizzava delle cose inattuabili, che dunque tutto quello che si era fatto in suo nome era sbagliato, e che quanto aveva scritto andava letto in un altro modo. Incominciava così il lungo dopoguerra di Nietzsche, durato sin quasi al centenario della morte, avvenuta il 25 agosto 1900, "verso mezzogiorno", come talora si precisa, di nuovo con un tocco di mito, e celebrata, allora, da 440 spaventosi versi di D'Annunzio.
Le opzioni di base sono state tre. La prima è consistita nel mettere Nietzsche all'indice, e questo è avvenuto soprattutto, come era prevedibile, in Germania. La seconda si è impegnata a sostenere che il fatto non sussiste, che Nietzsche non ha mai scritto (o pensato) il politicamente scorretto che gli viene addebitato, e che risulta da manipolazioni interessate degli eredi. La terza, infine, è consistita nel sostenere che Nietzsche quelle cose le aveva scritte per davvero, ma che bisognava interpretarle altrimenti. Insomma, per ogni testo rilevante sono apparse le tre strategie fondamentali: la censura, il metodo storico-grammaticale, il metodo allegorico.
Come la lapide di Torino e il libro di Bataille, le tre vie non si sono escluse a vicenda, anche se delle incongruenze finivano per esserci. La più lampante mi pare che sia stata questa. I fautori del metodo allegorico si sono prevalentemente appoggiati, specie in Italia, all'interpretazione offerta da Heidegger, in corsi e seminari tenuti nella seconda metà degli anni Trenta e nei primi anni Quaranta, ma pubblicati solo nel 1961.Qui Nietzsche diventava il pensatore terminale della metafisica, quello che faceva i conti con duemilacinquecento anni di storia del pensiero, e insieme ci invitava a liberarcene; il ché, dopo il '68, poteva prendere l'aria di un'emancipazione alla Marcuse, come di fatto avvenne, attraverso l'istituzione della triade Nietzsche-Freud-Marx, dove Nietzsche interveniva, insieme a Freud, a correggere il moralismo di Marx, e a ricordare che se l'uomo non vive di solo pane, figuriamoci poi il superuomo. Colli e Montinari, invece, che a Weimar curavano per Adelphi l'edizione critica, erano avversi alla interpretazione heideggeriana, nata sui testi pubblicati dall'Archivio Nietzsche gestito dalla sorella, che all'Archivio, una volta, aveva ricevuto anche Hitler; così, ad esempio, Montinari, in Che cosa ha veramente detto Nietzsche (Roma, Ubaldini 1975, pagg. 142), dice chiaro e tondo che Heidegger approvò "almeno temporaneamente e ufficialmente" "l'annessione di Nietzsche al terzo Reich", e che i migliori scritti su Nietzsche in questo periodo sono opera di avversari del nazismo". E' difficile stabilire in che cosa esattamente possa consistere una tale annessione; e lo è ancor più concludere che furono gli avversari del nazismo fossero i migliori interpreti di Nietzsche. Tuttavia, quando, nel 1994, il Nietzsche di Heidegger è uscito in edizione italiana da Adelphi, si è detto che senza l'azione Colli-Montinari non si sarebbe potuto capire Nietzsche, ma che quello che l'aveva capito meglio era proprio Heidegger.
Non è il solo paradosso. Una volta esorcizzati gli spettri incongrui del nazismo - che non aveva certo bisogno di Nietzsche per fare quello che ha fatto -, un modo per interpretarlo è stato di vedere in lui un filosofo della storia, un critico della cultura e, in fin dei conti, l'inventore di una neo-religione, che dal cristianesimo traeva l'idea che il mondo è in cammino verso lo spirito (cioè verso il nulla), senza peraltro recepire i vincoli della morale cristiana. E così è andata nella confluenza tra nichilismo, ermeneutica e postmoderno, che si è messa al riparo di Nietzsche come teorico della dottrina secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, e il mondo vero è diventato una favola. Convergenza legittima, sì, perché Nietzsche si volle fondatore di una nuova fede (senza sapere che avrebbe anche integrato fedi vecchie: l'autunno scorso, il Cardinale Ratzinger ha citato l'eterno ritorno fra i possibili modi per intendere l'immortalità cristiana). Ma anche piuttosto sorprendente, perché in Sull'utilità e il danno della storia per la vita aveva notoriamente biasimato la mania ottocentesca (e di fatto canonizzata nel postmoderno) di ridurre tutto a storia, cioè anche a una mascherata di interpretazioni. Così, di fronte a tante acrobazie, la prima tentazione è abbracciare il partito di Bertrand Russell, che nella sua Storia della filosofia occidentale sosteneva che Nietzsche non ha scoperto un bel niente in ontologia o in teoria della conoscenza, che il suo significato sta tutto nell'etica dove il superuomo è un Sigfrido che conosce il greco, di modo che - conclude Russell - la filosofia nietzschiana è quella di Re Lear sulle soglie della pazzia, quando minaccia "Non so ancora quello che farò, ma sarà tale da sbigottire la terra". Per quanto forte, tuttavia, la tentazione non è giustificata.
Prima di tutto perché non è affatto chiaro in che senso Nietzsche sarebbe un riformatore della morale.
Quanto all'immoralismo e al fisiologismo (la "chimica delle idee e dei sentimenti"), i suoi amici erano infastiditi, per esempio, dall'influsso che aveva esercitato su di lui, proprio in questa materia, Paul Rée; e quel Max Nordau che nel 1896, in Degenerazione, avrebbe fatto di Nietzsche l'emblema delle nevrastenie degli uomini di genio, aveva enunciato, nel 1883, in Le menzogne convenzionali della nostra civiltà, tesi che non sfigurebbero affatto nella Genealogia della morale. Quanto poi all'amor fati, non solo Nietzsche si richiama espressamente alla visione greca del mondo, ma soprattutto si tratta quasi di un proverbio. A Silvaplana, dove Nietzsche avrebbe avuto la visione dell'eterno ritorno, che è poi un ingrediente fondamentale dell'amor fati ("questo fu la vita? Orsù, viviamola ancora!"), ho letto nel 1993, sulla soglia di una casa (è un uso del luogo) il seguente motto in ladino: "Tieu destin tú poust amer e perfin sch'el es amer". Non pretendo che Nietzsche lo avesse copiato da lì, ma mi sembra anche arduo sostenere che il padrone di casa lo avesse tratto dallo Zarathustra; perché, in effetti, qui siamo al livello del "chi si contenta gode". Il fatto è che il proverbio di Sílvaplana e l'immoralismo e il fisiologismo alla Nordau o alla Mantegazza acquistano tutto un altro sapore se associati a una vita romantica (e poi largamente romanzata) come quella di Nietzsche.
Se tuttavia sospendiamo il romanzesco della follia e dell'aquila inquieta, e il non romanzesco ma non pertinente del terzo Reich, troviamo in Nietzsche almeno due tesi anche gnoseologiche e ontologiche. Sono la volontà di potenza e l'eterno ritorno, e su questo vige un largo consenso che smentisce sia l'affermazione tranciante di Russell, sia la tesi (tanto diffusa presso gli esegeti nietzschiani) secondo cui a Nietzsche, del sapere, specie se positivo, non gliene importava un fico. Ora, è proprio qui che la filologia si rivela davvero utile, per una sorta di eterogenesi dei fini. Perché, ad andare a guardare negli inediti, non si trovano certo le tracce di una distorsione o falsificazione ideologica, se non altro perché le sparate peggiori, come l'elogio della guerra e della schiavitù, Nietzsche le aveva fatte in opere pubblicate in vita (cosciente). Però a guardare tra le carte, a frugare nella biblioteca (seguendo del resto una tendenza già avviata dall'Archivio Nietzsche) si corregge la deplorevole tendenza nietzschiana a occultare le fonti, rintracciate le quali risulta che (tolto Schopenhauer e in modica quantità Kant, oltre che quegli antichi conosciuti come filologo classico) Nietzsche la filosofia la apprese non per lettura di prima mano né, per scienza infusa come suppone Heidegger -, bensì, in larga misura, da sillogi e da compendi storici, o da opere di contemporanei grandi, minori o minimi.
La conoscenza con l'epoca e le letture di riporto non sono necessariamente un male, però fanno crollare un'ala del mausoleo dell'Unico e dell'Onnisciente. Visto che poi l'epoca è quella del positivismo, casca però anche l'altra ala, quella del Critico della Scienza. A guardar bene, infatti, si trovano anche altre fonti della filosofia di Nietzsche che, di nuovo, non sono né ParmenideLeibniz, ma spesso opere di scienziati, e questo in modo non accidentale, ma costitutivo. D'altra parte, a che o a chi poteva rivolgersi Nietzsche per fondare le proprie teorie? Per restare ai casi più noti e vistosi, la Volontà di potenza deve molto agli scritti di un biologo come Wilhelm Roux, e alla sua opera del 1881 sulla lotta delle parti nell'organismo, così come l'eterno ritorno nasce dal dibattito allora acceso intorno al secondo principio della termodinamica: se il mondo muore per collasso termico, allora è anche nato, con un avallo al cristianesimo che Nietzsche voleva evitare.
L'ho fatta lunga, e bisogna trarre una morale. Nietzsche come Camus e certo con più frecce al suo arco, è un philosophe des classes terminales, non c'è niente di male, purché non ci si lasci sedurre dal mito facendone, oltre ogni ragionevole argomento, un fuoriclasse.
Non sappiamo che cosa sarebbe successo se Wilhelm Wundt fosse finito in manicomio e se - a torto o a ragione - i suoi scritti si fossero associati a nuove religioni e a circostanze storiche nibelungiche, perché nessuno avrebbe avuto la pazienza di leggere le oltre cinquantamila pagine dei suoi libri e articoli, per giunta tutti editi. Però è difficile togliersi dalla testa che la canonizzandone di Nietzsche deve molto al culto moderno del maledettismo in filosofia e (paradossalmente ma non troppo) al tentativo postmoderno di ammansire quel maledettismo, trasformando l'enfant terrible in enfant gaté. Se viceversa lo leggiamo non al crepuscolo e senza idoli, Nietzsche non appare particolarmente originale, visto che la maggior parte delle sue tesi trova uno svolgimento, in genere più coerente e di prima mano, presso altri autori: la Volontà di potenza nei biologi, l'eterno ritorno nei cosmologi e nei fisici, il fenomenismo in Mach eccetera.
Come si mettono insieme Zarathustra e il lettore di Afrikan Spir? E, soprattutto, il positivista e il padre di tutti i continentali? E qui, mi pare, c'è il bello. Solo un filosofo persuaso del fatto che sussista una continuità di fondo fra la struttura della materia e il mondo quale ci appare sotto mano, cioè solo chi - scientísticamente - sia incline a commettere l'errore di credere che la fisica o la chimica, e i loro paradigmi in costante mutamento, siano realmente una descrizione di ciò che ci appare nell'esperienza quotidiana, avrebbe potuto assumere come principio filosofico generale, valido anche per tavoli e sedie, la tesi secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni. Altro che i futili paradossi del nichilismo, per cui l'uomo, cercando enfaticamente il Significato dell'Esistenza, non lo trova, e prima si affligge (nichilismo reattivo) e poi si consola (nichilismo attivo). Qui il paradosso è serio e anche un po' funesto, perché, per l'appunto, il relativismo connaturato alla scienza - e, nel suo campo, legittimo viene indebitamente trasposto nell'esperienza, e si. presenta come tanto più forte in quanto sembra fondato non sul guazzabuglio del cuore umano, bensì sulla struttura obiettiva (e invisibile a occhio nudo) della materia. Se poi si aggiunge che la volontà di sapere è equiparata alla smania vitale dei gasteropodi e delle amebe, abbiamo il Dottor Stranamore, e un mondo trasformato in un film dell'orrore, per cui "non esistono fatti, solo interpretazioni" apparirà davvero come una sentenza liberatoria, ma solo nel senso, in fondo deludente, di "abbiamo scherzato".
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Storia della filosofia