RASSEGNA STAMPA

19 AGOSTO 2000
CHIARA FRUGONI
Quando il potere discendeva da Dio
Una raccolta di saggi sul pensiero politico medievale
"Il bene non abita nella carne" aveva sentenziato san Paolo; per Ambrogio e Girolamo il sesso e il matrimonio erano una conseguenza perversa del peccato originale; per Agostino l'uomo, dopo la Caduta, era diventato antisociale, pronto a fare la guerra, ad uccidere, aggressivo e debole insieme. Questo fosco quadro della città terrena descritta da Agostino fa da sfondo a tutto il pensiero politico medioevale.
Per molti secoli, la società, intrisa della "libidine del potere", sarà "sorvegliata con attenzione e timore e consigliata con debole speranza, dai Padri, dai papi, dai filosofi e dai giuristi": così scrive Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, nella premessa di Il pensiero politico medievale (Laterza, pagg. 264, lire 45.000). Si comprende quindi che il grande tema in discussione sia stato se il potere, pacificamente accettato come proveniente da Dio, discendesse sul sovrano e sul pontefice o fosse dal secondo delegato al primo.
Anche chi si preoccupava del benessere materiale della società sotto la benefica influenza aristotelica, vedeva la storia come un lungo cammino orientato verso il cielo. Ruggero Bacone nel XIII secolo poteva scrivere, con ottimismo felicemente dissonante, fiducioso nella futura efficienza della società cristiana, vicina a riconnettersi al regno di Dio: "E' possibile costruire macchine per la navigazione senza rematori per cui un uomo solo potrà far muovere sui mari navi grandissime...".
Il concetto del potere divino delegato agli uomini viene modulato variamente a seconda dei luoghi dove il potere umano è esercitato o comunque teorizzato (corte del re e dell'imperatore, curia papale, università, monasteri e conventi), flebilmente messo in discussione da un dissenso religioso, subito bollato come eretico e isolato. Saranno però il rapporto feudale che esige una parità almeno formale fra i due contraenti, l'evolversi delle istituzioni con la nascita del Comune e del cittadino, la riscoperta del diritto romano operata dal pensiero giuridico delle università, a rendere sempre più mosso il quadro della riflessione teorica e più ampio lo scontro reale fra i vari centri di potere, fino a quando, nel Trecento, vedremo farsi strada una concezione ascendente del potere. E' il popolo, secondo Guglielmo Ockham, che riceve "da Dio la facoltà di scegliersi un sovrano che governi avendo come fine il bene comune".
Il volume, frutto di anni di lavoro, è opera a più mani e quattro capitoli sono autonomamente scritti da Mario Conetti e Stefano Simonetta: questo ha portato a distillare pagine dense ed informate, rese più ariose da citazioni di passi (assenti purtroppo nei due capitoli del Simonetta): interessanti e nuove le parti dedicate al consenso, alla rappresentanza, e alle reazioni suscitate dalla difesa della povertà francescana. Oltre ad una ampia bibliografia, una raccolta di profili biografici aiutano il lettore a muoversi con disinvoltura in un argomento abbastanza complicato, reso più accessibile da chiarezza e obiettività espositive.
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vedi anche
Filosofia (e) politica