Quando il potere
discendeva da Dio| Una raccolta di saggi
sul pensiero politico medievale |
| "Il bene non abita nella carne" aveva
sentenziato san Paolo; per Ambrogio e
Girolamo il sesso e il matrimonio erano
una conseguenza perversa del peccato
originale; per Agostino l'uomo, dopo la
Caduta, era diventato antisociale, pronto a
fare la guerra, ad uccidere, aggressivo e
debole insieme. Questo fosco quadro della
città terrena descritta da Agostino fa da
sfondo a tutto il pensiero politico
medioevale.
Per molti secoli, la società, intrisa della
"libidine del potere", sarà "sorvegliata con
attenzione e timore e consigliata con
debole speranza, dai Padri, dai papi, dai
filosofi e dai giuristi": così scrive
Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri,
nella premessa di Il pensiero politico
medievale (Laterza, pagg. 264, lire
45.000). Si comprende quindi che il grande
tema in discussione sia stato se il potere,
pacificamente accettato come proveniente
da Dio, discendesse sul sovrano e sul
pontefice o fosse dal secondo delegato al
primo.
Anche chi si preoccupava del benessere
materiale della società sotto la benefica
influenza aristotelica, vedeva la storia
come un lungo cammino orientato verso il
cielo. Ruggero Bacone nel XIII secolo
poteva scrivere, con ottimismo felicemente
dissonante, fiducioso nella futura
efficienza della società cristiana, vicina a
riconnettersi al regno di Dio: "E' possibile
costruire macchine per la navigazione
senza rematori per cui un uomo solo potrà
far muovere sui mari navi grandissime...".
Il concetto del potere divino delegato agli
uomini viene modulato variamente a
seconda dei luoghi dove il potere umano è
esercitato o comunque teorizzato (corte del
re e dell'imperatore, curia papale,
università, monasteri e conventi),
flebilmente messo in discussione da un
dissenso religioso, subito bollato come
eretico e isolato. Saranno però il rapporto
feudale che esige una parità almeno
formale fra i due contraenti, l'evolversi
delle istituzioni con la nascita del Comune
e del cittadino, la riscoperta del diritto
romano operata dal pensiero giuridico
delle università, a rendere sempre più
mosso il quadro della riflessione teorica e
più ampio lo scontro reale fra i vari centri
di potere, fino a quando, nel Trecento,
vedremo farsi strada una concezione
ascendente del potere. E' il popolo,
secondo Guglielmo Ockham, che riceve
"da Dio la facoltà di scegliersi un sovrano
che governi avendo come fine il bene
comune".
Il volume, frutto di anni di lavoro, è opera
a più mani e quattro capitoli sono
autonomamente scritti da Mario Conetti e
Stefano Simonetta: questo ha portato a
distillare pagine dense ed informate, rese
più ariose da citazioni di passi (assenti
purtroppo nei due capitoli del Simonetta):
interessanti e nuove le parti dedicate al
consenso, alla rappresentanza, e alle
reazioni suscitate dalla difesa della povertà
francescana. Oltre ad una ampia
bibliografia, una raccolta di profili
biografici aiutano il lettore a muoversi con
disinvoltura in un argomento abbastanza
complicato, reso più accessibile da
chiarezza e obiettività espositive. |