RASSEGNA STAMPA

17 AGOSTO 2000
MARCELLO STAGLIENO
La cultura della morte
Richiama immediatamente alla memoria l'agghiacciante film "I ragazzi venuti dal Brasile" la decisione del governo britannico di legalizzare, a breve, la clonazione umana. In quel film di trent'anni fa, tratto dall'omonimo best-seller di Itina Devin, il cacciatore di nazisti Simon Wiesental (interpretato da un memorabile sir Laurence Ohvier) riesce ad avere la meglio sul famigerato dottor Mengele (Gregory Peck) che, sfuggito nell'immediato dopoguerra in Amazzonia, vi aveva clonato in una clinica - portando con sé da Berlino cellule del Führer - una mezza dozzina di piccoli Adolf Hitler. Affermare che le esternazioni di Tony Blair a favore della clonazione possano corrispondere agli esperimenti del dottor Mengele (intendo quelli da lui realmente davvero effettuati ad Auschwitz sulle cellule) può apparire una grossa forzatura. E, in buona parte, probabilmente lo è.
Eppure muove da un'analoga "cultura della morte" che sembra sempre più caratterizzare il processo di secolarizzazione in cui siamo immersi, come già da tempo denunziato sia da Giovanni Paolo II nella recente enciclica Evangelium Vitae, sia dalle più alte gerarchie ecclesiali. E' ben vero che la clonazione delle cellule umane oppure dell'embrione, a quanto sostengono gli esperti d'ingegneria genetica, sarebbe in grado di apportare risultati prodigiosi vincendo malattie altrimenti incurabili, attraverso interventi sul Dna tali da poter giungere a vere e proprie "fabbriche d'organi": grazie alle quali sarebbe per esempio possibile, evitando ogni "rigetto", trapiantare per intero un midollo osseo oppure un cuore affetto da malformazioni congenite o comunque malato. Tutto questo è senza dubbio lodevolissimo, e sembra appartenere a una "cultura della vita" che in realtà tale, del tutto, non è. Essa sembra celare infatti quella "cultura della morte" che muove proprio da una sorta di disprezzo per la vita, promosso da quanti in Italia plaudono all'aborto (diventato con la 194 una legge dello Stato) e alla legalizzazione delle droghe e, a un tempo, non tutelano l'embrione. In un "disprezzo" qui da noi addirittura manifestato in Parlamento, nella tarda primavera del 1998, attraverso un disegno di legge - fortunosamente bloccato dalle opposizioni - il quale prevedeva il potenziale "sterminio" di embrioni congelati in attesa di un impianto, intendo all'interno di un utero, che forse non sarebbe mai avvenuto. Qui non si tratta di contravvenire a un ambito religioso, violando regole che certo - di fronte alla proposta avanzata, sia pure in nome della Scienza e del Progresso, dal laburista e ultralaico governo di Sua Maestà Britannica sarà soprattutto la Chiesa cattolica a voler fermamente ribadire.
"Fabbricare organi" da cellule viventi o da un embrione travalica infatti ogni confine dello stesso diritto naturale, portando in sé un sostanziale "disprezzo per la persona" (perché proprio scientificamente si è stabilito che l'uomo è "persona" in ogni sua cellula fin dal primo istante del concepimento), evocando le ombre di Faust e di Mefisto ma anche quella, del "Frankenstein" di Mary Shelley e infine quella, ancora più agghiacciante, proprio del dottor Mengele.
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