RASSEGNA STAMPA

17 AGOSTO 2000
GIUSEPPE LEONELLI
Tutti i mercoledì in casa Freud
I verbali delle famose riunioni raccolti in un volume a cura di Mario Lavagetto
Nel 1902, dopo un lungo isolamento, Freud cominciò ad essere circondato dai primi discepoli. Ai primi quattro (Stekel, Reitler, Kahane, Adler) ben presto si aggiunsero molti altri, anche non medici, alcuni dei quali, come Jung, Rank, Ferenczi, Reik e Abraham, avrebbero avuto grande importanza per l'elaborazione successiva e la diffusione della psicoanalisi. Freud riceveva il gruppo, del quale da un certo momento in poi avrebbe fatto parte anche il dottor Weiss, pioniere della psicoanalisi in Italia, dapprima a casa sua, il mercoledì pomeriggio, poi, a partire dal 1910, in una sede apposita.
Dal 1908 quella che era stata battezzata con un nome quasi scherzoso "Società psicologica del mercoledì" si trasformò in una fondazione ufficiale, la "Società psicoanalitica di Vienna". Le riunioni, incentrate sui più vari temi d'interesse psicoanalitico, sfociavano non di rado in discussioni, anche accese. Freud ascoltava tutti con la massima attenzione, anche se spettava a lui la parola definitiva. A partire dal 1906, tutti i dibattiti furono verbalizzati da Otto Rank. Ne risultò un complesso di manoscritti pubblicati solo molti anni dopo, prima in traduzione, in America, tra il 1962 e il 1975, e quindi tra il 1976 e il 1981 in Germania.
Un posto importante negli incontri del mercoledì ebbero fin dall'inizio le dissertazioni su temi artistici, letterari, filosofici e linguistici, non di rado promossi dallo stesso Freud, che si andava preparando all'estensione, evidente soprattutto negli ultimi anni della sua vita, della psicoanalisi da metodo clinico a Weltanschauung. I verbali di questi particolari dibattiti, raccolti in un'antologia tematica, sono disponibili in italiano nel volume Palinsesti freudiani. Arte letteratura e linguaggio nei verbali della società psicoanalitica di Vienna.
1906-1918
, a cura e con prefazione di Mario Lavagetto (Bollati Boringhieri, pagg. 295, lire 85.000).
Si tratta di materiale di particolare interesse storico: possiamo considerarlo, per la maggior parte, come l'incunabolo di quella che verrà in seguito definita critica psicoanalitica, ovvero una disciplina nata dall'estensione della psicoanalisi alla critica letteraria, contro l'opinione dello stesso Freud, che considerava i propri saggi su artisti e scrittori non più che contributi psicologici. Per molti anni essa avrebbe entusiasmato, sconcertato e respinto per il suo forte odore di zolfo, lo stesso che sembrava emanare la psicoanalisi nel suo complesso. Malgrado la vigile autorità di Freud, il capo riconosciuto, sempre incline alla cautela, i discepoli riuniti il mercoledì si producevano nelle più ardite diagnosi.
Il vecchio metodo biografico, la comparazione tra vita e opere di uno scrittore, riattivandosi in chiave psicoanalitica, sembrava risorgere a nuova vita, con il risultato di aprire mondi ancora sconociuti. L'odio di Schiller per i tiranni, ad esempio, non appariva altro che una proiezione di quello per suo padre; Goethe, nel Werther, rivelava indubbiamente una fissazione incestuosa sulla figura della madre. Settimana dopo settimana gli scandagli dei nuovi interpreti pescavano nell'inconscio degli scrittori. Per Rank l'opera di Wedekind, l'autore di Risveglio di primavera, un'opera chiave della letteratura pre-espressionistica, denuncia nel suo complesso una sofferta "inferiorità genitale".
Alcune delle più fervide discussioni del 1908 hanno per oggetto la personalità di Nietzsche. Ne risultano conclusioni parziali e generali. Tra le prime il riconoscimento di una "disposizione originariamente "sadica", poi rimossa, come pulsione principale" dell'opera dello scrittore tedesco, la cui morale eroica si spiegherebbe con il fatto che era l'unico maschio della famiglia. Tra le seconde, l'opinione espressa da Sadger, uno degli adepti della prima ora, che "il filosofo nato è, per vocazione, un nevrotico ossessivo": esemplare, in questo senso, sarebbe il caso di Schopenhauer. L'analisi delle opere di Kleist rivelava per Reitler di volta in volta omosessualità, sadismo, disposizioni paranoidi e criminali. Sadger considerava lo scrittore tedesco "un tipico onanista"; Hitschmann pensava la stessa cosa di Gogol.
Freud aveva il suo da fare nell'ammonire che spesso "sono gli scrittori "non artistici" a mostrare nel modo più chiaro le cose che cerchiamo". Era proprio questo il punto.
Che differenza poteva esserci, per questo modo di leggere le opere, tra un grande scrittore e un qualunque scrivente? Lo stesso Freud aveva compiuto nel 1906 la sua analisi forse psicoanaliticamente più interessante su un testo di modesta qualità artistica, la Gradiva di Jensen. Per non dire del ricco materiale inconscio messo in luce in Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, pubblicato nel 1910, ma presentato in anteprima alle discussioni del mercoledì nel 1909: in seguito si sarebbe notato che la sottile interpretazione di Freud si basava su un errore di traduzione dall'italiano di un pensiero di Leonardo.
Sulla scia dei fervori iniziali, l'ermeneutica psicoanalitica, sperimentata sul nascere nelle riunioni viennesi, si sarebbe diffusa presto, più o meno avventurosa, avversata o corteggiata, in tutto il mondo. Quasi scontata l'inevitabilità e la ripetitività di certi riscontri. Basta dare un'occhiata, per limitarci alla letteratura italiana, a un libro farraginoso e discutibile come Letteratura e psicoanalisi di Michel David, che ha però il pregio di raccogliere un ricco materiale.
L'Edipo, evocato per Dante dagli interpreti psicoanalisti, rimbalza al "problema di madre" tipico di Leopardi e alla "paura d'abbandono" di Manzoni, la cui ammirazione per Napoleone si spiegherebbe, secondo il Weiss, come compensazione di un io fragile. Edipo anche in Pirandello e in Moravia e chissà in quanti altri.
Aveva dunque ragione Freud? La psicoanalisi è impotente di fronte all'opera d'arte in quanto tale? Il problema non sfuggiva ad un interprete informato e sottile come Giacomo Debenedetti, che, contrariamente alla vulgata che lo vuole psicoanalista letterario della prima ora, fece un uso nel complesso parco e tardivo del metodo freudiano, corroborato, per giunta, da forti influssi junghiani. Ma quello che soprattutto è tipico di Debenedetti nei momenti migliori è di assorbire la psicoanalisi, come tutte le altre componenti della sua vastissima cultura, che vanno dalla fisica all'antropologia, dall'economia alla filosofia, nel proprio immaginario e di offrirlo in tal modo come cassa di risonanza alle sollecitazioni dell'opera.
La psicoanalisi, insomma, sembra accettabile e produttiva come strumento d'interpretazione di testi artistici se s'incarna e metabolizza nella personalità del critico, trasformandosi in sensibilità e scrittura. Non ci dice nulla, di per sé, dell'opera in quanto tale. Ma può nutrire, come qualunque altra forma di sapere, chi saprà dircene. Non sono mancati i tentativi, dovuti a Francesco Orlando, di elaborare in un' ermeneutica letteraria rigorosa e soprattutto non tautologica i dati della cultura psicoanalitica. Il suo Lettura freudiana della Phédre, del 1971, resta tuttora uno dei più interessanti libri della saggistica, non solo italiana, del dopoguerra. Ma più che il metodo sembra funzionare l'assunzione in proprio del metodo. Come avviene, peraltro, per tutte le metodologie.
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Il mondo dell'uomo