Tutti i mercoledì
in casa Freud| I verbali delle famose riunioni raccolti in
un volume a cura di Mario Lavagetto |
| Nel 1902, dopo un lungo isolamento,
Freud cominciò ad essere circondato dai
primi discepoli. Ai primi quattro (Stekel,
Reitler, Kahane, Adler) ben presto si
aggiunsero molti altri, anche non medici,
alcuni dei quali, come Jung, Rank,
Ferenczi, Reik e Abraham, avrebbero avuto
grande importanza per l'elaborazione
successiva e la diffusione della
psicoanalisi. Freud riceveva il gruppo, del
quale da un certo momento in poi avrebbe
fatto parte anche il dottor Weiss, pioniere
della psicoanalisi in Italia, dapprima a casa
sua, il mercoledì pomeriggio, poi, a partire
dal 1910, in una sede apposita.
Dal 1908 quella che era stata battezzata
con un nome quasi scherzoso "Società
psicologica del mercoledì" si trasformò in
una fondazione ufficiale, la "Società
psicoanalitica di Vienna". Le riunioni,
incentrate sui più vari temi d'interesse
psicoanalitico, sfociavano non di rado in
discussioni, anche accese. Freud ascoltava
tutti con la massima attenzione, anche se
spettava a lui la parola definitiva. A partire
dal 1906, tutti i dibattiti furono
verbalizzati da Otto Rank. Ne risultò un
complesso di manoscritti pubblicati solo
molti anni dopo, prima in traduzione, in
America, tra il 1962 e il 1975, e quindi tra
il 1976 e il 1981 in Germania.
Un posto importante negli incontri del
mercoledì ebbero fin dall'inizio le
dissertazioni su temi artistici, letterari,
filosofici e linguistici, non di rado
promossi dallo stesso Freud, che si andava
preparando all'estensione, evidente
soprattutto negli ultimi anni della sua vita,
della psicoanalisi da metodo clinico a
Weltanschauung. I verbali di questi
particolari dibattiti, raccolti in un'antologia
tematica, sono disponibili in italiano nel
volume Palinsesti freudiani. Arte
letteratura e linguaggio nei verbali della
società psicoanalitica di Vienna.
1906-1918, a cura e con prefazione di
Mario Lavagetto (Bollati Boringhieri,
pagg. 295, lire 85.000).
Si tratta di materiale di particolare interesse
storico: possiamo considerarlo, per la
maggior parte, come l'incunabolo di quella
che verrà in seguito definita critica
psicoanalitica, ovvero una disciplina nata
dall'estensione della psicoanalisi alla
critica letteraria, contro l'opinione dello
stesso Freud, che considerava i propri saggi
su artisti e scrittori non più che contributi
psicologici. Per molti anni essa avrebbe
entusiasmato, sconcertato e respinto per il
suo forte odore di zolfo, lo stesso che
sembrava emanare la psicoanalisi nel suo
complesso. Malgrado la vigile autorità di
Freud, il capo riconosciuto, sempre incline
alla cautela, i discepoli riuniti il mercoledì
si producevano nelle più ardite diagnosi.
Il vecchio metodo biografico, la
comparazione tra vita e opere di uno
scrittore, riattivandosi in chiave
psicoanalitica, sembrava risorgere a nuova
vita, con il risultato di aprire mondi ancora
sconociuti. L'odio di Schiller per i tiranni,
ad esempio, non appariva altro che una
proiezione di quello per suo padre; Goethe,
nel Werther, rivelava indubbiamente una
fissazione incestuosa sulla figura della
madre. Settimana dopo settimana gli
scandagli dei nuovi interpreti pescavano
nell'inconscio degli scrittori. Per Rank
l'opera di Wedekind, l'autore di Risveglio
di primavera, un'opera chiave della
letteratura pre-espressionistica, denuncia
nel suo complesso una sofferta "inferiorità
genitale".
Alcune delle più fervide discussioni del
1908 hanno per oggetto la personalità di
Nietzsche. Ne risultano conclusioni
parziali e generali. Tra le prime il
riconoscimento di una "disposizione
originariamente "sadica", poi rimossa,
come pulsione principale" dell'opera dello
scrittore tedesco, la cui morale eroica si
spiegherebbe con il fatto che era l'unico
maschio della famiglia. Tra le seconde,
l'opinione espressa da Sadger, uno degli
adepti della prima ora, che "il filosofo nato
è, per vocazione, un nevrotico ossessivo":
esemplare, in questo senso, sarebbe il caso
di Schopenhauer. L'analisi delle opere di
Kleist rivelava per Reitler di volta in volta
omosessualità, sadismo, disposizioni
paranoidi e criminali. Sadger considerava
lo scrittore tedesco "un tipico onanista";
Hitschmann pensava la stessa cosa di
Gogol.
Freud aveva il suo da fare nell'ammonire
che spesso "sono gli scrittori "non artistici"
a mostrare nel modo più chiaro le cose che
cerchiamo". Era proprio questo il punto.
Che differenza poteva esserci, per questo
modo di leggere le opere, tra un grande
scrittore e un qualunque scrivente? Lo
stesso Freud aveva compiuto nel 1906 la
sua analisi forse psicoanaliticamente più
interessante su un testo di modesta qualità
artistica, la Gradiva di Jensen. Per non dire
del ricco materiale inconscio messo in luce
in Un ricordo d'infanzia di Leonardo da
Vinci, pubblicato nel 1910, ma presentato
in anteprima alle discussioni del mercoledì
nel 1909: in seguito si sarebbe notato che
la sottile interpretazione di Freud si basava
su un errore di traduzione dall'italiano di
un pensiero di Leonardo.
Sulla scia dei fervori iniziali, l'ermeneutica psicoanalitica, sperimentata
sul nascere nelle riunioni viennesi, si
sarebbe diffusa presto, più o meno
avventurosa, avversata o corteggiata, in
tutto il mondo. Quasi scontata
l'inevitabilità e la ripetitività di certi
riscontri. Basta dare un'occhiata, per
limitarci alla letteratura italiana, a un libro
farraginoso e discutibile come Letteratura
e psicoanalisi di Michel David, che ha però
il pregio di raccogliere un ricco materiale.
L'Edipo, evocato per Dante dagli interpreti
psicoanalisti, rimbalza al "problema di
madre" tipico di Leopardi e alla "paura
d'abbandono" di Manzoni, la cui
ammirazione per Napoleone si
spiegherebbe, secondo il Weiss, come
compensazione di un io fragile. Edipo
anche in Pirandello e in Moravia e chissà in
quanti altri.
Aveva dunque ragione Freud? La
psicoanalisi è impotente di fronte all'opera
d'arte in quanto tale? Il problema non
sfuggiva ad un interprete informato e
sottile come Giacomo Debenedetti, che,
contrariamente alla vulgata che lo vuole
psicoanalista letterario della prima ora,
fece un uso nel complesso parco e tardivo
del metodo freudiano, corroborato, per
giunta, da forti influssi junghiani. Ma
quello che soprattutto è tipico di
Debenedetti nei momenti migliori è di
assorbire la psicoanalisi, come tutte le altre
componenti della sua vastissima cultura,
che vanno dalla fisica all'antropologia,
dall'economia alla filosofia, nel proprio
immaginario e di offrirlo in tal modo come
cassa di risonanza alle sollecitazioni
dell'opera.
La psicoanalisi, insomma, sembra
accettabile e produttiva come strumento
d'interpretazione di testi artistici se
s'incarna e metabolizza nella personalità
del critico, trasformandosi in sensibilità e
scrittura. Non ci dice nulla, di per sé,
dell'opera in quanto tale. Ma può nutrire,
come qualunque altra forma di sapere, chi
saprà dircene. Non sono mancati i tentativi,
dovuti a Francesco Orlando, di elaborare in
un' ermeneutica letteraria rigorosa e
soprattutto non tautologica i dati della
cultura psicoanalitica. Il suo Lettura
freudiana della Phédre, del 1971, resta
tuttora uno dei più interessanti libri della
saggistica, non solo italiana, del
dopoguerra. Ma più che il metodo sembra
funzionare l'assunzione in proprio del
metodo. Come avviene, peraltro, per tutte
le metodologie. |