Sul pensiero "corto"| Per guardare lontano ascoltate i vostri geni |
| E' difficile dire cose nuove e non banali a proposito di
cultura e innovazione in un paese nel quale di entrambe, ma
soprattutto di cultura, si parla anche troppo. Ma ci voglio
provare. Ci voglio provare scrivendo da una spiaggia assolata e
in pieno clima estivo. Lo farò prendendo spunto da un articolo
di Armando Torno ( Corriere , 11 agosto), che
provocatoriamente ha sostenuto su queste pagine che non ha più
senso parlare di cultura e che nella moderna, convulsa società
dell'ipercompetitività, vige ormai solo una forma di pensiero
corto da affiancare all'ormai accettato pensiero debole. Fingendo
di non cogliere il tono provocatorio dell'articolo e la sua struttura
paradossale, vorrei sostenere con candore ma con fermezza che
della cultura, della vera cultura, non si può fare a meno, oggi
come ieri o forse oggi ancor più di ieri. Per sostenere questa tesi
porterò un argomento di natura biologica. Si usano spesso
argomenti tratti dalla biologia evoluzionistica per affermare che la
natura è spietata e promuove e premia sempre e soltanto il più
forte, quello più privo di scrupoli e, in ultima analisi, il più
opportunista. Anche l'articolo al quale mi riferisco fa le viste di
sostenere che, nella società di oggi, hanno senso solo strategie di
breve periodo tese a procurarsi un vantaggio immediato e che
prescindano da un retaggio culturale e da una tradizione di più
ampio respiro. Il fatto è che, accanto ad una strategia di breve
periodo, che si conforma certamente ai principî suesposti,
nell'evoluzione dei viventi esiste anche una strategia di lungo o
lunghissimo periodo, più difficile da cogliere ma nondimeno
essenziale per la sopravvivenza e l'evoluzione della vita nel suo
complesso.
Molte specie e future specie evolvono nell'ombra, al riparo dalla
luce accecante e in un certo senso distorcente della competizione.
Parallelamente alla travolgente espansione dei batteri unicellulari,
alcune cellule geneticamente diverse hanno preparato
silenziosamente e nascostamente per millenni l'avvento degli
organismi pluricellulari e, lontano dalla competizione immediata
con i rettili trionfanti, alcuni piccoli roditori hanno preparato in
silenzio l'avvento e il trionfo dei mammiferi, e in definitiva dei
primati e dell'uomo. Nell'evoluzione biologica è a volte più
importante ciò che bolle in pentola, lontano dalla scena, di ciò che
avviene sulla ribalta della lotta quotidiana per affermarsi e
lasciare una progenie.
Il requisito essenziale perché questa strategia di lungo periodo
funzioni è la conservazione e la continuità dell'informazione
genetica e, in definitiva, la possibilità per l'evoluzione di
procedere sotterraneamente. Questa possibilità è garantita
dall'esistenza in ogni specie di un genoma, un deposito scritto di
conoscenze accumulate, di fatti e di accidenti. In questo deposito
ogni tanto si accumulano stranezze, che il più delle volte non
conducono da nessuna parte, ma che talvolta generano la grande,
travolgente novità. Se non ci fosse questo deposito sarebbero
guai.
Sarebbero guai immediati, ma sarebbero anche guai a lungo
termine. Nel genoma di ciascuna specie, gli effetti delle varie
conquiste, palesi o sotterranee, non vanno perdute, ma al contrario
si accumulano, si esaltano e creano, inaspettatamente ma
inevitabilmente, l'innovazione. Verrebbe voglia di dire che la
cultura è, per lo sviluppo della nostra civiltà, ciò che il genoma è
per l'evoluzione biologica. Senza cultura, dal pensiero più
astratto a quella che è divenuto di moda chiamare tecne , l'uomo
non è uomo; è solo un animale particolarmente complicato.
Il punto essenziale è che per funzionare la cultura deve essere vera
cultura, cioè materia viva, né morta né vegetante o saprofitica.
Non ci devono essere apriorismi né pregiudiziali a favore di certi
argomenti piuttosto che di certi altri e non ci devono essere luoghi
deputati per la cultura, se vera cultura deve essere. Oggi, per
esempio, è chiaro che ci dobbiamo aspettare contributi sostanziali
alla cultura e al pensiero anche da settori che non erano prima
considerati a tale stregua, quali la scienza, la tecnologia
dell'informazione e magari l'economia. Non voglio qui parlare
dei contributi alla cultura e al pensiero che sono venuti dagli
scienziati di questo secolo, che qualcuno ha definito i veri
pensatori del nostro tempo, ma voglio nominare un minuscolo
trattatello di new economy che mi è venuto recentemente fra le
mani. Si tratta del Vocabolario della globalizzazione ,
distribuito un paio di anni fa come allegato ad un numero di
liberal, ed opera di due santoni della cyber-generation come John
Browning e Spencer Reiss.
Ebbene, personalmente ho trovato più intelligenza, profondità e
originalità di pensiero in questo manualetto in forma di dizionario
che in molte paludate opere di cultura, con buona pace dello
snobismo culturale di molti accademici e non. Per non parlare
della svolta epocale rappresentata dalla realtà Internet. Quindi,
Platone e Aristotele, ma anche Shannon e Schroedinger, Rawls e
Chomsky, Saussure e Frege. E non si storca il naso neanche
davanti alla tecnologia. La tecnologia è l'uomo. L'indizio più
certo del passaggio dalle scimmie antropoidi ai primi ominidi è
dato dai reperti di rudimentali attrezzi e manufatti. La prima pietra
scheggiata è l'inizio della storia del pensiero.
Per essere nuovo il nuovo deve essere continuamente rinnovato.
Per essere cultura la cultura deve continuamente rigenerarsi e
rinsaldarsi. |