RASSEGNA STAMPA

13 AGOSTO 2000
MAURIZIO FERRARIS
Resta solo l'individuo
Gianni Carchia, "L'amore del pensiero", Quodlibet, Macerata 2000, pagg. 158, L. 32.000
"Con la sua crescente accumulazione di simbolici e di storia, la tradizione crístiano-borghese si sviluppata all'insegna di un'idea di spirito come forza che deve dischiudere, liberare la lettera ( ... ) Valore ha solo l'individualità che si è espressa, la traccia che si è conservata. Così le scienze dello spirito sono imprese destinate a educare edifici funebri alle individualità che si sono espresse. Si dà per scontato che una vita silenziosa e inespressa dello spirito neppure esista; non ha diritto di esistenza ciò che non ha trovato o, non ha voluto trovare una forma specifica di conversazione, ciò che non è entrato nel corteo loquace della storia". Cosi Gianni Carchia in un saggio del 1990, che apre il suo ultimo volume, apparso pochi mesi fa, L'amore del pensièro.
Gianni Carchia è morto il 6 marzo del 2000.Era nato a Torino il 21 dicembre 1947, e lì si era laureato con Gianni Vattimo. Da Torino era passato a Viterbo, a metà degli anni Ottanta, come professore di estetica; poi, nel 1992, era stato chiamato, sempre sulla cattedra di estetica, all'Università di Roma III. Aveva esordito, nel 1979, con Orfismo e tragedía, cui erano seguiti altri libri, da cui hanno imparato non solo i più giovani di lui (non è scontato), ma anche i più vecchi (lo è ancora di meno): Estetica ed erotica (1981), La legittimazione dell'arte (1982), Dall'apparenza al mistero (1983), Il mito in pittura (1987), Retorica del sublime (1990), Arte e bellezza (1995), La favola dell'essere. Commento al Sofista (1997), L'estetica antica (1999).
Ciò che Carchia ha in mente - lo abbiamo letto - è la possibilità di valori e di sfere spirituali indipendenti dall'esteriorizzazione e dalla storia. Sempre in L'amore del pensiero, Carchia ha una definizione esatta. , lo spirito è "ciò che si colloca fra il caduco dell'interpretazione e l'atemporalità della lettera". Quanto dire che c'è qualcosa che resiste e che definisce l'identità di un oggetto spirituale, che è quello anche senza che nessuno lo interpreti, proprio come gli oggetti ci sono anche quando non li guardiamo; e che c'è viceversa un momento in cui l'abuso dell'interpretazione fa sì che l'oggetto divenga qualcosa di diverso, non sia più quello, per cui l'interpretazione, pretendendo di essere vita, è in realtà morte.
In questo modo, formatosi nel quadro dell'ermeneutica, Carchia ha cercato di correggerne la deriva storicistica. In fin dei conti - questo il suo argomento di fondo - l'ermeneutica si è identificata senza residui con il cattolicesimo, per il quale tutto il valore dello spirito consiste nel dar vita alla lettera che, altrimenti, è come se non ci fosse. Da una parte, così, tutta la vita viene santificata ma, dall'altra tutto lo spirito viene ridotto a vita. Sembra un facile circolo dialettico, eppure lo si constata tutti i giorni: oggi si fa benissimo a sostenere che fra duecento anni, o forse anche prima, il Papa chiederà perdono ai gay così come lo ha chiesto a Giordano Bruno e a Galileo. Però, presa dall'altra parte, una concezione del genere significa che lo spirito non è nient'altro che una vita un po' fanée, e quindi verosimilmente un po' più noiosa, proprio come l'oltretomba sognato dalle figlie del Gattopardo, "identico a questa vita completo di tutto, di magistratura, cuochi e conventi".
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