RASSEGNA STAMPA

7 AGOSTO 2000
FERNANDO SAVATER
Un filosofo e la pigrizia: non è la madre di tutti i vizi, ma l'ingrediente principale di qualcuno dei peggiori
So bene che siamo nel pieno della stagione delle vacanze e che in questo periodo sarebbe adeguato scrivere l'elogio dell'ozio, del riposo e del piacere di stare stravaccati. Ovvio che, estate o inverno, non avrei la benché minima intenzione di scrivere nulla in difesa del lavoro: avrò pure dimenticato qualcuno dei miei maestri del passato, ma certamente non il buon Lafargue! Eppure vorrei spendere qualche parola contro la pigrizia contemporanea, che non ho intenzione di nobilitare chiamando "madre di tutti i vizi" (poiché la pigrizia si riproduce per clonazione), ma che tuttavia considero l'ingrediente principale di qualcuno dei peggiori di essi.
Sebbene i pigri non arrivino mai a diventare grandi criminali, per omissione diventano complici sia dei malfattori che delle loro malefatte. Senza i fannulloni il lavoro delle canaglie sarebbe molto più difficile e soprattutto non si riprodurrebbero automaticamente le canagliate. Voglio commentare questo punto di vista perché trovo che continui ad essere poco condiviso. L'ultimo ad aver osato denunciare splendidamente la colpevolezza della pigrizia è il giornalista Arcadi Espada, meritevolissimo vincitore del prestigioso premio "Francisco Cerecedo" per il suo Raval o el amor a los niños (editrice Anagrama), uno dei libri quasi indispensabili della presente stagione e di quelle a venire. Come mai è riuscita a prosperare nella civile Barcellona una montatura indecente finalizzata a criminalizzare persone innocenti con l'appoggio di giornalisti, poliziotti e giudici? Certamente non per malafede deliberata di coloro che vi hanno collaborato, bensì grazie alla loro negligenza professionale che li ha condotti a lasciarsi scivolare lungo il lucrativo piano inclinato della pigrizia collettiva. È indispensabile sottolinearlo poiché, come ben dice Espada, "i delitti dei pigri hanno goduto di scarsa platea letteraria". Il fatto è che viviamo in un clima sociale che assolve ogni manifestazione di abulia individuale e proietta ogni responsabilità dei mali che ci affliggono sulla struttura del sistema oppure sulla perversità inevitabile di coloro che ci governano. Provate a guardare ad esempio la questione del tabacco. Quelli che si sono ammalati per l'abuso di fumo incolpano i grandi produttori di sigarette e in alcuni paesi le loro richieste di indennizzo trovano persino accoglienza giuridica. La colpa degli eccessi dei f umatori è di coloro che li incitavano a commetterli o che vendevano il veleno da loro sollecitato. I fumatori, invece, vivevano con il pilota automatico: erano innocenti e vittime.
Da qualche tempo leggiamo ovunque che il fumo "nuoce gravemente alla salute". Questo avvertimento sarebbe sacrosantamente esatto se venisse così formulato: "fumare troppo può uccidere". Perché non scrivono né scriveranno mai l'avverbio? Perché vorrebbe dire riconoscere la responsabilità di ognuno nell'uso o nell'abuso di una sos tanza eventualmente pericolosa. Se fumare è male, i colpevoli sono la Philip Morris o gli Stati che autorizzano la vendita del tabacco o ne traggono dei vantaggi fiscali. Ma se ad essere veramente dannoso è il troppo fumo (abitudine tutt'altro che inevitabile poiché ci sono dei fumatori non accaniti) una qualche responsabilità nella propria disgrazia dobbiamo attribuirla pure a chi ha commesso questi eccessi. Assunto inammissibile! È abulicamente corretto accettare che nessuna volontà è in grado di resistere al tabacco o di amministrarlo e scivolare nel burrone è l'unica forma possibile di circolare lungo i crinali pericolosi. O il fumo oppure il proibizionismo e l'astinenza forzata. Pigri del mondo, unitevi! Alcune tracce di sonnacchiosa negligenza hanno rovinato pure il famoso rapporto dell'Accademia Spagnola della Storia, nonostante l'essenziale buon senso delle sue argomentazioni. Non possiamo certamente fare di tutte le ikastola , le scuole del Paese Basco, un fascio, come se si trattasse di una catena di fast-food che offre ovunque lo stesso menù. Per giudicare i testi scritti in euskera documentando le proprie affermazioni occorre essersi scomodati ad impararlo oppure consultare coloro che lo sanno, poiché effettivamente gli esempi di castronerie madornali abbondano. Invece la tendenza a procedere in maniera diciamo "impressionista", ovvero fondata più sulle impressioni che sullo sforzo di documentarsi a fondo, ci ha fatto sprecare una buona occasione di richiamare l'attenzione in forma convincente verso uno degli aspetti problematici della frammentata scuola dei nostri giorni. La questio ne non è se la storia ammette una o più letture bensì come evitare che dei concittadini vengano educati a sentire l'obbligo di smettere di essere tali anziché quello di continuare ad esserlo in armonia. Diamine! Persino Cruyff ha capito - basta andare a rileggersi l'intervista rilasciata a Valdano a El Pais - che non soltanto viene idolatrata l'identità regionale a scapito di quella spagnola, ma che quelle identità si definiscono per contrapposizione fra di loro e soprattutto nei confronti dell'idea di qualcosa di comune e condiviso! Il rapporto ha scatenato un coro di lamentele ipocrite in difesa del pluralismo minacciato tale da fare arrossire. Sappiamo bene cosa significhi "pluralismo" per alcuni nazionalisti: trecento ragazzi che fanno l'esame in catalano ed espulsione dell'insegnante che osi proporre l' esame in spagnolo all'unico allievo che ne ha fatto richiesta.
Pluralismo in Spagna e omogeneità in casa. Ma forse l'apoteosi della pigrizia collettiva è il successo della trasmissione Il grande fratello .
Fra tutto ciò che attualmente ci offre la televisione, nulla richiede minore sforzo da parte dello spettatore: ogni preparazione intellettuale, ogni velleità estetica, ogni sottigliezza riflessiva sarebbe un ostacolo al trarne godimento. Lungi dal celebrare il "meraviglioso quotidiano" che cantava il poeta surrealista Aragon, siamo alla quotidianità come stereotipo falsificatore della vita. Non è gente comune che cerca di interpretare la propria esistenza nel grande teatro del mondo, bensì cattivi attori che impersonano l'"esistenza comune" così come viene concepita dai mutilati psichici che nutrono la propria passività di rotocalchi. L'unico dato impressionante circa gli adepti di questa siesta con pubblicità è il loro numero: undici milioni! Oltre la società dello spettacolo che descrivevano i situazionisti scorgiamo il triste e travolgente spettacolo della socialità finta coram populo . Perché mai ricreare i segni profondi della vita umana reale con Stendhal o Dostoievski, perché meditare sull'esistenza se possiamo vederla scorrere accendendo Telecinco ?
Una volta la popolarità mediatica veniva misurata guardando attraverso il buco della serratura la stanza da letto o il water dei famosi per provare che anche loro patiscono come noi; oggi ci basta far diventare famoso chiunque si lasci guardare dal buco della serratura mentre finge di patire. Per non parlare del piagnisteo subumano degli addii repulsivi che si ripetono ogni mercoledì! Flaubert ci esortava ad innalzare una barriera contro la merda. Ma se la maggioranza si mette dalla parte della cacca, chi viene con noi a difendere le barricate? Il Grande Fratello ricorda soprattutto un regime democratico svilito, nel quale i politici si pavoneggiano e fingono neutralità di fronte alle telecamere mentre il volgo crede di essere "attivo" soltanto perché sceglie chi rimane e chi va via. Tanto basta per essere politicamente liberi, non fate altro, mi raccomando.
Il resto è sbadiglio. E anch'io sono troppo pigro per mettere fine a questo.
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