| Un filosofo e la pigrizia: non è la madre di tutti i vizi, ma
l'ingrediente principale di qualcuno dei peggiori | So bene che siamo nel pieno della stagione delle
vacanze e che in questo periodo sarebbe adeguato scrivere l'elogio
dell'ozio, del riposo e del piacere di stare stravaccati. Ovvio che,
estate o inverno, non avrei la benché minima intenzione di scrivere
nulla in difesa del lavoro: avrò pure dimenticato qualcuno dei miei
maestri del passato, ma certamente non il buon Lafargue! Eppure
vorrei spendere qualche parola contro la pigrizia contemporanea, che
non ho intenzione di nobilitare chiamando "madre di tutti i vizi"
(poiché la pigrizia si riproduce per clonazione), ma che tuttavia
considero l'ingrediente principale di qualcuno dei peggiori di essi.
Sebbene i pigri non arrivino mai a diventare grandi criminali, per
omissione diventano complici sia dei malfattori che delle loro
malefatte. Senza i fannulloni il lavoro delle canaglie sarebbe molto
più difficile e soprattutto non si riprodurrebbero automaticamente le
canagliate. Voglio commentare questo punto di vista perché trovo che
continui ad essere poco condiviso. L'ultimo ad aver osato denunciare
splendidamente la colpevolezza della pigrizia è il giornalista Arcadi
Espada, meritevolissimo vincitore del prestigioso premio "Francisco
Cerecedo" per il suo Raval o el amor a los niños (editrice Anagrama),
uno dei libri quasi indispensabili della presente stagione e di quelle a
venire. Come mai è riuscita a prosperare nella civile Barcellona una
montatura indecente finalizzata a criminalizzare persone innocenti
con l'appoggio di giornalisti, poliziotti e giudici? Certamente non per
malafede deliberata di coloro che vi hanno collaborato, bensì grazie
alla loro negligenza professionale che li ha condotti a lasciarsi
scivolare lungo il lucrativo piano inclinato della pigrizia collettiva. È
indispensabile sottolinearlo poiché, come ben dice Espada, "i delitti
dei pigri hanno goduto di scarsa platea letteraria". Il fatto è che
viviamo in un clima sociale che assolve ogni manifestazione di abulia
individuale e proietta ogni responsabilità dei mali che ci affliggono
sulla struttura del sistema oppure sulla perversità inevitabile di
coloro che ci governano. Provate a guardare ad esempio la questione
del tabacco. Quelli che si sono ammalati per l'abuso di fumo
incolpano i grandi produttori di sigarette e in alcuni paesi le loro
richieste di indennizzo trovano persino accoglienza giuridica. La
colpa degli eccessi dei f umatori è di coloro che li incitavano a
commetterli o che vendevano il veleno da loro sollecitato. I fumatori,
invece, vivevano con il pilota automatico: erano innocenti e vittime.
Da qualche tempo leggiamo ovunque che il fumo "nuoce gravemente
alla salute". Questo avvertimento sarebbe sacrosantamente esatto se
venisse così formulato: "fumare troppo può uccidere". Perché non
scrivono né scriveranno mai l'avverbio? Perché vorrebbe dire
riconoscere la responsabilità di ognuno nell'uso o nell'abuso di una
sos tanza eventualmente pericolosa. Se fumare è male, i colpevoli
sono la Philip Morris o gli Stati che autorizzano la vendita del
tabacco o ne traggono dei vantaggi fiscali. Ma se ad essere veramente
dannoso è il troppo fumo (abitudine tutt'altro che inevitabile poiché
ci sono dei fumatori non accaniti) una qualche responsabilità nella
propria disgrazia dobbiamo attribuirla pure a chi ha commesso questi
eccessi. Assunto inammissibile! È abulicamente corretto accettare
che nessuna volontà è in grado di resistere al tabacco o di
amministrarlo e scivolare nel burrone è l'unica forma possibile di
circolare lungo i crinali pericolosi. O il fumo oppure il
proibizionismo e l'astinenza forzata. Pigri del mondo, unitevi! Alcune
tracce di sonnacchiosa negligenza hanno rovinato pure il famoso
rapporto dell'Accademia Spagnola della Storia, nonostante
l'essenziale buon senso delle sue argomentazioni. Non possiamo
certamente fare di tutte le ikastola , le scuole del Paese Basco, un
fascio, come se si trattasse di una catena di fast-food che offre
ovunque lo stesso menù. Per giudicare i testi scritti in euskera
documentando le proprie affermazioni occorre essersi scomodati ad
impararlo oppure consultare coloro che lo sanno, poiché
effettivamente gli esempi di castronerie madornali abbondano. Invece
la tendenza a procedere in maniera diciamo "impressionista", ovvero
fondata più sulle impressioni che sullo sforzo di documentarsi a
fondo, ci ha fatto sprecare una buona occasione di richiamare
l'attenzione in forma convincente verso uno degli aspetti problematici
della frammentata scuola dei nostri giorni. La questio ne non è se la
storia ammette una o più letture bensì come evitare che dei
concittadini vengano educati a sentire l'obbligo di smettere di essere
tali anziché quello di continuare ad esserlo in armonia. Diamine!
Persino Cruyff ha capito - basta andare a rileggersi l'intervista
rilasciata a Valdano a El Pais - che non soltanto viene idolatrata
l'identità regionale a scapito di quella spagnola, ma che quelle
identità si definiscono per contrapposizione fra di loro e soprattutto
nei confronti dell'idea di qualcosa di comune e condiviso! Il rapporto
ha scatenato un coro di lamentele ipocrite in difesa del pluralismo
minacciato tale da fare arrossire. Sappiamo bene cosa significhi
"pluralismo" per alcuni nazionalisti: trecento ragazzi che fanno
l'esame in catalano ed espulsione dell'insegnante che osi proporre l'
esame in spagnolo all'unico allievo che ne ha fatto richiesta.
Pluralismo in Spagna e omogeneità in casa. Ma forse l'apoteosi della
pigrizia collettiva è il successo della trasmissione Il grande fratello .
Fra tutto ciò che attualmente ci offre la televisione, nulla richiede
minore sforzo da parte dello spettatore: ogni preparazione
intellettuale, ogni velleità estetica, ogni sottigliezza riflessiva sarebbe
un ostacolo al trarne godimento. Lungi dal celebrare il "meraviglioso
quotidiano" che cantava il poeta surrealista Aragon, siamo alla
quotidianità come stereotipo falsificatore della vita. Non è gente
comune che cerca di interpretare la propria esistenza nel grande
teatro del mondo, bensì cattivi attori che impersonano l'"esistenza
comune" così come viene concepita dai mutilati psichici che nutrono
la propria passività di rotocalchi. L'unico dato impressionante circa
gli adepti di questa siesta con pubblicità è il loro numero: undici
milioni! Oltre la società dello spettacolo che descrivevano i
situazionisti scorgiamo il triste e travolgente spettacolo della
socialità finta coram populo . Perché mai ricreare i segni profondi
della vita umana reale con Stendhal o Dostoievski, perché meditare
sull'esistenza se possiamo vederla scorrere accendendo Telecinco ?
Una volta la popolarità mediatica veniva misurata guardando
attraverso il buco della serratura la stanza da letto o il water dei
famosi per provare che anche loro patiscono come noi; oggi ci basta
far diventare famoso chiunque si lasci guardare dal buco della
serratura mentre finge di patire. Per non parlare del piagnisteo
subumano degli addii repulsivi che si ripetono ogni mercoledì!
Flaubert ci esortava ad innalzare una barriera contro la merda. Ma
se la maggioranza si mette dalla parte della cacca, chi viene con noi a
difendere le barricate? Il Grande Fratello ricorda soprattutto un
regime democratico svilito, nel quale i politici si pavoneggiano e
fingono neutralità di fronte alle telecamere mentre il volgo crede di
essere "attivo" soltanto perché sceglie chi rimane e chi va via. Tanto
basta per essere politicamente liberi, non fate altro, mi raccomando.
Il resto è sbadiglio. E anch'io sono troppo pigro per mettere fine a
questo. |