RASSEGNA STAMPA

5 AGOSTO 2000
FRANCA D'AGOSTINI
E il fuoco nascente libera la fiamma del pensiero
Gianni Carchia, "L'amore del pensiero", Quodlibet, pp 150, L. 32.000
La scomparsa di Gianni Carchia, avvenuta nel marzo scorso, ha interrotto bruscamente uno dei percorsi filosofici più profondi e promettenti che si siano presentati in Italia in questi ultimi anni. La sua ricerca aveva una onestà particolare, che si realizzava non soltanto nel rigore di un pensiero molto attento a evitare l'ovvio e l'approssimativo, ma anche nella leggerezza di una passione per la teoria capace di discutere e sospendere se stessa, e, non ultimo, nella messa a punto di uno stile filosofico del tutto personale.
Queste tre linee orientative si riassumono facilmente nella formula che dà il titolo all'ultima raccolta di saggi: "L'amo re del pensiero" pubblicata dalla casa editrice Quodlibet. Un vasto repertorio mitico si collega in filosofia alla tematica dell'amore: il "brivido" suscitato dall'incontro con Socrate ("torpedine marina") non è dissimile dalla fanciullesca meraviglia di Aristotele, o dal paradigma e prototipo di ogni pathos, filosofico e non, la fiamma del pensiero che balza da fuoco nascente, secondo le parole di Platone. In questi saggi di Carchia il tema è però svolto in una precisa e non arbitraria correlazione con la pratica filosofica. Perché "amore del pensiero" va inteso nei due sensi del genitivo: come amore per il pensiero, e amore in cui il pensiero consiste e si sviluppa.
I due aspetti sono intrecciati, ma ciascuno di essi domina rispettivamente in una delle due parti in cui si divide il volume. I saggi della prima parte ("Filosofia, la musica più alta") spiegano come la teoresi filosofica sia sempre e strutturalmente legata a qualcosa che è intimamente anti-teoretico: la narrazione, lo stupore, il mito, l'extralinguistico. Questa "tensione" tra l'anima e le forme, l'azione e l'evento, dice Carchia, è la "poiticità" della filosofia, ed è anche la ragione del suo fragile e stravagante potere d'attrazione.
Nella seconda parte ("Lo spirito e l'amore") Carchia svolge il tema della costituzione spirituale, ossia si addentra nella questione: che cosa è spirito? Va detto anzitutto che l'esistenza di un campo o un ambìto o un essere "spirituale" è essenziale in filosofia (o meglio: per molti punti di vista filosofici): non c'è filosofia se non perché esistono cose che "non si vedono", o che "non esistono" in modo normale e comunemente prevedibile, o che "sembrano" non esistere e pur tuttavia agiscono profondamente e provocano profondi movimenti di pensiero. "Spirito" è il complicato nome che la filosofia tedesca a partire da Hegel utilizzò per indicare questo campo o essere di sfondo, impercettibile e inquietante, ma intendendolo soprattutto come universo del senso, dell'intendersi, del riconoscersi e del ragionare.
Come tutti sanno, ormai il mondo "spirituale" non ha nulla di etereo o sovrasensibile, né è più l'universo dei cavalli alati che scalpitano verso oscuri cieli, dove le Parche decidono la sorte dei mortali. O meglio: è ancora tutto questo, ma in un completo e variopinto dispiegarsi telematico, dove tutte le cose inesistenti esistono a piacere, e la realtà è simultaneamente e senza sforzo fatta anche di possibilità e irrealtà.
Che ne è dello spirito come universo del senso e dell'intendersi? Che ne è dello spirito come impalpabile e indicibile esperienza del filosofo di ritorno nella caverna, semiaccecato dall'abbagliante luce dell'essere?
Qui la cifra filosofica e stilistica di Carchia si rivela con più chiarezza, perché non c'è per lui una vera critica della contemporaneità, che non sia già filtrata e alleggerita dalla passione e dalla meraviglia filosofica. Così anche il maggior difetto della contemporaneità, l'aver lasciato dileguare il mondo a vantaggio del vuoto vitalismo dei mondi possibili, è qui accolto e descritto con un atteggiamento di fondamentale avversione tanto per "l'ottimismo di una fede nella realizzazione storica" quanto per "qualunque rassegnazione e sfiducia". Dopotutto, si chiede Carchia, il fatto che la storia non realizzi affatto lo spirito ma sempre ne simuli la realizzazione, non ci dà forse una felice conferma "della sua verità", ovvero "la certezza della sua ineffettualità?"
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