C'è un convitato di pietra nel dibattito attuale sullo Stato laico e la
religione? Forse sì, il suo nome è Giuliano l'Apostata. Scrivendo a
Leo Strauss, Alexandre Kojève (uno dei principali responsabili
della fortuna critica di Hegel a sinistra), confessò: "Ho scoperto
tre autentici e completamente sconosciuti filosofi: Giuliano,
Salustio e Damascio". Si era, se non erro, a metà degli anni
Cinquanta. E Kojève aggiungeva che i tre misconosciuti si
rivelavano a lui come "Voltaire di prima classe".
Quest'annotazione ci mette sulla strada giusta: Giuliano l'Apostata
profeta di un laicismo della "tolleranza religiosa" che in realtà
diventa discriminatoria verso i cristiani nel momento in cui detta
la legge sulla scuola che impedisce loro l'accesso
all'insegnamento? Kojève, del resto, scrive a Strauss, il fine
studioso della lettura interlineare, ovvero della dissimulazione,
quell'arte di dire cose tra le righe, mentre ciò che si afferma non
sempre è condiviso. La verità di Giuliano qual era? L'intolleranza
affermata con il suo contrario, la tolleranza.
"Non era solo intollerante, ma anche fanatico e seguace dei culti
orientali, teurgia, riti caldei e simili", sbotta Marta Sordi,
antichista e docente alla cattolica. "La sua legge sulla scuola -
continua la studiosa - è la prova ecclatante della sua intolleranza,
di cui restano tracce nel testo del Codice teodosiano e in una
lettera dello stesso Giuliano che ne spiega le ragioni. Alcuni
storici sostengono che non era discriminatoria verso i cristiani, il
fatto è che Giuliano assumeva come assodato che la letteratura da
Omero in poi fosse letteratura religiosa, e in base a questo vietò ai
cristiani l'insegnamento sostenendo che per poter insegnare
bisognava credere agli stessi dèi celebrati dagli autori pagani. Sul
versante greco, scrittori cristiani come Gregorio di Nissa, Basilio
di Cesarea e Gregorio di Nazianzo mettevano in luce invece che la
lingua greca era di tutti e pertanto anche i cristiani potevano usarla
e insegnarla legittimamente. L'equivoco di fondo di Giuliano fu
equiparare la cultura greca alla religione. Il contrario di un sano
laicismo. Non volle la persecuzione aperta, ma pretese di
difendere la religione tradizionale, il paganesimo, finendo però per
appellarsi ai teurgi e ai culti orientali".
Due dei tre sommi filosofi scoperti da Kojève, tornano a far
coppia in una edizione recente del trattato Sugli dèi e il mondo di
Salustio, edito da Adelphi. L'autore era, come pare ormai
assodato, il collaboratore e il degno successore dell'Apostata.
L'introduzione di Riccardo di Giuseppe è una infervorata difesa
della "tolleranza" di Giuliano, che lo fa apparire come vittima di
un cristianesimo ottuso (poco colto, in definitiva) reo anzitutto di
non aver capito la sua scommessa di laicità. C'è voglia di
santificazione di un profeta che potrebbe rivelarsi il lontano e
segreto ispiratore di certi intellettuali nostrani che predicano lo
Stato laico e la "tolleranza religiosa"? Saranno solo indizi, ma
preoccupano, dice Massimo Introvigne, studioso delle religioni.
"Giuliano è una figura sostanzialmente minore, che è sempre stata
rivalutata in epoche in cui la polemica anticristiana impazzava.
Ebbe fortuna con l'illuminismo e curiosamente è stato poi
rivalutato da ambienti neopagani in epoca fascista sempre in
chiave anticattolica. Parlo del milieu che ruotava attorno all'Evola
dell'Imperialismo pagano, che non va confuso con l'Evola
successivo. Ma anche nella Francia dell'Ottocento Giuliano fu la
bandiera di ambienti massonici. Si vede dunque che ispirò gruppi
diversi, accomunati però dall'anticristianesimo".
Compagnia non proprio entusiasmante, nel complesso. Ma
dobbiamo fiutare un ritorno di anticristianesimo dietro i proclami
del laicismo di oggi? "È certo - replica Introvigne - che tutte le
volte che Giuliano fu rivalutato si ebbe un processo abbastanza
tipico: vi fu una prima generazione che fece dell'anticristianesimo
teorico e dichiarò che in nessun modo bisognava usare la violenza,
venne poi una seconda generazione che prese questa bandiera e la
tradusse in comportamenti violenti. Così dalla tolleranza di
Voltaire si passa all'intolleranza del terrore giacobino, dai primi
marxisti che parlavano di libertà si arriva allo stalinismo e ai
gulag, e anche dai primi autori di ambito fascista che rivalutano il
paganesimo in chiave di maggior pluralismo si giunge alle
giustificazioni e alle complicità col nazismo". Anche oggi si
predica molto il pluralismo e il liberalismo: ma chi sarebbero i
profeti di questa intolleranza dissimulata, faccia dei nomi? "Basta
seguire certe polemiche sui mass media laici - risponde Introvigne
-. Se devo indicare chi parla dello Stato laico sempre con una
chiave polemica verso il cristianesimo direi Eugenio Scalfari, ma
è solo la punta di un iceberg che in Europa ha voci anche più
virulente. Sono ancora fresche nella memoria le reazioni di
Scalfari quando i media hanno parlato del documento su Fatima o
dopo la marcia gay: la sua apologia del pluralismo ha una vena
sottilmente anticristiana. Non bisogna commettere però un errore
di prospettiva, che consiste nel dire che tutti coloro che in qualche
modo parlano di pacificazione tra le religioni e di gestione del
pluralismo siano anticristiani. Il Papa stesso (anche recentemente
ricevendo l'ambasciatore francese) ha parlato spesso del rispetto
delle minoranze religiose".
Per la storica Silvia Ronchey è difficile dire se Giuliano sia un
profeta nascosto del laicismo contemporaneo, dato che non è certa
se esista ancora un laicismo. "Sono molto scettica su questo mito
- dice - che si è creato in epoche storiche molto ideologiche.
Giuliano è il rappresentante di una forte ideologizzazione dello
Stato che ha poco a che fare con la tolleranza pagana che, come
scrissero Gibbon o Renan, s'identificava semmai in Marco Aurelio
e gli Antonini. Allora esisteva uno Stato tollerante e un cristallo
fatto di tante superstitiones, credenze diverse e tra queste anche il
cristianesimo che era chiamato nova superstitio, nel senso non
necessariamente spregiativo poiché superstitio era ogni fede
contenuta in questo cristallo il cui vero nome era religio, non
come la intendiamo oggi, bensì come legame con la natura, con la
terra, tra gli uomini, col destino, una religiosità fatta di intenti
etici e doveri sociali. Questa religio teneva in sé credenze, fedi,
rituali".
Ma Giuliano, che governa dopo Costantino, raccoglie i cocci del
prisma. "Il cristallo - risponde la Ronchey - si spezza già prima di
Costantino, anche se l'editto di tolleranza ne diventa la data
emblematica, che poi si tradurrà a partire da Teodosio con una
intolleranza di cui Giuliano è un degno rappresentante: il suo
platonismo e il suo paganesimo sono, come si dice oggi, piuttosto
trash. Chi ebbe, in fondo, come maestro? Massimo di Efeso, che
era un costruttore di automi, un veggente, un simpatico cialtrone,
un Rasputin del suo tempo. Se pensiamo alla cultura neoplatonica
di Gregorio di Nazianzo, che demonizzerà poi Giuliano, capiamo
la differenza di spessore e il grado minore di Giuliano".
Le riprese di Giuliano in epoca illuministica sembrano precise. Lo
Stato laico moderno dunque ha alla base una idea di tolleranza
viziata... "Ma basta leggersi la voce "chiesa" nel Dictionaire, per
capire che uno come Voltaire non avrebbe mai accettato uno
Stato-chiesa come invece volle Giuliano che portava il diadema
sacerdotale e il mantello del filosofo. Anche l'assunzione delle
liturgie religiose nei riti rivoluzionari è lontanissimo da quell'idea
di laicità che c'era nel vero paganesimo. Si tratta di settarismo e
ideologizzazione dello Stato, ma questo è il contrario del
laicismo". |