| Quel pensiero nella terra di nessuno | Malgrado ogni evidenza la morte di Nietzsche rimane un enigma. Dieci anni, gli ultimi della sua vita, trascorrono nel dondolio del silenzio. Le parole tacciono, la scrittura tace. Parla solo chi non deve: la sorella anzitutto, qualche amico, gli allievi, gli entusiasti che si moltiplicano. Ma la preda Nietzsche pur immobile resta inafferrabile, mimetizzata nel suo silenzio.
L'effetto è tanto più strano se si pensa alla personalità multipla,all'infinita gamma di timbri che ha la sua voce, all' esercizio acrobatico nella contraddizione. Tutto e il suo contrario balena nella testa di questo pensatore.
Inafferabile, ingiustificabile, insostenibile. È davvero questo Nietzsche? Lo chiedo a Roberto Calasso a capo della casa editrice Adelphi, che ha costruito l'edizione critica delle opere di Nietzsche curata da due straordinari elfi della filologia: Giorgio Colli e Mazzino Montinari. "Come sappiamo benissimo, in Nietzsche si trova tutto e si può partire verso tutto. È la sua
stranezza, la sua singolarità. E questo carattere dovrebbe rimanere presente,
credo, per qualsiasi lettore. Perciò le posso dire, se mai, quali cose ultimamente mi rendono un po' impaziente appunto perché mi sembra che offuschino questo aspetto di Nietzsche".
| Ne insidiano la sua volatilità, a questo allude? |
"Alludo al fatto che negli ultimi decenni si è tentato di dare a Nietzsche semplicemente la fisionomia del filosofo, esattamente come ce ne sono stati tanti prima e dopo di lui. E questo è stato il primo passo falso".
"Perché così si è creato un grosso equivoco. Non che in Nietzsche non ci sia
una sostanza filosofica enorme, e che egli stesso non voglia essere anche filosofo, ma di fatto questa esigenza si mescolava con molte altre e assumeva una fisionomia che non ha mai più ritrovato in seguito. Fatto che, a quanto pare, in qualche modo disturba. A leggere oggi gran parte della letteratura che viene prodotta su di lui si ha l'impressione che Nietzsche sia l'autore di un curriculum universitario. Quanto di più contrario a Nietzsche stesso si possa immaginare! Siamo immersi nella filosofia delle università, come la chiamava con sprezzo Schopenhauer".
| Ma è anche un po' fatale che questo accada... |
"Sì, come è fatale un certo appiattimento di qualsiasi cosa, appena si insedia nei manuali".
| D'accordo, ma allora dove appigliarsi per rallentare quello che lei chiama
appiattimento? |
"Nell'ultimo Nietzsche si trova, più facilmente che altrove, quanto basta per
capire che questo modo di intenderlo è un vicolo cieco. Se per esempio guardiamo a Ecce homo - cioè a come lui stesso ha visto se stesso - ci si accorge che è assolutamente incompatibile con questa visione. Ecce homo è un libro clamorosamente teatrale e provocatorio e certamente non riducibile a tesi
strettamente filosofiche. È piuttosto un repertorio di gesti che non un repertorio di tesi".
| Si potrebbe parlare di una fisiologia nicciana... |
"In effetti è un tratto per cui Nietzsche si differenzia da tutto il resto. Mi viene in mente una cosa che diceva Colli di Nietzsche e che trovo sacrosanta: il fatto che qualsiasi pagina uno legga di Nietzsche si sente, per ragioni non chiarissime, coinvolto e quasi sfidato. Cosa che non succede assolutamente frequentando la normale letteratura filosofica".
"Se uno legge Descartes o Leibniz può benissimo essere illuminato o
semplicemente respinto da quello che legge. Ma sono delle tesi che si
compongono con altre e fanno parte di un apparato di pensieri articolati chiamato filosofia. Non c'è assolutamente quella reazione, in realtà anche umorale, che crea Nietzsche. Ed è anche il motivo per cui Nietzsche ha tanti nemici e amici fanatici".
| Lei ridimensiona l'idea che l'aspetto filosofico sia dominante in Nietzsche, ma sa perfettamente, anche perché è un libro che la sua casa editrice ha pubblicato, che proprio Heidegger, con i suoi seminari su Nietzsche, ha accreditato questa immagine di filosofo. |
"Premetto che considero il Nietzsche di Heidegger l'opera più importante che sia stata scritta fino a oggi sul tema. Detto questo, nella postfazione a - ormai remota, perché è del 1969 - dicevo già che con Heidegger si era compiuta la vendetta postuma di Wagner su Nietzsche. Innalzando Nietzsche a pensatore ultimo e supremo della metafisica, Heidegger ha provato a disinnescarlo, e lo ha così ricondotto alla gabbia da cui Nietzsche pretendeva di uscire. Con il suo procedimento avvolgente, con le sue catene verbali e concettuali, ha smussato le punte più affilate di Nietzsche e soprattutto ha neutralizzato il sapore della sua prosa, che rivela un gusto idiosincratico e irriducibile. Heidegger ha ritagliato all'interno di Nietzsche una figura che si presenta come una sorta di fatalità del pensiero occidentale. Il che è anche vero, ma il fato è più sottile, ambiguo e ramificato di quel che Heidegger vuole".
| È una grande operazione strategica... |
"È l'unica che poteva permettere a Heidegger di presentare poi il proprio pensiero come il primo addentrarsi nella radura che si apre al di là della metafisica. Prima però occorreva catturare quell'altro evaso dal castello incantato della metafisica che era Nietzsche stesso. Occorreva catturarlo e installarlo poi, con tutti gli onori, come direttore della prigione. Un'operazione paradossale, anche geniale. Ma noi ormai dovremmo essere capaci di vederla anche nel suo aspetto di macchinazione teatrale...".
| Ma dov'è allora il Nietzsche che sfugge a Heidegger? |
"Innanzitutto nel timbro della sua prosa. Ho appena riaperto il saggio di Gottfried Benn - che abbiamo pubblicato qualche anno fa in Lo smalto sul nulla - dedicato a Nietzsche cinquant'anni dopo la sua morte.
L'ho riaperto e ho trovato che si può sottoscrivere ancora oggi parola per parola. Innanzitutto queste: "Il suo stile periglioso, tempestoso, balenante, la sua dizione irrequieta, il suo negarsi a ogni idillio e a ogni fondamento di carattere generale, l'aver assunto la psicologia degli istinti, la costituzione organica come motivo, la fisiologia come dialettica - conoscenza come emozione, tutta la psicoanalisi, tutto l'esistenzialismo, tutto ciò è opera sua. Egli è, come appare sempre più chiaramente, la gigantesca figura dominante dell'epoca postgoethiana". Non siamo andati molto avanti rispetto a queste parole. Nietzsche è sempre qualche passo avanti a noi - e la sua espressione ha qualcosa di irridente...".
| Vuol dire che dal 1950 poco o niente si è aggiunto? |
"Il fatto capitale è stata l'edizione Colli-Montinari, che ha reso impossibile insistere su una quantità di sciocchezze correnti e, al tempo stesso, ha reso possibile leggere tutto il Nietzsche
pubblico in parallelo con il laboratorio segreto dei frammenti postumi. Per il resto, soprattutto negli ultimi vent'anni, si fa notare quell'appiattimento di cui parlavamo all' inizio...".
| Eppure negli anni Sessanta erano accaduti alcuni fatti, alcune novità a cominciare dal libro di Heidegger che vede la luce nel 1961. |
"È una data importante, come il 1962 quando esce il libro di Deleuze, e il 1969 quando appare il saggio di Klossowski. E poi, visto che parliamo di date, c'è anche il 1972 con quel simbolico convegno di Cérisy dove c'erano tutti: Derrida, Deleuze, Klossowski, Lyotard. E lì ebbi esattamente la percezione che culminava qualcosa e già si preparavano tutte quelle schiere di universitari che poi sarebbero diventati illustri filosofi su cui ora si fanno i convegni".
| Torniamo a Nietzsche. Lei accennava all'ultimo periodo, quello meno riconducibile a delle formule. Ma quali sono secondo lei gli anni decisivi? |
"Se dovessi dire quali sono i momenti più preziosi per un lettore di oggi che volesse avvicinarsi al Nietzsche a cui accennavo, ne indicherei due: intanto gli ultimi mesi del 1888, periodo vorticoso che include il Crepuscolo degli idoli, Il caso Wagner e, come sigillo, Ecce homo. E poi il periodo intorno al 1880, fra la seconda parte di Umano, troppo umano e la fine della Gaia scienza. È il periodo che Nietzsche definiva del "risanamento". Credo che non abbia mai scritto una prosa così perfetta come allora. Ed è allora che, in Aurora e nella Gaia scienza, più che esporre una nuova filosofia, sembra che a Nietzsche prema celarla in mille nuovi nascondigli. Camuffare il pensiero in uno stile ondoso, saggistico, divagante, questa è la forma veramente nuova che Nietzsche ha inventato. Sarebbe così utile avere oggi l' orecchio per capirla... La guida migliore ce l'ha offerta Nietzsche stesso in un pagina di Aurora molto amata da Montinari. È l'unico testo in cui Nietzsche ha suggerito come essere letto. Basterebbe seguirlo...".
| Vuole riproporci quella pagina, almeno in parte? |
"Si trova nella prefazione alla seconda edizione, del 1886, ed è scritta a Ruta di Genova. Dice a un certo punto: "A che scopo dovremmo dire così ad alta voce e
con tale fervore quel che noi siamo, quel che vogliamo o non vogliamo?". Non è
Montale, è Nietzsche, che così prosegue: "Osserviamolo, invece più freddamente, più in distanza, con maggiore saggezza, più dall'alto, diciamolo come può essere detto fra noi, così segretamente che nessuno vi badi, che nessuno badi a noi!. Soprattutto diciamolo lentamente... Noi siamo entrambi amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire maestri dalla lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente. Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto - un gusto malizioso, forse? - non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa. Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del lavoro, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol sbrigare immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo".
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