RASSEGNA STAMPA

31 LUGLIO 2000
SILVIA VEGETTI FINZI
Psicoanalisi in ospedale
Ma la scienza non basta alla cura
Le grida si espandono dalla stanza a quattro letti al corridoio. "Tenga giù le mani, non spinga, altrimenti chiamo la polizia", urla spaventata Marisa, l'infermiera venuta per ricomporre la salma del paziente appena deceduto. Che cosa sta accadendo nel reparto Oncologia medica di un grande ospedale cittadino? E' morto un musulmano integralista e i parenti vogliono impedire a tutti i costi che il suo corpo sia toccato da una donna perché "se donna tocca corpo di uomo dopo morto, uomo non va in paradiso". Problemi nuovi per la nostra società ma destinati a sollevare interrogativi e sollecitare interventi validi per tutti. L'irruzione dell'alterità mette infatti in crisi il paradigma scientifico centrato sulla cura del sintomo e incapace pertanto di farsi carico del paziente nella sua complessità, fatta di storia, cultura, quotidianità, emozioni sollecitate dall'angoscia, attese ingigantite dalla dipendenza. La malattia grave è per lo più vissuta come una situazione di emergenza che richiede il ripristino rapido e totale dello stato di salute, intesa come condizione naturale dell'uomo. Il medico viene così investito da una richiesta di cura magica, da una delega intollerante del limite e dello scacco. Poiché nessuno lo ha aiutato a prendere le distanze da un ruolo che la società pretende salvifico, chi cura è indotto ad assumere un atteggiamento speculare, caratterizzato dalla sopravvalutazione della scienza, dall'idealizzazione della professione, dalla dedizione incondizionata a un compito eroicizzato. Salvo poi scontrarsi con cocenti frustrazioni.
L'equivoco di considerare la malattia eccezionale e il rimedio assoluto nasce, secondo l'interpretazione dello psicoterapeuta freudiano Sergio Marsicano, dall'incapacità di accettare la compenetrazione della vita e della morte: il fatto che "l'uomo non muore perché si ammala ma si ammala perché è mortale".
Negare la dimensione esistenziale della malattia, considerarla uno strappo da ricomporre al più presto, rende il ricovero ospedaliero del tutto avulso dalla realtà della vita quotidiana, indifferente ai normali bisogni del corpo e alle necessità dello spirito. Nasce da qui l'impresa di "umanizzazione dell'ospedale" che Marsicano ricostruisce nella Fabbrica dei sogni (Angeli, pp.224, L.30.000, presentazione di Giorgio Cosmacini), attraverso una formula originale che utilizza tanto la simulazione teatrale delle situazioni quanto la discussione saggistica, con effetti che spaziano, per i lettori, dall'impegno concettuale al piacere della narrazione. L'intento del libro consiste nel condividere un'esperienza complessa, collettiva, sempre coinvolgente, spesso appassionata. Umanizzare l'ospedale richiede infatti un duplice sforzo: destrutturare le formazioni difensive rappresentate dagli stereotipi mentali e dai ruoli burocratici e, simultaneamente, tentare nuovi modi di vivere il tempo e di abitare lo spazio dell' istituzione. Il progetto comporta di considerare il paziente non tanto un oggetto passivo di cura, un paziente appunto, quanto un soggetto attivo nell'ambito di intensi scambi intellettuali e affettivi. A tal fine nulla è irrilevante. Si procede, con la consulenza di un valido architetto, ad arredare e riorganizzare i locali. Si ricontrattano inoltre gli orari del sonno, dei pasti, dei colloqui con i familiari, in modo che vi sia continuità e non frattura tra prima e dopo la malattia, tra fuori e dentro l'ospedale. Ma il ripristino della familiarità (heimlich in senso freudiano), non basta a rassicurare persone che la malattia pone di fronte all'angosciante prospettiva della propria morte. Per questo occorre recuperare le quinte che l'umanità ha da sempre costruito per schermare l'inconcepibile: l'arte, l'introspezione, il gioco, la relazione empatica, il distacco critico. Possono sembrare illusioni di fronte all'urgenza delle cure mediche, ma è il modo migliore per preservare la speranza dei malati e ridimensionare le illusioni degli operatori, sempre a rischio di soccombere emotivamente di fronte all'eventuale insuccesso dei loro interventi. Entrano così in Reparto, come elementi essenziali, oggetti "impropri" come la televisione, i libri, i giornali, il computer, il telefono; riti consolatori come il tè delle cinque, la scelta del menù, la festa collettiva. La riorganizzazione del microcosmo ospedaliero si accompagna alla ridefinizione dell'identità individuale e alla riformulazione di relazioni personali più duttili e aperte. A questa prospettiva è dedicata la maggior parte del libro che si propone come testo di sensibilizzazione e formazione per tutti coloro che a vario titolo operano in ospedale. Alla semiologia medica si affianca pertanto una "lettura" psicologica della malattia che ne coglie il potenziale comunicativo e il significato esistenziale. Non è casuale che certe volte la formazione neoplastica sopravvenga due o tre anni dopo la perdita di una persona cara, quasi volesse esprimere, nel corpo, una sofferenza mortale che non ha trovato sufficienti parole per dirsi. Il libro mostra come lo psicologo possa aiutare gli operatori a separare l' identità dal ruolo, temperando lo slancio volontaristico con la competenza professionale e la conoscenza di sé. Se vogliamo umanizzare la medicina scientifica, dobbiamo controllare l'idealizzazione, relativizzare le aspettative, evitare la delega incondizionata. Per questo è necessario tollerare la mancanza, l'assenza, il limite, abitare l'incertezza , sopportare la caducità. Non a caso Freud enumera il curare, insieme all'educare e al governare, tra le imprese impossibili. Tuttavia meritevoli di essere affrontate proprio in quanto costituiscono la specifica dimensione dell'umanità.
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