Psicoanalisi in ospedale| Ma la scienza non basta alla cura |
| Le grida si espandono dalla stanza a quattro letti al
corridoio. "Tenga giù le mani, non spinga, altrimenti chiamo la
polizia", urla spaventata Marisa, l'infermiera venuta per
ricomporre la salma del paziente appena deceduto. Che cosa
sta accadendo nel reparto Oncologia medica di un grande
ospedale cittadino? E' morto un musulmano integralista e i
parenti vogliono impedire a tutti i costi che il suo corpo sia
toccato da una donna perché "se donna tocca corpo di uomo
dopo morto, uomo non va in paradiso". Problemi nuovi per la
nostra società ma destinati a sollevare interrogativi e
sollecitare interventi validi per tutti. L'irruzione dell'alterità
mette infatti in crisi il paradigma scientifico centrato sulla cura
del sintomo e incapace pertanto di farsi carico del paziente
nella sua complessità, fatta di storia, cultura, quotidianità,
emozioni sollecitate dall'angoscia, attese ingigantite dalla
dipendenza. La malattia grave è per lo più vissuta come una
situazione di emergenza che richiede il ripristino rapido e
totale dello stato di salute, intesa come condizione naturale
dell'uomo. Il medico viene così investito da una richiesta di
cura magica, da una delega intollerante del limite e dello
scacco. Poiché nessuno lo ha aiutato a prendere le distanze da
un ruolo che la società pretende salvifico, chi cura è indotto ad
assumere un atteggiamento speculare, caratterizzato dalla
sopravvalutazione della scienza, dall'idealizzazione della
professione, dalla dedizione incondizionata a un compito
eroicizzato. Salvo poi scontrarsi con cocenti frustrazioni.
L'equivoco di considerare la malattia eccezionale e il rimedio
assoluto nasce, secondo l'interpretazione dello psicoterapeuta
freudiano Sergio Marsicano, dall'incapacità di accettare la
compenetrazione della vita e della morte: il fatto che "l'uomo
non muore perché si ammala ma si ammala perché è mortale".
Negare la dimensione esistenziale della malattia, considerarla
uno strappo da ricomporre al più presto, rende il ricovero
ospedaliero del tutto avulso dalla realtà della vita quotidiana,
indifferente ai normali bisogni del corpo e alle necessità dello
spirito. Nasce da qui l'impresa di "umanizzazione
dell'ospedale" che Marsicano ricostruisce nella Fabbrica dei
sogni (Angeli, pp.224, L.30.000, presentazione di Giorgio
Cosmacini), attraverso una formula originale che utilizza tanto la
simulazione teatrale delle situazioni quanto la discussione
saggistica, con effetti che spaziano, per i lettori, dall'impegno
concettuale al piacere della narrazione. L'intento del libro consiste
nel condividere un'esperienza complessa, collettiva, sempre
coinvolgente, spesso appassionata. Umanizzare l'ospedale richiede
infatti un duplice sforzo: destrutturare le formazioni difensive
rappresentate dagli stereotipi mentali e dai ruoli burocratici e,
simultaneamente, tentare nuovi modi di vivere il tempo e di
abitare lo spazio dell' istituzione. Il progetto comporta di
considerare il paziente non tanto un oggetto passivo di cura, un
paziente appunto, quanto un soggetto attivo nell'ambito di intensi
scambi intellettuali e affettivi.
A tal fine nulla è irrilevante. Si procede, con la consulenza di un
valido architetto, ad arredare e riorganizzare i locali. Si
ricontrattano inoltre gli orari del sonno, dei pasti, dei colloqui con
i familiari, in modo che vi sia continuità e non frattura tra prima e
dopo la malattia, tra fuori e dentro l'ospedale. Ma il ripristino
della familiarità (heimlich in senso freudiano), non basta a
rassicurare persone che la malattia pone di fronte all'angosciante
prospettiva della propria morte. Per questo occorre recuperare le
quinte che l'umanità ha da sempre costruito per schermare
l'inconcepibile: l'arte, l'introspezione, il gioco, la relazione
empatica, il distacco critico. Possono sembrare illusioni di fronte
all'urgenza delle cure mediche, ma è il modo migliore per
preservare la speranza dei malati e ridimensionare le illusioni
degli operatori, sempre a rischio di soccombere emotivamente di
fronte all'eventuale insuccesso dei loro interventi. Entrano così in
Reparto, come elementi essenziali, oggetti "impropri" come la
televisione, i libri, i giornali, il computer, il telefono; riti
consolatori come il tè delle cinque, la scelta del menù, la festa
collettiva. La riorganizzazione del microcosmo ospedaliero si
accompagna alla ridefinizione dell'identità individuale e alla
riformulazione di relazioni personali più duttili e aperte. A questa
prospettiva è dedicata la maggior parte del libro che si propone
come testo di sensibilizzazione e formazione per tutti coloro che a
vario titolo operano in ospedale.
Alla semiologia medica si affianca pertanto una "lettura"
psicologica della malattia che ne coglie il potenziale
comunicativo e il significato esistenziale. Non è casuale che certe
volte la formazione neoplastica sopravvenga due o tre anni dopo
la perdita di una persona cara, quasi volesse esprimere, nel corpo,
una sofferenza mortale che non ha trovato sufficienti parole per
dirsi. Il libro mostra come lo psicologo possa aiutare gli operatori
a separare l' identità dal ruolo, temperando lo slancio
volontaristico con la competenza professionale e la conoscenza di
sé. Se vogliamo umanizzare la medicina scientifica, dobbiamo
controllare l'idealizzazione, relativizzare le aspettative, evitare la
delega incondizionata. Per questo è necessario tollerare la
mancanza, l'assenza, il limite, abitare l'incertezza , sopportare la
caducità. Non a caso Freud enumera il curare, insieme all'educare
e al governare, tra le imprese impossibili. Tuttavia meritevoli di
essere affrontate proprio in quanto costituiscono la specifica
dimensione dell'umanità. |