| Si possono cambiare le regole del
gioco? | "Wittgenstein politico" è un po' un ossimoro.
Notoriamente, il filosofo di Vienna ha lasciato
pochissime riflessioni su temi anche solo tangenziali
alla politica. Un po' più numerose e ampie (ma non
molto) sono le riflessioni di argomento etico, e non c'è
dubbio che la sua concezione della ricerca filosofica
avesse una forte ispirazione etica; ma si tratta di
un'etica tendenzialmente antipolitica, guidata da un
ideale stoico (o stoico-cristiano) di indifferenza alle
circostanze esteriori e materiali della vita. La vita felice
- cioè, per Wittgenstein, la vita buona - è precisamente
quella per cui non fa nessuna differenza come il
mondo è. E' vero che, a tratti, Wittgenstein sembrò
pensare che l'ambiente sociale (e, in senso lato,
politico) potesse fare una differenza nel senso di
ostacolare o invece agevolare la realizzazione di una
vita buona: di qui, ad esempio, la sua ostilità per
l'ambiente accademico di Cambridge, e d'altra parte
il suo interesse per la Russia sovietica, che avrebbe
motivato un viaggio inteso ad esplorare la possibilità di
trasferirvisi (nel 1935, in piena era staliniana) non
come filosofo ma come semplice lavoratore manuale.
Possibilità risultata incompatibile con le rigidità
burocratiche del sistema sovietico. Ma è difficile
ricavare da tutto ciò una connessione precisa tra etica
e politica.
Anche le osservazioni più vicine a temi storico-politici,
come quelle sull'"oscurità del tempo presente", o sugli
Stati Uniti, o sul ruolo della scienza e della tecnologia
nel mondo moderno sembrano esprimere "una
reazione personale più o meno istintiva" (Bouveresse)
più che essere corollari di una posizione filosofica
matura; per il loro contenuto, sono osservazioni molto
comuni, negli anni '30, tra gli intellettuali europei di
orientamento pessimista,
e spesso vicine, ad esempio, a quelle di Heidegger
(ancora Bouveresse); come dice qui Cavell, ci
interessano (soltanto) perché sono di Wittgenstein,
cioè non per la loro originalità e profondità,
ma perché contribuiscono a gettar luce su alcuni
aspetti della sua riflessione filosofica, quella sì
profonda e originale, ma dedicata a tutt'altri argomenti.
Di che cosa parla, dunque, il libro a cura di Davide
Sparti, a cui hanno contribuito otto autori, alcuni dei
quali di grande fama (Donald Davidson, Stanley Cavell,
Bernard Williams)? In parte, parla d'altro. Per esempio
della connessione tra regola, correttezza e comunità:
si fa vedere che la pratica del seguire regole
presuppone una nozione di correttezza il cui
fondamento, secondo una diffusa interpretazione di
Wittgenstein, sta soltanto nel controllo che una
comunità esercita sui suoi membri. Si tratta peraltro di
una nozione di comunità priva
di connotazioni sociologiche, come si affretta a
precisare Sparti; pare acrobatico il tentativo di Silvana
Borutti di vedere nell'agire comunitario "la dimensione
del politico in Wittgenstein".
L'agire comunitario, essendo (in questa
interpretazione) alla base della sensatezza di ogni
discorso e di ogni comportamento, è certamente alla
radice delle istituzioni e dei comportamenti politici, ma
non più di quanto sia alla base dell'economia, dei
giochi, della poesia lirica e di ogni altro aspetto della
cultura. Allo stesso modo,
è certamente vero che "riconoscere l'uomo nell'uomo è
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