RASSEGNA STAMPA

30 LUGLIO 2000
DIEGO MARCONI
Si possono cambiare le regole del gioco?
"Wittgenstein politico", introduzione e cura di Davide Sparti, Feltrinelli, Milano 2000, 226pp., Lit. 40.000
"Wittgenstein politico" è un po' un ossimoro.
Notoriamente, il filosofo di Vienna ha lasciato pochissime riflessioni su temi anche solo tangenziali alla politica. Un po' più numerose e ampie (ma non molto) sono le riflessioni di argomento etico, e non c'è dubbio che la sua concezione della ricerca filosofica avesse una forte ispirazione etica; ma si tratta di un'etica tendenzialmente antipolitica, guidata da un ideale stoico (o stoico-cristiano) di indifferenza alle circostanze esteriori e materiali della vita. La vita felice - cioè, per Wittgenstein, la vita buona - è precisamente quella per cui non fa nessuna differenza come il mondo è. E' vero che, a tratti, Wittgenstein sembrò pensare che l'ambiente sociale (e, in senso lato, politico) potesse fare una differenza nel senso di ostacolare o invece agevolare la realizzazione di una vita buona: di qui, ad esempio, la sua ostilità per l'ambiente accademico di Cambridge, e d'altra parte il suo interesse per la Russia sovietica, che avrebbe motivato un viaggio inteso ad esplorare la possibilità di trasferirvisi (nel 1935, in piena era staliniana) non come filosofo ma come semplice lavoratore manuale.
Possibilità risultata incompatibile con le rigidità burocratiche del sistema sovietico. Ma è difficile ricavare da tutto ciò una connessione precisa tra etica e politica. Anche le osservazioni più vicine a temi storico-politici, come quelle sull'"oscurità del tempo presente", o sugli Stati Uniti, o sul ruolo della scienza e della tecnologia nel mondo moderno sembrano esprimere "una reazione personale più o meno istintiva" (Bouveresse) più che essere corollari di una posizione filosofica matura; per il loro contenuto, sono osservazioni molto comuni, negli anni '30, tra gli intellettuali europei di orientamento pessimista, e spesso vicine, ad esempio, a quelle di Heidegger (ancora Bouveresse); come dice qui Cavell, ci interessano (soltanto) perché sono di Wittgenstein, cioè non per la loro originalità e profondità, ma perché contribuiscono a gettar luce su alcuni aspetti della sua riflessione filosofica, quella sì profonda e originale, ma dedicata a tutt'altri argomenti.
Di che cosa parla, dunque, il libro a cura di Davide Sparti, a cui hanno contribuito otto autori, alcuni dei quali di grande fama (Donald Davidson, Stanley Cavell, Bernard Williams)? In parte, parla d'altro. Per esempio della connessione tra regola, correttezza e comunità: si fa vedere che la pratica del seguire regole presuppone una nozione di correttezza il cui fondamento, secondo una diffusa interpretazione di Wittgenstein, sta soltanto nel controllo che una comunità esercita sui suoi membri. Si tratta peraltro di una nozione di comunità priva di connotazioni sociologiche, come si affretta a precisare Sparti; pare acrobatico il tentativo di Silvana Borutti di vedere nell'agire comunitario "la dimensione del politico in Wittgenstein".
L'agire comunitario, essendo (in questa interpretazione) alla base della sensatezza di ogni discorso e di ogni comportamento, è certamente alla radice delle istituzioni e dei comportamenti politici, ma non più di quanto sia alla base dell'economia, dei giochi, della poesia lirica e di ogni altro aspetto della cultura. Allo stesso modo, è certamente vero che "riconoscere l'uomo nell'uomo è [uno dei
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vedi anche
Filosofia (e) politica