| Bodei: "È incomprensibile
senza una fede o un fine" | Vietato soffrire. È lo slogan del nostro tempo. E tutto ciò che ci
ricorda il dolore va evitato o cancellato. Si cambia canale. Come
mai il dolore è diventato così terribile per noi? "Rispetto al
passato è cambiata la valutazione del dolore", risponde il filosofo
Remo Bodei. "Una volta le cose negative della vita: la violenza, la
miseria, la morte erano considerate come un lasciapassare per
l'aldilà. Dio ne renderà merito, si diceva. Sant'Agostino vedeva
questi elementi negativi dell'esistenza come una macina da mulino
che spreme gli uomini: chi sopporta ne uscirà come lucente olio,
chi si ribella come nera morchia. Anche nel mondo non cristiano
succedeva che il dolore e la sofferenza potevano essere modi di
riscatto nei confronti di una società futura, si aveva la convinzione
che ci si sacrificava per i posteri. Oggi nelle società democratiche
o a "scarsità moderata", come dicono gli economisti, nelle società
dell'Occidente che non sono troppo povere, il dolore è visto come
qualcosa da fuggire assolutamente. Ma il dolore, quando non è
lancinante e senza speranza, è un fattore di crescita".
Non è un'idea dominante, questa...
"È vero. Ma la nostra cultura è segnata da due tradizioni: una è
quella di origine ebraica, prefigurata nell'Ecclesiaste, secondo la
quale "più si sa, più si soffre"; e c'è la tradizione greca, già in
Erodoto e poi nei tragici, in Sofocle, che diceva "le sofferenze
sono insegnamenti". Il dolore, dunque, c'insegna qualche cosa..."
Appunto: ma oggi ci sono pochi apprendisti.
"In effetti, si crede meno alla possibilità di trasformare il negativo
in positivo".
Il dolore, in passato, sollevava anche una domanda su Dio.
"Ancora oggi il dolore innocente del bambino, raffigurato da
Dostoevskij, dovrebbe rappresentare una provocazione per la
nostra società, ma molti vivono il futuro come fatto individuale e
non più collettivo o in vista di un aldilà. E in una prospettiva
"ateologica" e "ateleologica", cioè non religiosa e non legata a fini
lontani da raggiungere, il dolore non ha senso".
Fino a che punto il dolore è da curare?
"Il dolore irredimibile, certo rende perplessi: è difficile decidere
quale sia la strategia giusta, sia laicamente che religiosamente. Un
dolore portato oltre ogni limite può anche essere una crudeltà: è il
caso dell'accanimento terapeutico. D'altra parte, penso anche che
l'eutanasia attiva sia moralmente condannabile. Non sono un
teologo, ma anche Cristo ha chiesto al Padre che allontanasse da
lui il dolore: magari non ha avuto la risposta che cercava, ma
dimostra che è umana la volontà di evitare la sofferenza".
L'eutanasia è un modo di allontanare dai propri occhi una
sofferenza inguaribile?
"Mi domando se dietro il problema morale dell'eutanasia non si
nascondano in realtà altre questioni. Da un lato, c'è un problema
pratico che andrebbe subito rifiutato, quello di sgombrare i letti
d'ospedale, poiché non è con la contabilità della morte che si
imbocca la strada giusta; dall'altro lato, esiste il problema della
liceità di chiunque di far soffrire inutilmente. C'è un dolore che
abbruttisce, e va evitato. Il rischio è, però, sempre lo stesso: che
dato un dito, ci si prenda un braccio e si scelgano le soluzioni più
comode, finendo magari col medicalizzare la morte. Se stabiliamo
che vi sono casi, rari, in cui curare è una crudeltà, a chi spetta la
decisione di staccare la spina? Al paziente, quando è in condizioni
di capire e di volere? Al medico? Alle istituzioni? Certo, bisogna
essere chiari e decisi: questa decisione non deve essere ridotta a
una pratica burocratica. Per decidere in questo senso devono
essere ben chiari i limiti etici". |