RASSEGNA STAMPA

22 LUGLIO 2000
MAURIZIO CECCHETTI
Bodei: "È incomprensibile senza una fede o un fine"
Vietato soffrire. È lo slogan del nostro tempo. E tutto ciò che ci ricorda il dolore va evitato o cancellato. Si cambia canale. Come mai il dolore è diventato così terribile per noi? "Rispetto al passato è cambiata la valutazione del dolore", risponde il filosofo Remo Bodei. "Una volta le cose negative della vita: la violenza, la miseria, la morte erano considerate come un lasciapassare per l'aldilà. Dio ne renderà merito, si diceva. Sant'Agostino vedeva questi elementi negativi dell'esistenza come una macina da mulino che spreme gli uomini: chi sopporta ne uscirà come lucente olio, chi si ribella come nera morchia. Anche nel mondo non cristiano succedeva che il dolore e la sofferenza potevano essere modi di riscatto nei confronti di una società futura, si aveva la convinzione che ci si sacrificava per i posteri. Oggi nelle società democratiche o a "scarsità moderata", come dicono gli economisti, nelle società dell'Occidente che non sono troppo povere, il dolore è visto come qualcosa da fuggire assolutamente. Ma il dolore, quando non è lancinante e senza speranza, è un fattore di crescita". Non è un'idea dominante, questa... "È vero. Ma la nostra cultura è segnata da due tradizioni: una è quella di origine ebraica, prefigurata nell'Ecclesiaste, secondo la quale "più si sa, più si soffre"; e c'è la tradizione greca, già in Erodoto e poi nei tragici, in Sofocle, che diceva "le sofferenze sono insegnamenti". Il dolore, dunque, c'insegna qualche cosa..." Appunto: ma oggi ci sono pochi apprendisti. "In effetti, si crede meno alla possibilità di trasformare il negativo in positivo". Il dolore, in passato, sollevava anche una domanda su Dio. "Ancora oggi il dolore innocente del bambino, raffigurato da Dostoevskij, dovrebbe rappresentare una provocazione per la nostra società, ma molti vivono il futuro come fatto individuale e non più collettivo o in vista di un aldilà. E in una prospettiva "ateologica" e "ateleologica", cioè non religiosa e non legata a fini lontani da raggiungere, il dolore non ha senso". Fino a che punto il dolore è da curare?
"Il dolore irredimibile, certo rende perplessi: è difficile decidere quale sia la strategia giusta, sia laicamente che religiosamente. Un dolore portato oltre ogni limite può anche essere una crudeltà: è il caso dell'accanimento terapeutico. D'altra parte, penso anche che l'eutanasia attiva sia moralmente condannabile. Non sono un teologo, ma anche Cristo ha chiesto al Padre che allontanasse da lui il dolore: magari non ha avuto la risposta che cercava, ma dimostra che è umana la volontà di evitare la sofferenza". L'eutanasia è un modo di allontanare dai propri occhi una sofferenza inguaribile?
"Mi domando se dietro il problema morale dell'eutanasia non si nascondano in realtà altre questioni. Da un lato, c'è un problema pratico che andrebbe subito rifiutato, quello di sgombrare i letti d'ospedale, poiché non è con la contabilità della morte che si imbocca la strada giusta; dall'altro lato, esiste il problema della liceità di chiunque di far soffrire inutilmente. C'è un dolore che abbruttisce, e va evitato. Il rischio è, però, sempre lo stesso: che dato un dito, ci si prenda un braccio e si scelgano le soluzioni più comode, finendo magari col medicalizzare la morte. Se stabiliamo che vi sono casi, rari, in cui curare è una crudeltà, a chi spetta la decisione di staccare la spina? Al paziente, quando è in condizioni di capire e di volere? Al medico? Alle istituzioni? Certo, bisogna essere chiari e decisi: questa decisione non deve essere ridotta a una pratica burocratica. Per decidere in questo senso devono essere ben chiari i limiti etici".
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