RASSEGNA STAMPA

10 LUGLIO 2000
STEFANO CINGOLANI
Il bilancio in rosso della PSICOANALISI
A cent'anni dalla "Interpretazione dei sogni" docenti, terapeuti e pensatori di tutto il mondo si interrogano a Parigi sulle idee di Freud. Sono ancora attuali?
E' la mattina di un grigio fine settimana, la città appare assopita e depressa sotto questa pioggia quasi autunnale. Una piccola folla di mezz'età entra alla Sorbona, occupa il grande anfiteatro e proclama gli Stati Generali. Non è in gioco la sorte della Francia, bensì il futuro della psicoanalisi. Docenti, terapeuti, pensatori, giungono da varie parti del mondo per chiedersi se, a cento anni dall' Interpretazione dei sogni (apparsa per la prima volta nel 1899) e alle soglie di un nuovo millennio, le teorie di Sigmund Freud siano ancora attuali. I lavori di quest'assise originale, cominciati sabato, termineranno martedì pomeriggio più con nuove domande che con vecchie risposte. Sono rappresentate molte tendenze di una comunità che ha cominciato presto a dividersi in clan contrapposti, anche se qui il vero nume tutelare è Jacques Lacan, dominante in Francia e saldamente installato in Brasile, Argentina, nel resto dell'America Latina. A fare il punto sullo stato dell'arte, è stata scelta Elisabeth Roudinesco, storica della disciplina che, nel suo Dizionario della psicoanalisi , ha dedicato nove pagine a Lacan più cinque al "lacanismo", cinque a Melanie Klein più due al kleinismo e cinque soltanto a Carl Gustav Jung (senza alcuna appendice allo junghismo). Lungi dall'essersi integrata e istituzionalizzata, la psicoanalisi resta sott'attacco. "Segno del suo successo e della sua vitalità - sottolinea la Roudinesco -. Ma è giunta l'ora di porsi alcune domande di fondo: 1) come pensare la cura tipo, il modello poltrona-divano, in un mondo in cui la domanda di efficacia va di pari passo con la volontà di evitare lo sfruttamento dell'inconscio? 2) Come costruire un sapere clinico che scappa alle classificazioni della psichiatria senza abbandonare l'essenziale delle definizioni freudiane? 3) Si può ancora considerare l'omosessualità una perversione e continuare a escludere gli omosessuali dalla professione? 4) Come tener conto del nuovo statuto dei bambini e della organizzazione della famiglia moderna, sempre più plurima? 5) Nel XXI secolo la psicoanalisi sarà esportata in modo post-coloniale o globalista, alla maniera di un'interprete meccanica o sarà capace di diventare strumento critico dei suoi propri dogmi e, nello stesso tempo, dei modi di pensare che resistono alla sua espansione?". L'assemblea dibatte e si arrovella, applaude, rumoreggia, fischia, interrompe come ogni assemblea che si rispetti. Finché non si abbatte Jacques Derrida. Invitato d'onore per la seduta di questa sera, il suo testo circola in anticipo e fa correre un brivido nella sala. Abbandonando, almeno in parte, il parlare ellittico, il filosofo francese più noto oltre Atlantico, colui che nel 1966 a Baltimora raccoglieva le preoccupazioni di Lacan nel suo primo viaggio americano, rompe gli indugi e ammette: "Non sono sicuro, questa volta, di essere dei vostri, anche se da una parte resto fiero di rivendicare e condividere le vostre inquietudini". La presa di distanza non riguarda aspetti particolari e sempre controversi del freudismo, ma la capacità stessa di interpretare la realtà contemporanea. "Il mondo, il processo di mondializzazione del mondo - dice Derrida non rinunciando a equilibrismi lessicali - con tutte le conseguenze politiche, sociali, economiche, giuridiche, tecnico-scientifiche, ecc., resiste senza dubbio alla psicoanalisi.
Lo fa in forme nuove sulle quali voi stessi vi state interrogando.
Resiste in modo ineguale e difficile da analizzare. Alla psicoanalisi oppone un modello di scienza positiva, positivista, genetista, talvolta anche una ermeneutica spiritualista, oppure concetti e pratiche arcaiche dell'etica, del diritto e della politica che appaiono dominati da una certa metafisica della sovranità (autonomia e onnipotenza del soggetto individuale o statuale)".
Gli Stati Generali sono consapevoli di questi limiti? L'americano Howard Shevrin si domanda se occorre tenere distinti scienziato e terapeuta, teoria generale della mente e processo clinico. La sala reagisce con sonori "buuu". "La psicoanalisi non è solo tecnica - proclama Fethi Benslama - al contrario, sostiene una decostruzione del modello occidentale, rifiutando nello stesso tempo il relativismo culturale assoluto". E Michel Plon incalza: "Contro il modernismo mondialista, siamo sollecitati a portare risposte, alle nuove forme di vita, sessuale e sociale, alla politica, perché un certo accampato apoliticismo ha coperto spesso politiche statiche insostenibili". Eppure, attacca Derrida, "la psicoanalisi non ha ancora intrapreso a pensare, a penetrare e a cambiare gli assiomi dell'etica, del giuridico e del politico, soprattutto in quei luoghi sismici in cui trema il fantasma della sovranità e in cui si producono gli avvenimenti geopolitici più traumatici, diciamo ancora confusamente più crudeli del nostro tempo". Qualche esempio? Dopo la Shoah, il crimine primordiale non è più soltanto il parricidio come pensava Freud, bensì il crimine contro l'umanità. Già nel 1933 Freud e Albert Einstein volevano sottometterlo, pur senza riuscire a definirlo, a una giurisdizione sovrannazionale. Eppure, non è stata la psicoanalisi a farne la pietra di paragone della riflessione moderna. Ancora: gli sviluppi della biologia molecolare e della genetica, mettono in causa la teoria freudiana delle pulsioni? Si sta creando una scissione tra l'uomo-macchina da una parte e l'uomo-spirito, appannaggio l'uno dei tecnici, l'altro dei religiosi. "Tutto ciò dimostra che c'era bisogno di convocare gli Stati Generali per l'avvenire della nuova psicoanalisi", dichiara la Roudinesco con tutto l'ottimismo della sua energetica volontà. I grandi padri dell'università parigina osservano marmorei. Robert de Sorbon mostra il suo trattato De Coscientia ; René Descartes inarca perplesso le sopracciglia; Antoine de Lavoisier appoggia il mento alla mano sinistra; Blaise Pascal sembra addormentato, ma certamente pensa; il cardinal Richelieu, che ha vegliato a lungo sull'autonomia del sovrano, è d'accordo con Derrida.
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