Il bilancio in rosso della PSICOANALISI| A cent'anni dalla "Interpretazione dei sogni"
docenti, terapeuti e pensatori di tutto il mondo si
interrogano a Parigi sulle idee di Freud. Sono ancora
attuali? |
| E' la mattina di un grigio fine settimana, la città appare assopita e
depressa sotto questa pioggia quasi autunnale. Una piccola folla
di mezz'età entra alla Sorbona, occupa il grande anfiteatro e
proclama gli Stati Generali. Non è in gioco la sorte della Francia,
bensì il futuro della psicoanalisi. Docenti, terapeuti, pensatori,
giungono da varie parti del mondo per chiedersi se, a cento anni
dall' Interpretazione dei sogni (apparsa per la prima volta nel
1899) e alle soglie di un nuovo millennio, le teorie di Sigmund
Freud siano ancora attuali. I lavori di quest'assise originale,
cominciati sabato, termineranno martedì pomeriggio più con
nuove domande che con vecchie risposte. Sono rappresentate
molte tendenze di una comunità che ha cominciato presto a
dividersi in clan contrapposti, anche se qui il vero nume tutelare è
Jacques Lacan, dominante in Francia e saldamente installato in
Brasile, Argentina, nel resto dell'America Latina. A fare il punto
sullo stato dell'arte, è stata scelta Elisabeth Roudinesco, storica
della disciplina che, nel suo Dizionario della psicoanalisi , ha
dedicato nove pagine a Lacan più cinque al "lacanismo", cinque a
Melanie Klein più due al kleinismo e cinque soltanto a Carl
Gustav Jung (senza alcuna appendice allo junghismo).
Lungi dall'essersi integrata e istituzionalizzata, la psicoanalisi
resta sott'attacco. "Segno del suo successo e della sua vitalità -
sottolinea la Roudinesco -. Ma è giunta l'ora di porsi alcune
domande di fondo: 1) come pensare la cura tipo, il modello
poltrona-divano, in un mondo in cui la domanda di efficacia va di
pari passo con la volontà di evitare lo sfruttamento
dell'inconscio? 2) Come costruire un sapere clinico che scappa
alle classificazioni della psichiatria senza abbandonare
l'essenziale delle definizioni freudiane? 3) Si può ancora
considerare l'omosessualità una perversione e continuare a
escludere gli omosessuali dalla professione? 4) Come tener conto
del nuovo statuto dei bambini e della organizzazione della
famiglia moderna, sempre più plurima? 5) Nel XXI secolo la
psicoanalisi sarà esportata in modo post-coloniale o globalista,
alla maniera di un'interprete meccanica o sarà capace di diventare
strumento critico dei suoi propri dogmi e, nello stesso tempo, dei
modi di pensare che resistono alla sua espansione?". L'assemblea
dibatte e si arrovella, applaude, rumoreggia, fischia, interrompe
come ogni assemblea che si rispetti. Finché non si abbatte Jacques
Derrida. Invitato d'onore per la seduta di questa sera, il suo testo
circola in anticipo e fa correre un brivido nella sala.
Abbandonando, almeno in parte, il parlare ellittico, il filosofo
francese più noto oltre Atlantico, colui che nel 1966 a Baltimora
raccoglieva le preoccupazioni di Lacan nel suo primo viaggio
americano, rompe gli indugi e ammette: "Non sono sicuro, questa
volta, di essere dei vostri, anche se da una parte resto fiero di
rivendicare e condividere le vostre inquietudini". La presa di
distanza non riguarda aspetti particolari e sempre controversi del
freudismo, ma la capacità stessa di interpretare la realtà
contemporanea.
"Il mondo, il processo di mondializzazione del mondo - dice
Derrida non rinunciando a equilibrismi lessicali - con tutte le
conseguenze politiche, sociali, economiche, giuridiche,
tecnico-scientifiche, ecc., resiste senza dubbio alla psicoanalisi.
Lo fa in forme nuove sulle quali voi stessi vi state interrogando.
Resiste in modo ineguale e difficile da analizzare. Alla
psicoanalisi oppone un modello di scienza positiva, positivista,
genetista, talvolta anche una ermeneutica spiritualista, oppure
concetti e pratiche arcaiche dell'etica, del diritto e della politica
che appaiono dominati da una certa metafisica della sovranità
(autonomia e onnipotenza del soggetto individuale o statuale)".
Gli Stati Generali sono consapevoli di questi limiti? L'americano
Howard Shevrin si domanda se occorre tenere distinti scienziato e
terapeuta, teoria generale della mente e processo clinico. La sala
reagisce con sonori "buuu". "La psicoanalisi non è solo tecnica -
proclama Fethi Benslama - al contrario, sostiene una
decostruzione del modello occidentale, rifiutando nello stesso
tempo il relativismo culturale assoluto". E Michel Plon incalza:
"Contro il modernismo mondialista, siamo sollecitati a portare
risposte, alle nuove forme di vita, sessuale e sociale, alla politica,
perché un certo accampato apoliticismo ha coperto spesso
politiche statiche insostenibili".
Eppure, attacca Derrida, "la psicoanalisi non ha ancora intrapreso
a pensare, a penetrare e a cambiare gli assiomi dell'etica, del
giuridico e del politico, soprattutto in quei luoghi sismici in cui
trema il fantasma della sovranità e in cui si producono gli
avvenimenti geopolitici più traumatici, diciamo ancora
confusamente più crudeli del nostro tempo".
Qualche esempio? Dopo la Shoah, il crimine primordiale non è
più soltanto il parricidio come pensava Freud, bensì il crimine
contro l'umanità. Già nel 1933 Freud e Albert Einstein volevano
sottometterlo, pur senza riuscire a definirlo, a una giurisdizione
sovrannazionale.
Eppure, non è stata la psicoanalisi a farne la pietra di paragone
della riflessione moderna.
Ancora: gli sviluppi della biologia molecolare e della genetica,
mettono in causa la teoria freudiana delle pulsioni? Si sta creando
una scissione tra l'uomo-macchina da una parte e l'uomo-spirito,
appannaggio l'uno dei tecnici, l'altro dei religiosi.
"Tutto ciò dimostra che c'era bisogno di convocare gli Stati
Generali per l'avvenire della nuova psicoanalisi", dichiara la
Roudinesco con tutto l'ottimismo della sua energetica volontà. I
grandi padri dell'università parigina osservano marmorei. Robert
de Sorbon mostra il suo trattato De Coscientia ; René Descartes
inarca perplesso le sopracciglia; Antoine de Lavoisier appoggia il
mento alla mano sinistra; Blaise Pascal sembra addormentato, ma
certamente pensa; il cardinal Richelieu, che ha vegliato a lungo
sull'autonomia del sovrano, è d'accordo con Derrida. |