RASSEGNA STAMPA

6 LUGLIO 2000
ARMANDO TORNO
LE TRAPPOLE DEL SAPERE DIETRO LA MASCHERA DEL FILOSOFO
Il nuovo saggio di Carlo Sini, "Idoli della conoscenza", riprende una tesi che percorre tutto il pensiero occidentale, da Platone a oggi
Carlo Sini, "Idoli della conoscenza", Raffaello Cortina Editore, pp. 272, 35.000
Gli idoli sono infidi, in fondo altro non sono che dei simulacri. Ma nell'antica Grecia atomisti ed epicurei, allorché cercarono di spiegare la conoscenza, furono costretti a rivolgersi proprio a loro. Li chiamavano "eidola". Dissero che le immagini, fatte da flussi di atomi, si staccano dalle cose, ci raggiungono e producono sensazioni, rendendo così possibile il fenomeno che ci mette in contatto con la realtà. Francis Bacone, vissuto tra XVI e XVII secolo e gran cerimoniere del metodo sperimentale, nel Novum Organum ha catalogato i generi di idoli, distinguendone quattro. Tra essi ha parlato anche di quelli dovuti alle imprecisioni del linguaggio, definendoli "idola fori", vale a dire "della piazza". Ora Carlo Sini, nel suo ultimo libro Idoli della conoscenza , ci ricorda che il problema è, appunto, antico e per orientarsi conviene partire dal Cratilo di Platone , opera da rivalutare, "luogo di frontiera in cui si decidono cose che segneranno per secoli il nostro destino". Di più: questo dialogo è anche un gioco con le parole e procede scherzando (ma non è facile stabilire dove e come). In esso si riflette pienamente lo "scandalo" della condizione umana: il bisogno di conoscenza.
Vogliamo capire il mondo e anche l'aldilà; utilizziamo il "senso comune", poi ci divincoliamo dalle apparenze e puntiamo sulla scienza; infine siamo disposti a concedere sempre più spazio alla tecnica che, lentamente, ne lascia sempre meno a noi. Sini sottolinea come queste tappe del pensiero umano siano scandite dagli idoli che ci siamo inventati nel tentativo di perfezionare la conoscenza. Oggi ce ne sono forse più di quelli catalogati da Bacon. Difficile dirlo. Di certo conviene non fidarsi di quei filosofi che pensano di eliminarli attaccandosi alla realtà come l'avaro al suo gruzzolo. Sini ci avverte che "quel senso comune che parla in noi non è né eterno né universale" e che le maschere disponibili sono sempre più numerose. Egli apre il suo libro con prudenza, ovvero con Kant, filosofo che ha un doppio volto. In margine al viaggio offertoci con la Critica della Ragion Pura , Sini invita a tener presente questa osservazione: "Ogni domanda sulla conoscenza implicitamente pretende di conoscere la conoscenza, e così la presuppone". Circolo vizioso. Già, ma allora cosa deve fare il filosofo? Risposta: insinuarsi sulla scena, guastare, ribellarsi. Ridere come Platone. In tal modo qualche idolo potrà essere spezzato.
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