LE TRAPPOLE DEL SAPERE DIETRO LA
MASCHERA DEL FILOSOFO| Il nuovo saggio di Carlo Sini, "Idoli della
conoscenza", riprende una tesi che percorre tutto il
pensiero occidentale, da Platone a oggi |
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| Carlo Sini, "Idoli della
conoscenza",
Raffaello
Cortina
Editore, pp.
272, 35.000 | Gli idoli sono infidi, in fondo altro non sono che dei
simulacri. Ma nell'antica Grecia atomisti ed epicurei, allorché
cercarono di spiegare la conoscenza, furono costretti a
rivolgersi proprio a loro. Li chiamavano "eidola". Dissero che
le immagini, fatte da flussi di atomi, si staccano dalle cose, ci
raggiungono e producono sensazioni, rendendo così possibile il
fenomeno che ci mette in contatto con la realtà. Francis Bacone,
vissuto tra XVI e XVII secolo e gran cerimoniere del metodo
sperimentale, nel Novum Organum ha catalogato i generi di idoli,
distinguendone quattro. Tra essi ha parlato anche di quelli dovuti
alle imprecisioni del linguaggio, definendoli "idola fori", vale a
dire "della piazza". Ora Carlo Sini, nel suo ultimo libro Idoli
della conoscenza , ci ricorda che il problema è, appunto, antico
e per orientarsi conviene partire dal Cratilo di Platone , opera
da rivalutare, "luogo di frontiera in cui si decidono cose che
segneranno per secoli il nostro destino". Di più: questo dialogo
è anche un gioco con le parole e procede scherzando (ma non è
facile stabilire dove e come). In esso si riflette pienamente lo
"scandalo" della condizione umana: il bisogno di conoscenza.
Vogliamo capire il mondo e anche l'aldilà; utilizziamo il "senso
comune", poi ci divincoliamo dalle apparenze e puntiamo sulla
scienza; infine siamo disposti a concedere sempre più spazio
alla tecnica che, lentamente, ne lascia sempre meno a noi. Sini
sottolinea come queste tappe del pensiero umano siano scandite
dagli idoli che ci siamo inventati nel tentativo di perfezionare la
conoscenza. Oggi ce ne sono forse più di quelli catalogati da
Bacon. Difficile dirlo. Di certo conviene non fidarsi di quei
filosofi che pensano di eliminarli attaccandosi alla realtà come
l'avaro al suo gruzzolo. Sini ci avverte che "quel senso comune
che parla in noi non è né eterno né universale" e che le
maschere disponibili sono sempre più numerose. Egli apre il
suo libro con prudenza, ovvero con Kant, filosofo che ha un
doppio volto. In margine al viaggio offertoci con la Critica della
Ragion Pura , Sini invita a tener presente questa osservazione:
"Ogni domanda sulla conoscenza implicitamente pretende di
conoscere la conoscenza, e così la presuppone". Circolo
vizioso. Già, ma allora cosa deve fare il filosofo? Risposta:
insinuarsi sulla scena, guastare, ribellarsi. Ridere come
Platone. In tal modo qualche idolo potrà essere spezzato. |