| Atleti oltre le gambe c'è di più | Posso soltanto chiedere indulgenza per il fatto di
aprire un commento sportivo con la più venerabile delle ubbie
professorali: una citazione dai classici. Quasi 2500 anni fa, molto
tempo prima che Mr. Doubleday inventasse il baseball (1839),
Protagora compendiò la nostra deplorevole tendenza a presentare
tutte le questioni complesse come dicotomie nelle seguenti parole:
"Ogni questione ha due lati, ciascuno l'esatto opposto dell'altro".
Spesso diamo risalto a queste caricature accoppiando ai due poli
dell'opposizione la rima o l'allitterazione, come in "natura contro
cultura", per l'origine dei nostri comportamenti, o in "cervello contro
muscoli" ( brain versus brawn ) per le fonti del successo virile: la
forza per il guerriero e l'atleta, l'intelligenza per lo studioso e il
capitano d'industria. I tifosi di buon senso non portano questa
dicotomia fino all'estremo di considerare i loro eroi-atleti totalmente
sprovvisti di senno, come se Dio avesse dato a ciascun essere umano
un certo quantum di energia globale, col risultato che ogni oncia
supplementare di muscoli dev'essere pagata con la rinuncia a
un'oncia d'ingegno. La nostra tendenza è piuttosto a caratterizzare le
facoltà mentali degli atleti come la capacità di cogliere
intuitivamente il movimento e la posizione del corpo: se si vuole,
un'"in telligenza fisica". Noi riconosciamo dunque una componente
mentale nella grazia di Di Maggio, nei movimenti magnifici e
micidialmente efficaci di Michael Jordan o Muhammad Ali, e anche
nella pura forza di Shaq che va prepotentemente a canestro. (Forse
non c'è nessuno che possa fermare quasi centocinquanta chili in
accelerazione, ma il colosso deve comunque sapere qual è il suo
bersaglio.) Quest'erronea credenza nella natura intuitiva e fisica
delle facoltà mentali dell'atleta trova il suo compendio migliore nella
frase correntemente usata in ambito sportivo per un giocatore che
infila una trionfale serie di successi alla battuta o al canestro: "Non
sa quello che fa!". Ma c'è anche il rovescio di quest'errore: quando un
bravo giocatore, dopo molti anni di successi professionali, inciampa
nel compiere le operazioni più comuni del suo mestiere sportivo,
spesso diamo la colpa all'intrusione di un'indebita consapevolezza.
Così, quando il giocatore di baseball Chuck Knoblauch "si blocca", e
d'un tratto non riesce più a eseguire la convenzionale scivolata verso
la prima base, diciamo che il suo cervello consapevole s'è intromesso
in una capacità corporea che dev'essere affinat a dalla pratica fino a
diventare un riflesso puramente automatico e virtualmente infallibile.
Non penso che questa visione convenzionale sia del tutto sbagliata,
ma ritengo che quando assimiliamo l'aspetto intellettuale dello sport
all'intuizione corporea non verbalizzabile, e consideriamo ogni
eccesso di consapevolezza come "un intralcio", commettiamo una
grave sottovalutazione del lato mentale della performance atletica; e
ciò per due motivi di grande importanza. Innanzi tutto, una delle più
sconcertanti (e innegabili) proprietà delle grandi prestazioni atletiche
consiste nell'impossibilità di regolare certe abilità cruciali mediante
un'esplicita deliberazione mentale: la semplice verità è che l'azione
da compiere non concede abbastanza tempo per l'elaborazione
sequenziale di decisioni consapevoli. È assolutamente ovvio che
l'intrinseco paradosso e lo squisito fascino dell'atto di colpire una
palla da baseball rientrano in questa categoria. I battitori non hanno
puramente e semplicemente il tempo di valutare un lancio dal suo
movimento iniziale, per poi decidere se e come procedere allo swing.
I battitori debbono "congetturare", attingendo alle profondità del
loro studio e della loro esperienza, prima che il lanciatore effettui il
suo tiro; e una congettura sbagliata può far apparire orribilmente
stupido anche il più grande dei battitori, come quando Pedro
Martinez lancia il suo change-up con l'identico movimento del
braccio con cui lancia l a sua fastball , col risultato che il battitore,
annusando guai, ha già completato il suo swing prima che la palla
rotoli tranquillamente attraverso il piatto. In effetti, operazioni
mentali di questo genere non possono procedere consapevolmente e
sequenzialmente. Ma non per questo tali abilità vanno considerate
una forma d'intelligenza inferiore, confinata alle prestazioni fisiche
degli atleti. Molte tra le prodezze mentali più astratte, e
apparentemente più matematiche, rientrano nella medesima
sconcertante categoria. Per esempio, nel corso del tempo parecchi tra
i più grandi virtuosi del calcolo mentale sono stati in grado di
specificare gli algoritmi (le regole di calcolo) che affermano
d'impiegare quando compiono efficacemente quanto istantaneamente
prodezze come la determinazione del giorno della settimana per
qualunque data di qualunque anno, non importa quanti secoli distante
nel passato o nel futuro. Ma studi esaurienti mostrano che questi
calcolatori lavorano troppo velocemente perché i loro risultati siano
otte nuti mediante una qualunque forma di calcolo consapevole e
sequenziale. In secondo luogo, la tesi che il disagio di Knoblauch
deriva dal fatto che il cervello s'impone indebitamente alla percezione
(o la mente alla materia) costituisce il peggiore e il più filisteo dei
fraintendimenti. È vero, può accadere che una dimensione mentale di
una specie consapevole e indesiderata s'intrometta in uno stile
cognitivo diverso, inconsapevole e, nella fattispecie, obbligato. Ma in
entrambi i casi si tratta di una dimensione mentale, non del corpo
contro la mente. Il problema di Knoblauch ha la stessa forma di molti
dolorosi ostacoli che si presentano in attività puramente mentali, di
cui il blocco dello scrittore quando l'ossessione per le regole dello
stile e della grammatica intralcia il flusso della buona prosa è
soltanto l'esempio più ovvio. Ed è indubbiamente sbagliato
qualificare la modalità non "bloccata" come meno intellettuale
solamente perché non riusciamo a descrivere agevolmente i suoi
piaceri e le sue procedure. Io non nego le differenze di stile e di
sostanza tra la performan ce dell'atleta e quella tipica dello studioso,
ma è certamente un errore considerare lo sport come il campo in cui
domina una grezza intuizione (tutt'al più nobilitata con eufemismi
politically correct del genere "intelligenza corporea"), e la
letteratura come la raffinata sfera della nostra massima acutezza
mentale. Il successo dei grandissimi atleti non può dipendere dai soli
talenti fisici. Essi debbono agire anche con i loro cervelli; e infatti
studiano, si arrovellano, s'infuriano contro i loro limiti , si esercitano
e si perfezionano con la stessa dedizione e lo stesso impegno che tutti
i buoni studiosi consacrano al loro Shakespeare. Mark McGwire, che
studia instancabilmente i video di ogni singolo lancio di tutti i
lanciatori di baseball che potrà capitargli d'incontrare, non è
sicuramente da meno dello studioso scrupoloso che controlla fin
l'ultima nota a piè di pagina della monografia che è l'opera della sua
vita. La capacità mentale di McGwire è magari più difficile da
descrivere in parole, ma non perché gli atleti siano più stupidi o
intrinsecamente meno articolati degli scrittori. La verità è piuttosto
che questa modalità dei pro cessi mentali inconsci si presta male alla
descrizione verbale in tutti gli ambiti in cui opera. Nella mia
esperienza personale (l'ammetto, limitata), ho trovato grandi
interpreti di musica classica ancor meno capaci dei giocatori di
baseball di articolare i fondamenti del loro successo. E così a Chuck
Knoblauch, che è un ottimo giocatore, possiamo dire soltanto: anche
questa passerà. Io aspetto di vederti allo stadio in una fresca serata di
fine ottobre. È il momento culminante della nona ripresa, due outs,
settima partita della World Series. Una qualche vittima designata
della National League batte una palla bassa in seconda, e tu la prendi
destramente al volo per l'out finale. Gli Yankees vincono la Series,
quattro partite contro tre. E secondo le convenzioni che nel baseball
regolano i l punteggio quest'ultimo out passa alla storia come un
assist del secondabase seguito da un'eliminazione del primabase: 4-3. |