RASSEGNA STAMPA

2 LUGLIO 2000
DARIO ANTISERI
L'uomo nuovo non è nel Dna
Due contrapposti atteggiamenti appaiono oggi dominanti nei confronti della scienza e della tecnica: da una parte vi è un diffuso rifiuto della tecnica, dall'altra le applicazioni tecnologiche alimentano sempre di più attese ultrautopiche.
Sulla scia del pensiero di Heidegger si sostiene che la tecnica non sarebbe affatto uno strumento neutrale nelle mani dell'uomo, né un evento accidentale dell'Occidente: essa, piuttosto, costituirebbe l'esito scontato di quello sviluppo per cui l'uomo, obliando l'Essere, si è lasciato travolgere dalla "volontà dì potenza", rendendo la realtà e se stesso un puro oggetto da dominare e sfruttare. Il mondo occidentale è un mondo costruito sulla manipolazione delle cose, e dunque sull'idea che le cose sono trasformabili, prive di una propria consistenza, ridotte a niente. E siffatta riduzione delle cose a niente riduce l'uomo stesso a cosa manipolabile - oggetto nelle mani di chi ha o avrà "potere". E all'origine del male endemico della civiltà occidentale ci sarebbe uno stregone tutt'altro che apprendista: Platone.
Certo, le denunce di quanti osteggiano la tecnica sono spesso sacrosante, i loro allarmi non di rado giustificati e preziosa è la loro sensibilità a valori come il rispetto per l'ambiente e per gli animali, e per la salute.E tuttavia non si può fare a meno di chiedere loro se la funzione della Terra sia quella di essere un museo biologico o di tenere in vita più dì sei miliardi di persone, o anche se dobbiamo convertirci tutti all'ortodossia jainista o tornare addirittura nella caverna. Ma anche lì, attenzione, c'era la clava! L'utopia di una natura sacra, benigna e inviolabile potrà anche sedurre, ma è falsa e impraticabile. Falsa perché, per certi aspetti, non si può dar torto a Musil quando scriveva che la natura "è terrosa, angolosa, velenosa e inumana dappertutto dove l'uomo non le impone il suo giogo". Impraticabile perché noi non possiamo far altro che riparare la nave in mare aperto: gli eventuali danni delle realizzazioni tecnologiche potranno essere riparati solo da altri interventi tecnologici. Le possibilità tecnologiche aumentano le responsabilità degli esseri umani e non è vero che le annullino. Ed è semplicemente follia negare gli immensi benefici morali, materiali e sociali arrecati all'umanità dagli sviluppi della tecnica. "Se la schiavitù è stata sostanzialmente abolita, questo lo dobbiamo alle conseguenze pratiche della scienza" (A. Einstein). E le femministe dovrebbero essere d'accordo con Karl Popper sul fatto che per l'emancipazione della donna ha contribuito molto di più la lavatrice che "la pressione ideologica".
Sull'altra sponda gli sviluppi della ricerca scientifica e delle implicazioni tecnologiche inducono non pochi ad abbracciare un'utopia opposta alla precedente e a coltivare l'illusione di natura proto-positivistica stando alla quale "la scienza, e la scienza sola, può rendere all'urnanità ciò senza di cui essa non può vivere, un simbolo e una legge". E' quanto sta accadendo in questi giorni a proposito della mappatura del genoma umano, nonostante le accorte e caute dichiarazioni di seri ricercatori. Siamo indubbiamente di fronte a un significativo balzo in avanti della ricerca scientifica. Ma tra questo rilevante esito della ricerca e proclamare che abbiamo scoperto il linguaggio di Dio, che ormai siamo padroni della vita, che siamo come Dio e che l'immortalità non è più un traguardo irraggiungibile ce ne corre. Il non sequitur pare essere un errore logico non facilmente evitabile. E un errore ancor più comune è il costruttivismo.
"Costruttivismo" è un termine proposto da Friedrích A. von Hayek per designare una diffusa e difesa - e deleteria - teoria che ha infestato le scienze sociali sin dal loro nascere. Il costruttivismo consiste nell'idea per cui "l'uomo, dato che ha creato egli stesso le istituzioni della società e della civiltà, deve anche poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri e le sue aspirazioni". Tutte le istituzioni e tutti gli eventi storico-sociali non sono frutto né dell'azione di Dio né della cieca natura; nella loro genesi e nei loro mutamenti sono esiti di piani intenzionali, progettati, voluti e realizzati. Sembra, questa, un'idea ovvia. Ma le cose non stanno affatto così, giacché le più importanti istituzioni umane - il linguaggio, la moneta, il diritto, lo Stato, migliaia e migliaia di città, e tantissimi altri istituti della vita sociale - sono esiti spontanei di azioni volte ad altri scopi. Le azioni umane intenzionali comportano conseguenze inintenzionali, come bene sanno - tra gli altri - i medici e i farmacologi allorché puntano l'attenzione su quelli che loro chiamano "effetti collaterali". E quand'anche un progetto riesca, esso non sempre riesce così come lo si era immaginato. Ragioni logiche ed epistemologiche rendono ben conto della ineluttabile emergenza delle conseguenze inintenzionali delle aziom umane intenzionali. E se le cose stanno cosi, allora è chiaro che cartesiani, illuministi e positivisti, dice Hayek, sono stati tutti costruttivisti: non hanno usato la ragione, ne hanno abusato. Il costruttivismo, a suo avviso, è una malattia che ha infestato nazismo e comunismo, oltre che vasti settori della psichiatria e della psicologia. E che, come pare, seguita a produrre rinnovate esplosioni di scientismo acritico. Conosciamo tutti gli esiti aberranti e disumani di quelle ideologie che hanno, sbandierato l"'ideale" della costruzione del "Superuomo" o dell'"Uomo Nuovo". Ne abbiamo abbastanza. Una speranza motivata è, invece, che la mappatura del genoma possa portare, in tempi magari brevi e nella consapevolezza che "l'uomo non è e non sarà mai padrone del proprio futuro" (Hayek), a estirpare le malattie e ad alleviare le sofferenze di quell'uomo che esiste già.
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