La potenza del singolareUn libro di Fabio Raimondi L'umanesimo non antropocentrico presente nell'opera di Giordano Bruno, e che
ritroviamo in Spinoza, definisce la prima tappa di un percorso materialista per
l'intelletto generale che arriva fino a Marx |
| E' davvero con una stravagante piroetta che l'intelletto generale ovvero la funzione
generica dell'uomo si presenta nell'Orazione del 1486 di Giovanni Pico della Mirandola
comunemente nota con l'enfatico titolo De dignitate hominis e ora riedita e tradotta, in
collaborazione con Saverio Marchignoli, nell'ambito del pregevole studio di Pier Cesare
Bori (Pluralità delle vie - alle origini del "Discorso sulla dignità umana di Pico
della Mirandola", Feltrinelli, pp. 162, L. . 30.000), parte di un più vasto progetto
internazionale consultabile in rete (www.brown.edu/Departments/Italian-Studies/pico/).
Non ci troviamo più semplicemente, come nell'averroismo latino (per esempio, in
Sigeri di Brabante) e poi nel neoplatonismo fiorentino di Marsilio Ficino, in presenza di
un'apologia dell'uomo come microcosmo, interprete e anello di congiunzione fra terra e
cielo, nexus fra natura materiale e sfera angelica spirituale. Il mito platonico di Eros,
generato nel giardino di Zeus da Poros (risorsa) e Penía (povertà), quindi di natura
intermedia fra ignoranza e sapienza e alla seconda proteso, mescolato con la storia
biblica di Adamo e del giardino dell'Eden subisce con Pico una radicale trasformazione.
Egli sostiene infatti che il primato dell'uomo non consiste soltanto nell'essere principio
di comunicazione fra le creature, interstizio tra la fissità dell'eterno e il flusso del
tempo, ma nel fatto che egli non è legato come le altre cose a un punto determinato
dell'universo e sceglie da sé la propria collocazione, che sta in lui decidere a quale
specie di esistenza vuole appartenere. La sua vocazione non è quella di fruire
staticamente di una centralità ontologica, ma di attraversare dinamicamente il mondo
delle immagini sino all'assimilazione con l'assoluto senza immagine.
La medietà si fa dunque libertà. Bori osserva giustamente che, al di là del discusso
problema delle influenze neoplatoniche o biblico-scolastiche, il tratto fondamentale di
Pico è la mancanza di un'immagine precisa nell'uomo, che lungi dal replicare quella di
Dio, è indiscretae opus imaginis (opera dall'immagine non definita), quindi in grado di
condividere - vero camaleonte - l'essenza di diverse creature, costruire intorno a sé un
mondo (non un ambiente, come gli animali che vi si adattano per istinto) e da ultimo
identificarsi con chi nasconde la propria immagine nell'oscurità - in solitaria Patris
caligine, secondo il modello di Dionigi lo pseudo-Areopagita.
Nella celebre allocuzione del 5 Dio Pico, esauriti tutti gli attributi specifici, decide di
dare ad Adamo, invece di qualcosa di proprio, quello di comune che apparteneva a tutti
gli altri esseri e gli annuncia di averlo posto al centro del mondo, ma senza una dimora o
un sembiante certo, affinché possa guardarsi intorno, vedere ciò che esso contiene e
decidere liberamente - lui né celeste né terreno, né mortale né immortale - se
degenerare nel bruto o rigenerarsi nel divino, avendo nel frattempo la capacità di
sviluppare i semi di ogni genere di vita e di manipolare illimitatamente, nella sua
indifferenza di vocazione, la natura. L'uomo, nella sua identità non identitaria, è il
perfetto essere generico (a livello, beninteso, di tecnologia artigianale) e la sua dignità
finisce così per emulare quella dei tre ordini angelici.
Bori mostra assai bene la pluralità delle componenti filosofiche di Pico, in cui
convivono la linea Plotino-Dionigi-Marsilio ed elementi della falsafa ebraico-islamica
(Averroè, Maimonide e - aggiungerei - al-Fârâbî) e della tradizione scolastica, ciò che si
riflette in un'ipotesi di partecipazione secolarizzata e plurale alla vita celeste che va ben
al di là del generico "concordismo" umanistico fra Platone e Aristotele ed entra in
conflitto, non a caso, con le autorità ecclesiastiche. Evidente risulta la discrepanza con
la posteriore evoluzione di un umanesimo antropocentrico che esaspera l'elemento di
indeterminazione generica nell'ambito di una teologia negativa, al cui centro sta
l'inconoscibilità e assoluta trascendenza del Dio creatore e il carattere quasi nullo della
materia creata (l'agostiniano prope nihil). Il passaggio, assai affine al radicalismo della
Riforma protestante, si manifesta quasi subito nel De sapiente e nel Libellus de nihilo
di Bovillo, che utilizza la nozione aristotelica di potenza e l'immagine dello specchio di
per sé vuoto con un'insistita piegatura nichilistica, che attinge la propria forza della
ripresa ortodossa della creazione del mondo dal nulla e dal suo sempre possibile ritorno
a tale stato). E' noto quanto tali posizioni (e la loro fonte cusaniana) abbiano a lungo
lavorato, fino alla potenza hegeliana del negativo, nella storia della filosofia e come
l'ateo Hobbes, con audacissima secolarizzazione, vi abbia fondato la giustificazione per
il carattere assolutamente artificiale del vincolo sociale, dello stato civile opposto a uno
stato naturale irrimediabilmente corrotto, con ovvie conseguenze assolutistiche.
Una diversa possibilità - di un umanesimo non antropocentrico e non negativo - è quella
che si delinea più confusamente in Giordano Bruno e più limpidamente in Spinoza,
definendo un percorso materialista per l'intelletto generale, non separato dalla natura,
che arriva fino a Marx. In Bruno, che il libro di Fabio Raimondi (Il sigillo della
vicissitudine. Giordano Bruno e la liberazione della potenza, Unipress, Padova, pp.
188, L. . 30.000), tratta con grande originalità e allontanandosi da ogni recente vulgata
celebratoria, cade ogni distinzione fra potenza e atto e fra Dio e Universo, coinvolti in
un'unica infinita Vicissitudine, movimento che costituisce corpo e anima, materia e
forma, dove lo svolgimento non si separa mai dal proprio principio che in esso permane,
così che, sconvolgendo ogni gerarchia, le forme promanano dal basso, scaturiscono
spontaneamente dalla materia (che le "caccia" dal proprio seno). Tutto è in tutto - omnia
in omnibus. L'ombra non è tenebra (neppure mistica) ma traccia della tenebra nella luce
o traccia della luce nella tenebra o loro compositum.
La creazione-generazione non separa, dunque, mai un altro da sé e ricomprende anche il
nulla e il negativo, essendo l'abisso di ogni differenza, il differenziante senza che si
debba far ricorso a un atto trascendente di volontà. Vuoto ed essere si intrecciano in un
Tutto positivo immanente a ogni singolarità, che è singolare universale, poiché in ogni
individuo, in infinite forme diverse, si trova contratta l'infinità di Dio. La perfezione è
contaminazione e non richiede il sacrificio del sensibile e la catarsi spiritualistica della
annihilatio mundi. Neppure richiede una grande mediazione dialettica centralizzata, il
Cristo o la Chiesa, perché l'infinità attuale di Dio e del mondo si produce attraverso
infinite mediazioni e regimi di comunicazione, non nel dramma unico del Peccato
originale e della Redenzione. Un interessante corollario riguarda la potenza materiale
del linguaggio, che interagisce con le cose piuttosto che rappresentarle e dominarle,
non ha il suo fondamento nell'essere ma nella compresenza di essere e non-essere,
sostituendo tendenzialmente alla cusaniana docta ignorantia e al suo dio assente una
modalità della presenza nella forma dell'infinitezza che linguaggio e immaginazione
praticano.
Spinoza riprenderà alcuni temi bruniani riconducendoli direttamente alla congiunzione
del singolo (come essenza individuale di mente e corpo) con l'intelletto infinito divino e
alla simultanea esperienza in qualche maniera della facies totius universi,
all'immersione estatico-intuitiva nei modi infiniti mediati e immediati in cui si
articolano gli attributi della Sostanza. Per Spinoza, infatti, il corrispettivo
antropologico-politico, rovesciando ogni speculazione bovilliana sul nulla e ogni ipotesi
hobbesiana di annientamento della natura, sarà il rifiuto del negativo e della tristezza e la
libera costituzione della potenza del singolo e della moltitudine: "l'uomo libero non
pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione della vita e non della
morte". |