RASSEGNA STAMPA

30 GIUGNO 2000
AUGUSTO ILLUMINATI
La potenza del singolare
Un libro di Fabio Raimondi
L'umanesimo non antropocentrico presente nell'opera di Giordano Bruno, e che ritroviamo in Spinoza, definisce la prima tappa di un percorso materialista per l'intelletto generale che arriva fino a Marx
E' davvero con una stravagante piroetta che l'intelletto generale ovvero la funzione generica dell'uomo si presenta nell'Orazione del 1486 di Giovanni Pico della Mirandola comunemente nota con l'enfatico titolo De dignitate hominis e ora riedita e tradotta, in collaborazione con Saverio Marchignoli, nell'ambito del pregevole studio di Pier Cesare Bori (Pluralità delle vie - alle origini del "Discorso sulla dignità umana di Pico della Mirandola", Feltrinelli, pp. 162, L. . 30.000), parte di un più vasto progetto internazionale consultabile in rete (www.brown.edu/Departments/Italian-Studies/pico/).
Non ci troviamo più semplicemente, come nell'averroismo latino (per esempio, in Sigeri di Brabante) e poi nel neoplatonismo fiorentino di Marsilio Ficino, in presenza di un'apologia dell'uomo come microcosmo, interprete e anello di congiunzione fra terra e cielo, nexus fra natura materiale e sfera angelica spirituale. Il mito platonico di Eros, generato nel giardino di Zeus da Poros (risorsa) e Penía (povertà), quindi di natura intermedia fra ignoranza e sapienza e alla seconda proteso, mescolato con la storia biblica di Adamo e del giardino dell'Eden subisce con Pico una radicale trasformazione.
Egli sostiene infatti che il primato dell'uomo non consiste soltanto nell'essere principio di comunicazione fra le creature, interstizio tra la fissità dell'eterno e il flusso del tempo, ma nel fatto che egli non è legato come le altre cose a un punto determinato dell'universo e sceglie da sé la propria collocazione, che sta in lui decidere a quale specie di esistenza vuole appartenere. La sua vocazione non è quella di fruire staticamente di una centralità ontologica, ma di attraversare dinamicamente il mondo delle immagini sino all'assimilazione con l'assoluto senza immagine.
La medietà si fa dunque libertà. Bori osserva giustamente che, al di là del discusso problema delle influenze neoplatoniche o biblico-scolastiche, il tratto fondamentale di Pico è la mancanza di un'immagine precisa nell'uomo, che lungi dal replicare quella di Dio, è indiscretae opus imaginis (opera dall'immagine non definita), quindi in grado di condividere - vero camaleonte - l'essenza di diverse creature, costruire intorno a sé un mondo (non un ambiente, come gli animali che vi si adattano per istinto) e da ultimo identificarsi con chi nasconde la propria immagine nell'oscurità - in solitaria Patris caligine, secondo il modello di Dionigi lo pseudo-Areopagita.
Nella celebre allocuzione del 5 Dio Pico, esauriti tutti gli attributi specifici, decide di dare ad Adamo, invece di qualcosa di proprio, quello di comune che apparteneva a tutti gli altri esseri e gli annuncia di averlo posto al centro del mondo, ma senza una dimora o un sembiante certo, affinché possa guardarsi intorno, vedere ciò che esso contiene e decidere liberamente - lui né celeste né terreno, né mortale né immortale - se degenerare nel bruto o rigenerarsi nel divino, avendo nel frattempo la capacità di sviluppare i semi di ogni genere di vita e di manipolare illimitatamente, nella sua indifferenza di vocazione, la natura. L'uomo, nella sua identità non identitaria, è il perfetto essere generico (a livello, beninteso, di tecnologia artigianale) e la sua dignità finisce così per emulare quella dei tre ordini angelici.
Bori mostra assai bene la pluralità delle componenti filosofiche di Pico, in cui convivono la linea Plotino-Dionigi-Marsilio ed elementi della falsafa ebraico-islamica (Averroè, Maimonide e - aggiungerei - al-Fârâbî) e della tradizione scolastica, ciò che si riflette in un'ipotesi di partecipazione secolarizzata e plurale alla vita celeste che va ben al di là del generico "concordismo" umanistico fra Platone e Aristotele ed entra in conflitto, non a caso, con le autorità ecclesiastiche. Evidente risulta la discrepanza con la posteriore evoluzione di un umanesimo antropocentrico che esaspera l'elemento di indeterminazione generica nell'ambito di una teologia negativa, al cui centro sta l'inconoscibilità e assoluta trascendenza del Dio creatore e il carattere quasi nullo della materia creata (l'agostiniano prope nihil). Il passaggio, assai affine al radicalismo della Riforma protestante, si manifesta quasi subito nel De sapiente e nel Libellus de nihilo di Bovillo, che utilizza la nozione aristotelica di potenza e l'immagine dello specchio di per sé vuoto con un'insistita piegatura nichilistica, che attinge la propria forza della ripresa ortodossa della creazione del mondo dal nulla e dal suo sempre possibile ritorno a tale stato). E' noto quanto tali posizioni (e la loro fonte cusaniana) abbiano a lungo lavorato, fino alla potenza hegeliana del negativo, nella storia della filosofia e come l'ateo Hobbes, con audacissima secolarizzazione, vi abbia fondato la giustificazione per il carattere assolutamente artificiale del vincolo sociale, dello stato civile opposto a uno stato naturale irrimediabilmente corrotto, con ovvie conseguenze assolutistiche.
Una diversa possibilità - di un umanesimo non antropocentrico e non negativo - è quella che si delinea più confusamente in Giordano Bruno e più limpidamente in Spinoza, definendo un percorso materialista per l'intelletto generale, non separato dalla natura, che arriva fino a Marx. In Bruno, che il libro di Fabio Raimondi (Il sigillo della vicissitudine. Giordano Bruno e la liberazione della potenza, Unipress, Padova, pp.
188, L. . 30.000), tratta con grande originalità e allontanandosi da ogni recente vulgata celebratoria, cade ogni distinzione fra potenza e atto e fra Dio e Universo, coinvolti in un'unica infinita Vicissitudine, movimento che costituisce corpo e anima, materia e forma, dove lo svolgimento non si separa mai dal proprio principio che in esso permane, così che, sconvolgendo ogni gerarchia, le forme promanano dal basso, scaturiscono spontaneamente dalla materia (che le "caccia" dal proprio seno). Tutto è in tutto - omnia in omnibus. L'ombra non è tenebra (neppure mistica) ma traccia della tenebra nella luce o traccia della luce nella tenebra o loro compositum.
La creazione-generazione non separa, dunque, mai un altro da sé e ricomprende anche il nulla e il negativo, essendo l'abisso di ogni differenza, il differenziante senza che si debba far ricorso a un atto trascendente di volontà. Vuoto ed essere si intrecciano in un Tutto positivo immanente a ogni singolarità, che è singolare universale, poiché in ogni individuo, in infinite forme diverse, si trova contratta l'infinità di Dio. La perfezione è contaminazione e non richiede il sacrificio del sensibile e la catarsi spiritualistica della annihilatio mundi. Neppure richiede una grande mediazione dialettica centralizzata, il Cristo o la Chiesa, perché l'infinità attuale di Dio e del mondo si produce attraverso infinite mediazioni e regimi di comunicazione, non nel dramma unico del Peccato originale e della Redenzione. Un interessante corollario riguarda la potenza materiale del linguaggio, che interagisce con le cose piuttosto che rappresentarle e dominarle, non ha il suo fondamento nell'essere ma nella compresenza di essere e non-essere, sostituendo tendenzialmente alla cusaniana docta ignorantia e al suo dio assente una modalità della presenza nella forma dell'infinitezza che linguaggio e immaginazione praticano.
Spinoza riprenderà alcuni temi bruniani riconducendoli direttamente alla congiunzione del singolo (come essenza individuale di mente e corpo) con l'intelletto infinito divino e alla simultanea esperienza in qualche maniera della facies totius universi, all'immersione estatico-intuitiva nei modi infiniti mediati e immediati in cui si articolano gli attributi della Sostanza. Per Spinoza, infatti, il corrispettivo antropologico-politico, rovesciando ogni speculazione bovilliana sul nulla e ogni ipotesi hobbesiana di annientamento della natura, sarà il rifiuto del negativo e della tristezza e la libera costituzione della potenza del singolo e della moltitudine: "l'uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione della vita e non della morte".
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