| Cosa si prova ad avere una coscienza | C'è la differenza tra essere svegli ed essere addormentati. C'è la differenza tra fare qualcosa rendendosi conto di farla (per esempio scrivere questa recensione) e fare qualcosa inavvertitamente, per esempio muovere ritmicamente un piede mentre si pensa a cosa scrivere nella recensione. C'è la nostra capacità di "riflettere" su ciò che crediamo, desideriamo, teniamo, come quando si cerca di capire se davvero si vuole andare a sciare, o semplicemente se si ha un'opinione su D'Alema, e qual è; e ci sono interi processi mentali che sembrano accompagnati o addirittura governati da una tale riflessione, come da una specie di bisbiglìo interiore - decidere una mossa di una partita di scacchi, organizzare un ragionamento logico, fare una moltiplicazione complicata -, e invece altri processi che pure si suppone abbiano luogo e abbiano luogo nella nostra testa, ma della cui struttura non sappiamo nulla, se non ciò che ce ne raccontano gli scienziati: vedere a colori, riconoscere che una sequenza di suoni è una frase italiana, ricordare come si chiama una persona di cui ci viene mostrata una fotografia. Alcuni filosofi, come Patricia Churchland e Kathy Wilkes, pensano che i fenomeni che ho elencato siano del tutto eterogenei, e che la loro descrizione ingenua quella che ne ho dato qui - sia alquanto dubbia. Molti altri, invece, hanno pensato che essi vadano tutti ricondotti al concetto di coscienza. Qui finisce, peraltro, il loro accordo, perché sulla coscienza filosofi e scienziati hanno detto e dicono le cose più diverse e incompatibili (anche tra gli scienziati regna il caos delle opinioni, il che fa pensare che quella della coscienza sia ancora lontana dall'essere un'area di ricerca scientifica matura).
Si va da chi sostiene che la coscienza è incomprensibile per ragioni di principio, cioè che la proprietà che spiega il rapporto tra cervello e coscienza è per noi inaccessibile (Colin McGinn), a chi pensa che essa sia "una provvisoria coalizione di agenzie cognitive che guadagna il controllo dei centri del linguaggio" (Daniel Dennett); ci sono i funzionalisti come Bill Lycan per cui la coscienza è essenzialmente un sistema di automonitoraggio del cervello, e gli stati di coscienza sono esperienze di (altri) stati mentali, e c'è chi, al contrario, riporta la coscienza alla qualità soggettiva dell'esperienza: per costoro, le esperienze coscienti sarebbero caratterizzate dal fatto di essere irriducibilmente in prima persona, e perciò non descrivibili nel linguaggio "in terza persona" proprio delle scienze.
Questi filosofi, il cui capofila è Tom Nagel, ritengono che si possa e si debba distinguere, ad esempio, tra la visione del rosso intesa come elaborazione nella corteccia visiva dell'immagine retiníca trasdotta dal nervo ottico, e quello che è per noi vedere il rosso: l'effetto che fa vedere qualcosa di rosso (o sentire il sapore del cioccolato, o udire una melodia di Beethoven). Questi lati soggettivi dell'esperienza - i cosiddetti qualia - sono un enigma nell'enigma della coscienza, anche nel senso di un radicale conflitto di intuizioni: c'è chi ritiene che la soggettività sia cosa ovvia, anzi, che sia l'aspetto più ovvio e meno controverso della vita mentale, e chi non riesce nemmeno di che cosa si stia parlando quando si parla di qualia.
Di tutte queste teorie della coscienza e di molte altre riferisce Michele Di Francesco, con il livello di dettaglio che è adeguato a un breve libro introduttivo. Di Francesco sceglie di presentare soltanto concezioni che condividano quello che chiama un naturalismo minimale, cioè che considerino almeno sensato il problema di una spiegazione naturalistica della coscienza (restano quindi fuori posizioni come quelle di Wittgenstein, di Husserl o di Heidegger), e organizza il discorso a partire dalla distinzione (dovuta a Ned Block) tra coscienza come qualità soggettiva dell'esperienza (coscienza fenomenica) e coscienza come capacità di accesso ai propri stati intenta (coscienza cognitiva). La chiarezza espositiva a cui Di Francesco ci ha abituato non viene meno neppure nel caso dell'infernale ginepraio della coscienza. Gli si può soltanto rimproverare di scrivere sistematicamente "Dretzke", anziché "Dretske", il nome del celebre filosofo americano, autore di Naturalizing the Mind. |