| L'"anti-politica"? Sta anche a sinistra | Molti fiumi di inchiostro politologico sono stati versati in questi dieci anni per descrivere la difficile e inconclusa "transizione" italiana nei termini di una lotta tra politica e antipolitica, quest'ultima generalmente identificata in movimenti come quello di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi. Dalla parte della "politica", invece, gli intellettuali e i dirigenti eredi delle tradizioni comuniste, socialista e cattolica, non rassegnati all'idea del tramonto dei vecchi partiti di massa e delle loro finalità al servizio del Bene Comune. E' arrivato invece il momento di un clamoroso rovesciamento di questo schema - recentemente ridiscusso in queste pagine da Iginio Ariemma a proposito del saggio di Mastropaolo. Ora un provocatorio Giuseppe Cantarano ("L'antipolitica. Viaggio nell'Italia del disincanto", Donzelli, 226 pagine, 18.000 lire) ci dice che il primo e vero generatore dell'antipolitìca è proprio un certo modo di concepire e praticare la "politica assoluta" da parte della sinistra erede del Pci, e dei suoi dirigenti. La politica dei "Fini Ultimi" e delle "Grandi riforme", come quella dei "Grandi Valori", tutte grandi promesse che non sì avverano mai, non è in definitiva che un'altra faccia dell'antipolitica. Bersaglio di Cantarano sono alcune vicende concrete e rappresentative della vicenda di questi anni: il modo con cui Massimo D'Alema ha gestito - e alla fine perso - sia la vicenda della Bicamerale che quella del governo dopo la caduta di Prodi. Il tentativo di Walter Veltroni di uscire dalla crisi dei Ds indicando una politica dei "valori". Al di là delle buone intenzioni, per l'autore del saggio siamo di fronte sempre ai vecchi vizi di un'idea di politica che non sa staccarsi dalle antiche pretese "teologiche" totalizzanti, che non sa definire i propri "termini" (nel doppio senso di confini e parole) e che si abbandona, per di più, al gioco subalterno dell'"agora" mediatica e televisiva, vista l'incapacità di ridefinire l'"agora" della polis contemporanea. Sono questi difetti a generare - anzi a "essere" - l'antipolitica. D'altra parte la reazione antipolitica, quando si manifesta, tende inesorabilmente ad assumere specularmente le vesti - e gli errori - della politica "assoluta".Cantarano analizza in quest'ottica la vittoria di Guazzaloca a Bologna, e l'"evoluzione" politica e politicistica di Berlusconi e Bossi. Come spezzare questa spirale negativa? Il pamphlet politologico si carica qui - forse in modo persino eccessivo - di ambizioni teoriche e filosofiche. Il rimedio starebbe nell'assumere le categorie dell'"impolitico", secondo l'elaborazione fattane in questi anni da Cacciari e Esposito, riprendendo i testi di Nietzsche, Canetti, Arendt, Weil, Bataille. L'impolitico non si oppone alla politica, come l'antipolitica, ricreandone il circolo vizioso, ma è lo sguardo critico "dai confini, dai limiti della politica". Uno sguardo, un punto di vista, che consente di tenere presenti, ma separati, i miti dell'utopia di cui la politica non sa fare a meno, e la quotidianità della pratica e della tecnica. Una
cosa - ammette Cantarano - storicamente più
riuscita alla politica cattolica che a quella liberale o marxista. E di cui, in ogni caso, ci sarebbe gran bisogno. |