RASSEGNA STAMPA

22 GIUGNO 2000
FRANCESCO FISTETTI
Sguardo inquieto sul '900
L'agile volumetto di Stefano Petrucciani, recentemente uscito per Laterza nella collana "Maestri del Novecento" - Introduzione a Habermas - costituisce un'utile guida alla lettura di uno dei protagonisti più influenti della cultura filosofica contemporanea, tuttora impegnato sul versante della battaglia ideale nei confronti di correnti che a vario titolo e su fronti diversi (dal postmodernismo al revisionismo storiografico, dal neoconservatorismo al neoliberalismo di coloro che inneggiano alle "magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione) proclamano la "fine della storia" e il tramonto della politica come prassi collettiva di emancipazione e di liberazione. Petrucciani ha il merito di ricostruire nelle sue linee essenziali il cammino di pensiero di uno degli intellettuali più creativi della cultura filosofica del secondo dopoguerra, nel quale l'appartenenza ad una tradizione nazionale come quella tedesca si è intrecciata con la dimensione europea e mondiale. Forse, se c'è un limite nella limpida ricostruzione storico-filosofica che Petrucciani traccia del percorso habermasiano, esso sta nella limitata focalizzazione della posizione occupata da Habermas all'interno della cultura filosofica europea. Egli ha assunto sempre più da un lato una collocazione di cerniera tra la prima generazione della Scuola di Francoforte e il resto della cultura tedesca, e dall'altro un ruolo di dialogo precoce e fecondo con gli orientamenti "analitici" post-neopositivistici e post-wittgensteiniani che maturavano nel mondo anglosassone. Non potremmo spiegarci altrimenti l'impresa habermasiana di allargare l'orizzonte dell'originaria "teoria critica" aprendola ad un confronto interattivo con gli esiti più stimolanti ed innovativi dell'enciclopedia novecentesca dei saperi.
A questo proposito, basterà leggere i Profili filosofico-politici, pubblicati in questi giorni presso Guerini e Associati nell'impeccabile traduzione di Leonardo Ceppa, per rendersi conto che Habermas è davvero un crocevia del paesaggio filosofico del Novecento, una sorta di officina in cui non c'è frammento di pensiero - dalla fenomenologia di Husserl e Heidegger all'ermeneutica di Gadamer, dal pragmatismo americano di Peirce al fallibilismo di Popper e Albert, dall'antropologia filosofica di Gehlen alla psicogenesi della conoscenza di Piaget, dalla dottrina dei sistemi di Parsons e Luhmann agli sviluppi della teorie del linguaggio di Chomsky e di Austin e Searle - che non venga interrogato ed appropriato in un nuovo medium filosofico che Habermas si sforza di elaborare come un work in progress.
In particolare, i ritratti raccolti in questo volume e disegnati nell'arco di quasi mezzo secolo (dedicati a figure emblematiche come Cohen, Jaspers, Bloch, Gehlen, Adorno, Benjamin, Löwith, Arendt, Gadamer, Scholem, Marcuse) documentano non solo l'apertura a tutto campo del lavoro teorico di Habermas, ma soprattutto il tentativo, ricco di pathos per i suoi schietti accenti autocritici, di riconciliare la cultura tedesca con le grandi tendenze filosofiche che ad un certo punto della storia della Germania erano state emarginate e represse.
Almeno due di questi saggi-medaglione - "L'idealismo tedesco dei filosofi ebrei" del 1961 e "Gershom Scholem. La torah travestita" del 1978 - vanno segnalati in quanto espressione del progetto di una riforma della coscienza storica tedesca, chiamata non solo ad ammettere la "colpa" della Germania nell'Olocausto, ma soprattutto a riconoscere che "l'eredità ebraica assimilata allo spirito tedesco è diventata indispensabile alla nostra vita e alla nostra sopravvivenza". In questa luce, Heidegger, Jünger e Schmitt sono i rappresentanti sì dello "spirito tedesco", ma anche della sua "pericolosità" nel momento in cui esso ha attraversato il Rubicone dell'adesione al nazionalsocialismo e all'antisemitismo.
Habermas rivendica per la Germania l'urgenza di riappropriarsi delle tradizioni ebraico-tedesche e di "usare queste tradizioni in maniera tale che lo sguardo degli esiliati - addestrato su Marx, Freud e Kafka - possa ora volgersi su di noi, recuperando come qualcosa di vitale le componenti che erano state rimosse, estraniate e congelate". In fondo, che cos'altro è la richiesta dello Habermas degli ultimi anni di un "patriottismo della Costituzione", fondato su un universalismo rispettoso delle differenze e nient'affatto coattivo ed omologante, se non la proiezione in termini di teoria politica della traduzione in termini secolari del concetto messianico di "verità" scoperto da Scholem nella storia della mistica ebraica e che consiste nel conciliare la molteplicità discordante delle interpretazioni con l'unità della torah? Come dire: il "fallibilismo del processo conoscitivo" si può conciliare con la "prospettiva incondizionatamente valida della conoscenza in sé", se assumiamo che tutte le tradizioni posseggono, in un certo senso, "la natura ambivalente di una torah travestita, ossia di una torah che conserva scintille di verità senza concedere (...) la luce della certezza".
Nell'idea delle "scienze ermeneutiche ricostruttive", che Habermas propone negli anni '80 per tenere insieme istanze fallibilistiche ed istanze critico-normative, rivive l'esigenza di riassegnare una funzione alla filosofia che non sia di mero complemento ai saperi scientifici, ma la prosecuzione della tradizione dell'Aufklärung, dell'analisi critica del presente. Peraltro, la polemica che Habermas ingaggia con Rorty quando questi propugna un'idea "edificante" ed "etnocentrica" di filosofia e di democrazia è la spia del bisogno habermasiano di non disperdere il patrimonio vetero-europeo della critica del presente nella fabula neoliberale del migliore dei mondi possibili. Naturalmente, Habermas è stato fin dagli anni '60, nel confronto con Popper prima e con Kuhn e le epistemologie post-neoempiriste poi, sempre sensibile alle richieste di sottoporre all'onere della prova empirica la costruzione della teoria. Ma non ha mai ceduto alle sirene dello scientismo.
Così pure, la cosiddetta svolta linguistica - sancita nell'"opus magnum" della Teoria dell'agire comunicativo (1981) - che condurrà Habermas ad enucleare una pragmatica universale e a porre l'accento su una teoria discorsiva della verità e su un'intesa fondata su pretese di validità discorsivamente riscattabili, indubbiamente mantiene in sé una sia pur "debole", come direbbe Benjamin, luce messianica, che sopravvive prima all'interno dell'etica discorsiva o comunicativa e poi nella travagliata riflessione sulla democrazia. In realtà, il fatto che Habermas non accetti, come giustamente sottolinea Petrucciani, il modello "minimale" di democrazia proposto da Bobbio attesta il carattere tuttora aperto della ricerca di Habermas e il suo sforzo di coniugare dimensione descrittiva e dimensione normativa di una concezione "deliberativa" della democrazia, che, per scongiurare il rischio di inaridirsi a mera sovrastruttura politica del mercato capitalistico globale, ha bisogno di rialimentarsi incessantemente alle fonti di un "potere comunicativo" che è quello dei soggetti che agiscono di concerto. Non a caso, nel '98, nel rilevare l'attualità dell'intuizione marcusiana circa il nesso tra "produttività economica" e "distruttività sociale", Habermas lanciava l'allarme che la concezione democratica della società, "una società che dovrebbe trasformare politicamente se stessa a partire dalla volontà e dalla coscienza dei cittadini riuniti", sta per divenire un pezzo di archeologia politica o un'utopia "pericolosa".
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica