RASSEGNA STAMPA

17 GIUGNO 2000
GIOVANNI BERLINGUER
CARO LETTORE, CURARE E' UN DOVERE
La lettera di Domenico Bellini fa riflettere: innanzitutto sulla duplice esigenza di innalzare il dibattito e di abbassare i toni intorno alla procreazione assistita, come agli altri temi della bioetica. La loro complessità, il fatto che le passioni e le opinioni si contrappongono spesso, più che come bandiere di diversi schieramenti, come dubbi nella nostra coscienza personale, dovrebbe sconsigliare di definire "integralista reazionario" chi si opporre alla fecondazione eterologa; come pure, direi a Bellini, di attribuire "relativismo, nichilismo e suprema follia" a chi è favorevole.
La prima sua domanda è se il desiderio di procreare può essere inteso come un diritto. Nel dibattito giuridico e anche nel "pensiero femminile", molti dubitano che il linguaggio dei diritti sia il più adatto ad affrontare problemi come il procreare e il nascere, nei quali la dimensione dominante non è quella giuridica bensì la relazione intima, di natura biologica e affettiva, fra più soggetti; e peraltro in molti casi è difficile configurare la procreazione come un diritto esigibile. Può esserlo però in un caso: la sterilità. In uno stato che riconosce il diritto alla salute, la quale è pienezza delle funzioni del corpo, è doveroso intervenire quando esistano mezzi per prevenire la sterilità, per curarla o per supplire ad anomalie o patologie che impediscono di avere figli.
La sterilità è impedimento; consentire la procreazione con i metodi offerti dalla biomedicina è invece accrescimento delle facoltà e delle libertà umane. Perciò la filiazione, oggi, può avvenire in tre modi: con la procreazione naturale, con l'adozione e con la procreazione assistita. Si può stabilire una gerarchia di valori morali fra queste modalità? Si può sostenere che la prima è bene, esaltare (giustamente) la generosità della seconda, e considerare la terza come violazione, manipolazione e aggiramento delle leggi della natura? La conseguenza principale di questa gerarchia, del privilegiare una filiazione e del condannare un'altra sarebbe a danno di chi nasce. Come è avvenuto per molti secoli: nelle case regnanti e nelle famiglie nobili con la distinzione tra figli morganatici e figli a pieno diritto, nella popolazione con la stigmatizzazione anagrafica e giuridica dei figli che erano bollati come "illegittimi".Allora, anche la procreazione eterologa può essere consentita? Tra gli argomenti a suo favore, il più debole è che, essendo questa modalità ammessa da quasi tutti i paesi europei, negarla in Italia incoraggerebbe il turismo procreativo; come accadeva, prima della legge n. 194 del 1978, per gli aborti. E' certo che ciò accadrebbe di nuovo, ma non si può contrastare un argomento morale soltanto con un'esigenza pratica. Dovremmo piuttosto chiederci in base a quali valutazioni morali quasi tutti i paesi l'ammettono. Proprio perché l'individuo non è soltanto "un ammasso di molecole altamente organizzate, complesse, una rete di parti materiali", proprio perché esso è genetica e ambiente, educazione e affetti, persona e sistema di relazioni, predeterminazione e libera scelta, si è ritenuto che non si dovesse impedire di aver figli quando la coppia non può disporre di gameti propri (ovuli o spermatozoi) propri, e può invece ricorrere a un donatore o a una donatrice. L'impedimento costituirebbe una discriminante rispetto alle altre cause della sterilità, e in qualche modo equivarrebbe a dire, in nome del nascituro, che è meglìo non farlo nascere. Non c'è nessuna prova, peraltro, che i nati in tali condizioni siano meno amati e meno felici degli altri. Resta per essi, allo stesso modo che per i figli adottivi, una questione molto complessa: se abbiano o meno diritto di conoscere i genitori genetici. Al momento, la legge sulle adozioni li risolve negativamente, e mi pare chiaro che non si debbano avere orientamenti diversi nei due casi.
Il quadro nel quale si discute di procreazione assistita, come di altri temi bioetici, è spesso inquinato da considerazioni, manovre, schieramenti, decisioni e ripensamenti che si sovrappongono, come scrive Bellini, a diverse e legittime "visioni dell'uomo, della vita, del mondo, della società e del senso da dare a tutto questo". Solitamente, il quadro è descritto come bipolare. Da un lato vi sarebbe l'idea (espressa nel modo più perentorio da H. T. Engelhardt) secondo cui il progresso biomedico, per la varietà delle possibilità pratiche e delle valutazioni etiche che ne derivano, crea o consolida l'esistenza di diverse comunità morali, ciascuna con le sue regole. Lo stato non deve interferire nelle loro scelte, deve soltanto prenderne atto. Dall'altro lato vi sarebbe un'ideologia dogmatica, integralista, che vorrebbe imporre uno "stato etico" e stabilire con le sue leggi i comportamenti di tutti gli individui. Queste rappresentazioni contengono ciascuna un fondo di verità, ma non costituiscono il tutto. Vi sono anche innumerevoli varianti, possibilità di comunicazione, indirizzi che possono divenire comuni. Anche sulla procreazione assistita. Mi pare che ne costituisca testimonianza il parere che è stato espresso sull'argomento, dopo intenso dibattito fra orientamenti diversi, dal Comitato nazionale per la bioetica nel 1994: "Il bene del nascituro deve considerarsi il criterio di riferimento centrale per la valutazione delle diverse opinioni procreative. Tale criterio suggerisce che, in linea generale, la condizione migliore nella quale un figlio può nascere è quella di essere concepito e allevato da una coppia di adulti di diverso sesso, una coppia coniugata o almeno stabilmente legata da una comunità di vita e di amore. E' altresì preferibile che tale coppia sia in età potenzialmente fertile, per quanto possa essere, per diversi motivi, affetta da infertilità. Principio fondamentale è inoltre che la nascita di un essere umano sia il frutto di un'esplicita assunzione di responsabilità, con rilevanza giuridica, da parte di chi richiede il ricorso alla procreazione assistita". Infine, tra le cose stimolanti che ha scritto Bellini ce n'è una che non condivido affatto. Egli afferma che "il relativismo materialista" giunge perfino ad affermare "che la morale è solo un'invenzione dell'uomo". E da chi altro ci può pervenire? Da una fonte esterna o soprannaturale, già ben costruita, solo da applicare o da imporre? Secondo Immanuel Kant, dobbiamo compiere le nostre scelte morali non per obbligo o per timore, bensì ricercando il bene "come se Dio non esistesse". In questo senso la morale può essere davvero una delle più grandi invenzioni umane, capace di orientare i singoli e costruire la vita comunitaria.
inizio pagina
vedi anche
La legge sulla fecondazione