"Una tessera per lasciarsi morire"| Milano, proposta della Consulta di Bioetica. E Veronesi sull'eutanasia: può essere
atto di carità |
| Immaginatevi stesi su un letto, con gli occhi aperti, immobili. Respiro regolare,
polso regolare, a prima vista sanissimi. Solo che non sapete di esistere: vi toccano e non
avvertite niente, vi parlano e non sentite niente, accendono la luce e non vedete niente. Morti
in tutto, giurano i vostri medici, salvo che nel respiro: da tre anni, cinque, dieci. O anche di più.
Si chiama coma vigile permanente. Immaginate i vostri parenti, o degli infermieri a voi
sconosciuti che da tre anni, cinque, dieci, o più, ogni giorno vengono a lavarvi, a spostarvi da
un lato del letto all'altro, a nutrirvi con un tubicino gastrico, a guardarvi mentre state lì fermi:
senza poter fare niente, assolutamente niente - giurano i vostri medici - più di questo per voi.
Ecco: se riuscite a immaginarvi così, in un convegno ieri a Milano si è parlato di voi. Prendendo,
come punto di partenza, l'appello-denuncia che un padre logorato dall'angoscia ha rivolto ai
medici prima, alla magistratura poi, e adesso a Ciampi, ad Amato, al Parlamento, alla comunità
scientifica, o a chiunque sia in grado di risolvere il suo problema: "Perché mia figlia è un
vegetale da otto anni, ormai, e io chiedo solo che sia "liberata", che sia lasciata morire in pace.
Con la dignità di una persona: come avrebbe voluto anche lei".
Ed ecco il punto: voi cosa vorreste che facessero i medici se stesi su quel letto ci foste voi? Una
risposta possibile, rilanciata dalla Consulta di Bioetica di Milano, è quella venuta fuori dagli atti
del convegno milanese organizzato ieri dal centro ricerche Polliteia: si chiama "Biocard". Una
tessera destinata all'attenzione - vi si legge - della "mia famiglia, dei medici curanti e di tutti
coloro che saranno coinvolti nella mia assistenza": per dir loro come regolarsi se un incidente o
una malattia ci riducessero in condizioni tali da non poter più esprimere la nostra volontà. Certo
i responsabili della Consulta, presieduta dal professor Valerio Pocar, sono i primi a sottolineare
che "questo tipo di dichiarazioni, in Italia, non ha ancora un valore legale e vincolante". Ma sia
il professor Carlo Alberto Defanti, neurologo dell'ospedale Niguarda, sia il giudice Amedeo
Santosuosso, del tribunale civile di Milano, concordano nel ricordare che "l'ultima parola in fatto
di cure deve spettare sempre al malato, e questo principio (consenso informato) è accettato
anche dall'attuale Codice deontologico dell'Ordine dei medici".
I casi di coma vigile irreversibile, dice Defanti, sono sei o settecento ogni anno: "A volte le
famiglie se li riprendono a casa, fino a farne la propria ragione di vita; altre volte li lasciano in
ospedale, oscillando tra attaccamento e rifiuto. Un dramma, in tutti i casi".
In pratica la "Biocard" (ma il sistema - sottolinea la Consulta - vale anche se lo si trasferisce
su un altro documento analogo) è fatta di una quindicina di domande a cui rispondere sì o no:
voglio o no che tutti gli interventi medici possibili su di me siano "iniziati e continuati se il loro
risultato fosse un prolungamento del mio morire"? E se restassi "in stato di incoscienza
permanente"? E in uno stato di "demenza avanzata senza possibilità di recupero"? Vorrei
essere trattato con qualunque cosa alleviasse la mia sofferenza "anche se ciò anticipasse la
mia morte"?
È una cosa diversa, e più complicata, rispetto all'eutanasia: "Nel coma vigile irreversibile -
spiega Defanti - non si tratta di "staccare la spina", non c'è nessuna spina da staccare: il
paziente respira, il suo cuore batte da solo. Questi casi esistono solo da una ventina d'anni:
sono i "sottoprodotti" delle terapie intensive". Perché "staccare la spina", quando una spina
c'è, è una cosa che la legge consente senza problemi: morte cerebrale, i parenti danno il via, si
usano gli organi per i trapianti. Qui no.
E lo stesso ministro della Sanità, l'oncologo Umberto Veronesi, riconosce di non avere risposte
pronte: "È un problema che si dibatte da tempo, non ho soluzioni. Credo vada risolto per
legge, ma nell'ambito di un forte dibattito etico-filosofico. Certo capisco - ha concluso - che in
molti casi l'eutanasia possa essere quasi un atto di carità". |