E Dio ha fatto boomLa rivista "MicroMega" dedicata alla
religione ha venduto 75 mila copie Cosa
c'è dietro le ragioni del successo |
|
| Pubblichiamo un dialogo fra Paolo Flores
d'Arcais, direttore di MicroMega, e
Giandomenico Mucci, gesuita e redattore
della rivista Civiltà Cattolica. Il confronto
verte sui temi affrontati nell'ultimo
numero di MicroMega, intitolato Dio
esiste? |
. Chi davvero non
crede, come me, è in realtà stupito che
qualcuno oggi possa credere. E tanto più
stupito poiché spesso si tratta di persone
che stima - umanamente ma anche
intellettualmente - più di tanti non credenti.
Stupore genuino, in genere non espresso
per timore di offendere. Ma di offensivo
nel dialogo (in senso greco, non
"politichese") c'è solo l'ipocrisia e la
reticenza. E dunque: come può lei credere
di essere personalmente immortale? Che
non avrà mai fine e non tornerà al nulla da
cui siamo tutti venuti?
Sappiamo infatti di venire dalle scimmie, di
condividere con esse il 99 per cento del
Dna, e che quella straordinaria anomalia
che è la nostra corteccia cerebrale non ha,
quanto alla sua genesi, nulla di più
misterioso di tanti altri mutamenti (alcuni
biologicamente assai più rilevanti)
avvenuti nel corso dell'evoluzione. Perché
mai, dunque, questa "scimmia nuda" che
tutti noi siamo dovrebbe sottrarsi alla
morte?
Il mio
convincimento è, nonostante molta
cedevolezza da parte cattolica, che proprio
su questo punto un dialogo sia impossibile.
Non ci può essere dialogo tra la linea di
pensiero che con Hume e Kant nega
l'applicabilità della causalità oltre il livello
empirico, e un opposto sistema che si è
sviluppato a partire da Agostino.
Il credente legge le scritture e si fida, per
un processo di connaturalità o
innamoramento che attribuisce alla grazia
della persona di Cristo. Crede alle sue
parole, si abbandona a queste parole. Il
cardinal Dechamps, nel Concilio Vaticano
I, diceva che i buoni cristiani hanno in ciò
la loro reale ragione per credere, lasciando
poi ai teologi le argomentazioni per
dimostrare che tali ragioni sono valide.
Credo perciò che dialogicamente non ci sia
punto di contatto possibile, contrariamente
a quanto sostengono molti preti, alcuni dei
quali nobilmente discutono spesso con lei
sulla sua rivista.
Dunque la fede è davvero
inargomentabile in termini umani. Tuttavia
vi è un tema cui il credente non può
sfuggire e che mi sembra costituisca un
macigno per la fede: la teodicea. Poiché nel
mondo esiste il male (e la sofferenza che
non dipende da malvagità umana) Dio non
può essere infinitamente buono e
infinitamente potente. A questa obiezione
non è mai stata data risposta.
D'altro canto, ricorrere al peccato originale
non fa che spostare il problema. Perché
Dio ha permesso quel peccato? Per
rispettare la libertà dell'uomo? Ma allora la
libertà dell'uomo (anche di scegliere il
male) è un valore superiore alla potenza o
alla bontà di Dio.
Vedo anche io che si tratta per la
fede della difficoltà più grave. Chi usasse
l'argomento della carenza d'essere cadrebbe
nel ridicolo.
I cristiani non hanno soluzione per questo
problema. Il discepolo di Cristo sa soltanto
una cosa: a interrompere il muro
dell'apparente imperscrutabilità del disegno
divino c'è un fatto: Iddio ha talmente amato
gli uomini da dare il suo figlio unigenito,
morto completamente innocente per
malizia umana. Il credente crede all'amore
di Dio che appare in lungo e in largo nei
Vangeli e nelle altre scritture apostoliche, e
che trova il suo culmine nella croce, atto di
suprema ingiustizia contro la suprema
bontà.
Vorrei fosse chiaro che lo
scettico o l'ateo non sente nessun desiderio
di convincere il credente a non credere, di
"convertirlo". L'ateo militante è ridicolo.
Essree ateo vuol dire semplicemente
considerare la finitezza come orizzonte
ultimo e ineludibile. Tutto avviene qui, in
quella sola "totalità" che sono gli anni della
propria esistenza. Ma se la fede diventa
pretesa di costituire inveramento e
compimento di tutte le verità umane, allora
sarà sempre gravida della tentazione di
imporsi - perché ragionevole - a tutti gli
esseri umani.
L'esperienza attuale della fede,
spesso vive - in tanti luoghi del così detto
Terzo mondo - condizioni di autentico
martirio. Le posizioni si sono rovesciate, e
dunque la sua tesi non può essere
sostenuta in astratto. Del resto la fede non
è un valore tanto puro da non conoscere il
letto del temporale.
Forse è questa la ragione per cui la Chiesa
nel suo culto chiede la grazia della
conversione per tutti i credenti, gerarchia
compresa.
Karol Wojtyla condanna,
come è ovvio, l'aborto ma aggiunge poi
che un parlamento - democraticamente
eletto - che votasse una legge sull'aborto
difforme dal punto di vista cattolico non
sarebbe più un parlamento democratico.
Dunque la democrazia o è cattolica o non
è.
Oppure: un malato terminale vuole porre
fine a una vita che considera ormai solo
tortura (e vuole farsi aiutare). L'unica
obiezione possibile è: la vita non
appartiene all'uomo ma a Dio. Il che vale
solo per il credente, ovviamente. Se si
prescinde da Dio (come ogni legge deve
fare) l'unica alternativa è: la tua vita
appartiene a te, che la vivi, o a me? Ovvia
la risposta. Eppure la bioetica cattolica
vuole imporre che sia crimine punito dalla
galera (oggi fino a 15 anni!) ciò che è
peccato mortale solo per il credente.
Tenterò una mia spiegazione della
quale, mi pare, non si tiene conto
adeguatamente nelle riviste e nel mondo
laico. Secondo la dottrina della Chiesa i
pontefici romani, e in generale il
magistero, quando trattano di teologia e
morale sono ritenuti maestri di dottrina dai
loro discepoli, dai credenti, non soltanto
quando interpretano punti di morale
contenuti nel deposito della rivelazione,
cioè nelle scritture divine o nella tradizione
apostolica: per sostenere i punti scaturenti
dalla rivelazione divina, sono tenuti a
interferire nei settori naturali che
interagiscono con i dettati della
rivelazione. Cioè legiferano per i credenti e
non vedo per quale ragione non possano
fare questo e non esporre - come dire - il
loro punto di vista. Chi vuole li segua.
Appunto: chi vuole.
Pretendere che diventi legge, invece,
significa volerlo imporre a tutti (la legge è
per sua natura erga omnes) con la forza del
braccio secolare (la galera). Dovrebbe
valere il principio che lei ha esposto: la
gerarchia pronuncia la sua verità, chi vuole
seguire la segue, chi non vuole seguirla
non ci può essere legge che la imponga, ma
la tentazione dominante fra i cattolici, e
soprattutto fra le gerarchie, è esattamente
l'opposto.
Mi pare che lei faccia un passaggio
indebito. C'è un livello teorico dei principi,
che io ho esposto e lei ha confermato, e c'è
poi il livello dell'applicazione pratica. In
passato ad esempio l'autorità ecclesiastica
si è servita di certi principi per sposare
cause mondane. Ciò non appartiene alla
natura dei principi evangelici, che in tal
caso sono stati fusi con valenze mondane e
politiche che non sono loro propri.
È certo che la gerarchia della Chiesa ha il
potere e il dovere di mantenere puro nel
suo dettato il principio del "non uccidere"
secondo la fede che nella rivelazione
questa gerarchia possiede e custodisce.
Altre applicazioni che di questo dettato
gerarchico sono state fatte, vanno ascritte
alle commistioni storiche della Chiesa.
I valori del Vangelo (penso
soprattutto al dovere di stare dalla parte
degli ultimi, e a quello di "dire sì sì, no no,
perché il di più viene dal maligno")
possono essere il riferimento comune non
solo per il dialogo, ma per l'azione di
credenti e non credenti, solo ad un patto,
però, come abbiamo visto: che la fede non
pretenda di essere l'inveramento e il
compimento della ragione, di tutte le verità
umane, ma torni all'orgoglio primitivo del
"credo quia absurdum" (il concetto è già
nella lettera ai Corinti di Paolo). Altrimenti
la tentazione dell'"imporre" è in agguato.
Non voglio discutere le responsabilità
penali del cardinale Giordano. È certo però
che ha favorito i nipoti. Nepotismo
insomma. Dovrebbe bastare questo a far
scattare nel cattolico una indignazione di
cui non ho trovato traccia.
È evidente che frequenta poco i
preti, altrimenti di tracce ne avrebbe trovate
larghissime...
Quelli che frequento
hanno avuto la sua stessa reazione, ma sui
mass media non vengono poi allo
scoperto...
Non c'è stato l'orgoglio, non c'è
stato il coraggio, non c'è stata la parresia. Il
caso Giordano, e tanti altri casi simili,
sono tipici. Non ho altro da dire che: la
Chiesa è santa soltanto quanto al mistero
che custodisce e che viene da Dio. Per il
resto è fatta di peccatori. A lei questa
sembrerà - come dicono a Napoli - una
pezza a colori, cioè una toppa messa bene,
ma questa è la realtà della fede. |