Ma è Sartre il Dante del '900l ritorno delle "cose ultime": ne parliamo col teologo Luigi
Sartori Concludiamo la nostra indagine sull'aldilà, un tema sul quale
filosofi laici e cattolici da qualche tempo si cimentano con
maggiore attenzione "Nel dramma "A porte chiuse" il filosofo esistenzialista ci mostra cos'è
l'inferno: un bisogno immenso e insaziato di comunicazione" |
| Luigi Sartori è uno dei teologi italiani più conosciuti.
Settantacinquenne, di origine vicentina, è stato a lungo presidente
dell'associazione di categoria. È ben noto il suo impegno per la
causa dell'ecumenismo. Con lui concludiamo una serie di
colloqui sul male e sulle "cose ultime", tema di cui abbiamo
constatato una ripresa all'interno del pensiero teologico e
filosofico. Ci ha colpito, di monsignor Sartori, una riflessione a
cuore aperto sulla questione del male, che compare nel libro
Male, Bibbia e Occidente da poco edito da Morcelliana e che
raccoglie gli atti di un comvegno promosso da "Biblia"
sull'omonimo argomento. Più che un contributo filosofico, quella
di Sartori è una testimonianza: "Confesso - scrive il nostro
teologo - che man mano che passa la mia vita, anche di pensatore e
non solo di credente, più cresce e s'ingigantisce il senso del
mistero del male. Non quindi pensando io riduco il male, ma
pensando, da credente, lentamente lo dilato, o meglio lo
intensifico, fino a livelli di trascendenza, a livelli divini". Sartori
fa esplicito riferimento alla malattia che l'ha colto dall'87. E
soggiunge: dentro ogni persona ci dev'essere un coinvolgimento
col tema del male, il male che compiamo e quello che ci sorprende
e davanti al quale restiamo come impotenti. Chi vive veramente la
fede - conclude Sartori - deve fare i conti profondamente con
questo, non può non sentire la discesa, la mortalità, l'entropia, la
perdita di energia che tocca ogni uomo.
| Allora, monsignor Sartori, il suo è un invito esplicito ai
credenti a non censurare il problema del male... |
"Grazie a Dio, noi cristiani abbiamo la fede. Ma la fede ci porta
subito a sottolineare l'aspetto positivo dell'esistenza, ad aver
fiducia in Dio, mentre il mondo in realtà sente sempre meno la
presenza di Dio e noi non ne teniamo debitamente conto. Fra noi
credenti c'è spesso questa deformazione, in parte psicologica, per
cui chi vede più facilmente nel vissuto gli aspetti positivi che
rimandano a Dio finisce per trascurare di vedere anche quegli
aspetti in cui Dio si nasconde. Teologicamente, io credo che la
vera fede debba vivere tutti e due i momenti. Attraverso il cosmo e
la storia, ci sono sia l'epifania di Dio che il nascondimento di Dio.
E' un gioco dell'amore, direi, di Dio. Il quale vuol dare anche a noi
la soddisfazione di scoprirlo. Penso al Cantico dei Cantici, a quel
gioco tra l'amante e l'amato che si cercano e si riscoprono".
| Questo ci consente di non essere schiacciati dal male... |
"Noi constatiamo l'ombra dell'esistenza ed io mi sento di dire che
i due grandi misteri si includono a vicenda: siamo dinanzi
all'infinità del bene e all'infinità del male. Mentre da una parte Dio
si presenta come la luce abbagliante, infinita, così anche nella
stessa esistenza sentiamo profondamente il tema del male. Solo la
mia esperienza di fede mi porta non a sentire in maniera definitiva
il male come un'unica soluzione, ma come quel momento di buio
che mi rende più gioiosa la luce. Il vero spettacolo su cui si fonda
la Bibbia nei salmi è proprio il mistero della luce del sole. Ecco
allora direi che il mistero del male è come la notte che ci fa ancor
meglio capire, percepire la bellezza della giornata, del sole".
| Prima abbiamo accennato all'aldilà. Ho in mente tre discorsi
che ha fatto il Papa l'anno scorso, su Inferno, Purgatorio e
Paradiso, ove mi sembrava che il Papa volesse sgombrare il
campo da alcuni equivoci. A questo riguardo, il filosofo
cattolico Jacques Maritain rilevava che, mentre con Dante e
Tommaso il Medioevo ha dato vita ad un'immagine compiuta
dell'aldilà, non altrettanto è accaduto in età moderna e
contemporanea. Anche lei è d'accordo? |
"Direi che una mentalità un po' mitologica ha cominciato a
prevalere in epoca medievale. In precedenza avevano parlato i
Padri, che erano santi e teologi. Nel Medioevo, a poco a poco ha
cominciato a far sentire la sua voce il popolo. E il popolo ha
bisogno di immagini, di miti. Si è così arrivati a quanto rilevava
von Balthasar: invece di una teologia dell'aldilà, si è elaborata una
fisica dell'aldilà. Dante rappresenta questo: è il poeta dell'aldilà, ne
è il pittore, il cantore. Certo, in epoca moderna e contemporanea
non vi saranno stati personaggi della fama di Dante. Ma molti, a
partire dal citato Balthasar, hanno affrontato la questione dei
Novissimi. Forse la sorprenderò, ma a mio parere colui che ha
posto le basi per una nuova interpretazione, totalmente differente
da quella di Dante ma più moderna, è stato un ateo, Sartre".
"Mi riferisco al dramma A porte chiuse, in cui parla dell'inferno.
È lì che compare la famosa frase "l'enfer c'est les autres". Sartre
mostra che cos'è l'inferno: è l'impossibilità di comunicare. In
questo senso oggi bisognerebbe trascrivere l'aldilà a livello
esistenziale, mettendo in primo piano il problema dell'amore e
della comunicabilità. Il Papa e la teologia moderna hanno parlato
non di luoghi ma di stati: mi è tornato in mente quanto affermava
Sartre, la sua descrizione di situazioni esistenziali... Davvero
questo è l'inferno: un bisogno immenso e insaziato di
comunicazione. Perciò è la categoria della relazione che noi
teologi dobbiamo riscoprire. Anche la Trinità del resto è relazione,
la vita è relazione. In base a questo potremmo cercare di dare un
volto al mistero dell'aldilà. E' il mistero di una relazione
perfettissima di amore compiuto dove l'io non distrugge il tu,
dove anzi l'io valorizza il tu dell'altro, perché sia possibile quella
comunicazione per cui l'universo infinito vissuto da una persona
viene quasi dato, ceduto all'altro e ricevuto di ritorno. Molti
filosofi laici oggi mettono in rilievo il tema della comunicazione.
Penso ad Habermas ad esempio. Non solo al fatto che siamo
nell'era di Internet e che tutto ormai è comunicazione. Ho in
mente anche la corrente filosofica legata a Lévinas che pone al
centro la riflessione sull'altro, quindi ancora una volta sulla
relazione".
| Lei ha parlato dell'inferno come il regno della non
comunicazione. Cosa mi può dire invece del paradiso? |
"Io me l'immagino così: il Paradiso è il massimo del bisogno
saziato dove non soltanto io soddisferò in pieno la mia sete di
felicità ma anche di comunicazione. È un'eternità che esiste non
come un consumarsi o un raggiungere qualcosa, come dire un
esaudimento inteso come finito, ma un gesto di amore, di
comunicazione, che si rinnova con la gioia della novità per ogni
istante. E' difficile parlarne, possiamo al massimo balbettare: però
credo che sbaglieremmo ad interpretare l'eternità come l'amen
finale, come se tutto fosse terminato. No, l'eternità è un atto che
ricomincia sempre. Questa è l'eternità, un concetto non di fine ma
di perenne inizio. La parola-chiave della Bibbia, che per me serve
a capire anche l'aldilà, è "In principio": San Giovanni vuol dire che
tutto ricomincia sempre. Non finisce. E allora ecco il problema
del male. Il male è l'effimero, il provvisorio".
| Concludiamo con le famose parole di Balthasar che tanto han
fatto discutere: l'ipotesi che l'immensa misericordia di Dio
possa rendere l'inferno vuoto. Una speranza, lui diceva... |
"Non possiamo assolutamente dire che l'inferno non c'è.
Dobbiamo dire che è una realissima possibilità; sono parole stesse
di Balthasar. Dio ci ha lasciato nel mistero appunto perché è una
cosa così ardua da capire che è davvero inutile che stiamo a
perdere la testa per vedere se è vera o quanto è vera. E io dico che
l'inferno è una realissima possibilità che noi stessi scegliamo, è
una possibile situazione definitiva che noi stessi ci siamo costruiti
con la nostra vita, con le nostre scelte per il bene o per il male. In
questi senso noi saremo quello che abbiamo voluto essere". |