RASSEGNA STAMPA

14 GIUGNO 2000
ROBERTO RIGHETTO
Ma è Sartre il Dante del '900
l ritorno delle "cose ultime": ne parliamo col teologo Luigi Sartori
Concludiamo la nostra indagine sull'aldilà, un tema sul quale filosofi laici e cattolici da qualche tempo si cimentano con maggiore attenzione
"Nel dramma "A porte chiuse" il filosofo esistenzialista ci mostra cos'è l'inferno: un bisogno immenso e insaziato di comunicazione"
Luigi Sartori è uno dei teologi italiani più conosciuti.
Settantacinquenne, di origine vicentina, è stato a lungo presidente dell'associazione di categoria. È ben noto il suo impegno per la causa dell'ecumenismo. Con lui concludiamo una serie di colloqui sul male e sulle "cose ultime", tema di cui abbiamo constatato una ripresa all'interno del pensiero teologico e filosofico. Ci ha colpito, di monsignor Sartori, una riflessione a cuore aperto sulla questione del male, che compare nel libro Male, Bibbia e Occidente da poco edito da Morcelliana e che raccoglie gli atti di un comvegno promosso da "Biblia" sull'omonimo argomento. Più che un contributo filosofico, quella di Sartori è una testimonianza: "Confesso - scrive il nostro teologo - che man mano che passa la mia vita, anche di pensatore e non solo di credente, più cresce e s'ingigantisce il senso del mistero del male. Non quindi pensando io riduco il male, ma pensando, da credente, lentamente lo dilato, o meglio lo intensifico, fino a livelli di trascendenza, a livelli divini". Sartori fa esplicito riferimento alla malattia che l'ha colto dall'87. E soggiunge: dentro ogni persona ci dev'essere un coinvolgimento col tema del male, il male che compiamo e quello che ci sorprende e davanti al quale restiamo come impotenti. Chi vive veramente la fede - conclude Sartori - deve fare i conti profondamente con questo, non può non sentire la discesa, la mortalità, l'entropia, la perdita di energia che tocca ogni uomo.
Allora, monsignor Sartori, il suo è un invito esplicito ai credenti a non censurare il problema del male...
"Grazie a Dio, noi cristiani abbiamo la fede. Ma la fede ci porta subito a sottolineare l'aspetto positivo dell'esistenza, ad aver fiducia in Dio, mentre il mondo in realtà sente sempre meno la presenza di Dio e noi non ne teniamo debitamente conto. Fra noi credenti c'è spesso questa deformazione, in parte psicologica, per cui chi vede più facilmente nel vissuto gli aspetti positivi che rimandano a Dio finisce per trascurare di vedere anche quegli aspetti in cui Dio si nasconde. Teologicamente, io credo che la vera fede debba vivere tutti e due i momenti. Attraverso il cosmo e la storia, ci sono sia l'epifania di Dio che il nascondimento di Dio.
E' un gioco dell'amore, direi, di Dio. Il quale vuol dare anche a noi la soddisfazione di scoprirlo. Penso al Cantico dei Cantici, a quel gioco tra l'amante e l'amato che si cercano e si riscoprono".
Questo ci consente di non essere schiacciati dal male...
"Noi constatiamo l'ombra dell'esistenza ed io mi sento di dire che i due grandi misteri si includono a vicenda: siamo dinanzi all'infinità del bene e all'infinità del male. Mentre da una parte Dio si presenta come la luce abbagliante, infinita, così anche nella stessa esistenza sentiamo profondamente il tema del male. Solo la mia esperienza di fede mi porta non a sentire in maniera definitiva il male come un'unica soluzione, ma come quel momento di buio che mi rende più gioiosa la luce. Il vero spettacolo su cui si fonda la Bibbia nei salmi è proprio il mistero della luce del sole. Ecco allora direi che il mistero del male è come la notte che ci fa ancor meglio capire, percepire la bellezza della giornata, del sole".
Prima abbiamo accennato all'aldilà. Ho in mente tre discorsi che ha fatto il Papa l'anno scorso, su Inferno, Purgatorio e Paradiso, ove mi sembrava che il Papa volesse sgombrare il campo da alcuni equivoci. A questo riguardo, il filosofo cattolico Jacques Maritain rilevava che, mentre con Dante e Tommaso il Medioevo ha dato vita ad un'immagine compiuta dell'aldilà, non altrettanto è accaduto in età moderna e contemporanea. Anche lei è d'accordo?
"Direi che una mentalità un po' mitologica ha cominciato a prevalere in epoca medievale. In precedenza avevano parlato i Padri, che erano santi e teologi. Nel Medioevo, a poco a poco ha cominciato a far sentire la sua voce il popolo. E il popolo ha bisogno di immagini, di miti. Si è così arrivati a quanto rilevava von Balthasar: invece di una teologia dell'aldilà, si è elaborata una fisica dell'aldilà. Dante rappresenta questo: è il poeta dell'aldilà, ne è il pittore, il cantore. Certo, in epoca moderna e contemporanea non vi saranno stati personaggi della fama di Dante. Ma molti, a partire dal citato Balthasar, hanno affrontato la questione dei Novissimi. Forse la sorprenderò, ma a mio parere colui che ha posto le basi per una nuova interpretazione, totalmente differente da quella di Dante ma più moderna, è stato un ateo, Sartre".
Sartre?
"Mi riferisco al dramma A porte chiuse, in cui parla dell'inferno.
È lì che compare la famosa frase "l'enfer c'est les autres". Sartre mostra che cos'è l'inferno: è l'impossibilità di comunicare. In questo senso oggi bisognerebbe trascrivere l'aldilà a livello esistenziale, mettendo in primo piano il problema dell'amore e della comunicabilità. Il Papa e la teologia moderna hanno parlato non di luoghi ma di stati: mi è tornato in mente quanto affermava Sartre, la sua descrizione di situazioni esistenziali... Davvero questo è l'inferno: un bisogno immenso e insaziato di comunicazione. Perciò è la categoria della relazione che noi teologi dobbiamo riscoprire. Anche la Trinità del resto è relazione, la vita è relazione. In base a questo potremmo cercare di dare un volto al mistero dell'aldilà. E' il mistero di una relazione perfettissima di amore compiuto dove l'io non distrugge il tu, dove anzi l'io valorizza il tu dell'altro, perché sia possibile quella comunicazione per cui l'universo infinito vissuto da una persona viene quasi dato, ceduto all'altro e ricevuto di ritorno. Molti filosofi laici oggi mettono in rilievo il tema della comunicazione.
Penso ad Habermas ad esempio. Non solo al fatto che siamo nell'era di Internet e che tutto ormai è comunicazione. Ho in mente anche la corrente filosofica legata a Lévinas che pone al centro la riflessione sull'altro, quindi ancora una volta sulla relazione".
Lei ha parlato dell'inferno come il regno della non comunicazione. Cosa mi può dire invece del paradiso?
"Io me l'immagino così: il Paradiso è il massimo del bisogno saziato dove non soltanto io soddisferò in pieno la mia sete di felicità ma anche di comunicazione. È un'eternità che esiste non come un consumarsi o un raggiungere qualcosa, come dire un esaudimento inteso come finito, ma un gesto di amore, di comunicazione, che si rinnova con la gioia della novità per ogni istante. E' difficile parlarne, possiamo al massimo balbettare: però credo che sbaglieremmo ad interpretare l'eternità come l'amen finale, come se tutto fosse terminato. No, l'eternità è un atto che ricomincia sempre. Questa è l'eternità, un concetto non di fine ma di perenne inizio. La parola-chiave della Bibbia, che per me serve a capire anche l'aldilà, è "In principio": San Giovanni vuol dire che tutto ricomincia sempre. Non finisce. E allora ecco il problema del male. Il male è l'effimero, il provvisorio".
Concludiamo con le famose parole di Balthasar che tanto han fatto discutere: l'ipotesi che l'immensa misericordia di Dio possa rendere l'inferno vuoto. Una speranza, lui diceva...
"Non possiamo assolutamente dire che l'inferno non c'è.
Dobbiamo dire che è una realissima possibilità; sono parole stesse di Balthasar. Dio ci ha lasciato nel mistero appunto perché è una cosa così ardua da capire che è davvero inutile che stiamo a perdere la testa per vedere se è vera o quanto è vera. E io dico che l'inferno è una realissima possibilità che noi stessi scegliamo, è una possibile situazione definitiva che noi stessi ci siamo costruiti con la nostra vita, con le nostre scelte per il bene o per il male. In questi senso noi saremo quello che abbiamo voluto essere".
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Filosofia e Religione