RASSEGNA STAMPA

13 GIUGNO 2000
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Lo zoo dei matematici
Parlando di esoterismo vengono subito in mente le scienze occulte, dalla magia all'astrologia. Pochi penserebbero invece alla matematica, che pur sta all'origine dell'esoterismo classico. Tutto nacque con Pitagora, che divise la sua attività di insegnamento in due campi che noi chiameremmo di ricerca e di divulgazione, e che i greci chiamavano invece esoterico ed essoterico, cioè "interno" ed "esterno". Il secondo era rivolto a un pubblico generico di semplici uditori, e il primo a un pubblico specialistico di veri e propri apprendisti. Pitagora li chiamava, rispettivamente, acusmatici e matematici: parole derivanti da akoustos e mathema, che significano appunto "udito" e "apprendimento".
I matematici erano dunque, in origine, gli apprendisti ai quali venivano comunicate quelle teorie che, per la loro complessità o per la loro delicatezza, non potevano essere di dominio pubblico. L'esempio tipico dell'insegnamento esoterico fu proprio un risultato matematico: l'esistenza di numeri irrazionali, che minava alla base il credo pitagorico della razionalità della conoscenza. La stessa parola "ragione", che deriva dal latino ratio, non significa infatti altro che "rapporto": razionale era dunque ciò che si poteva esprimere in forma matematica attraverso rapporti numerici.
La suddivisione dell'insegnamento in due parti, una riservata agli addetti ai lavori e l'altra destinata al grande pubblico, permea l'intera storia della filosofia e determina la fortuna editoriale degli autori. Platone, ad esempio, non mise mai per iscritto le sue dottrine esoteriche, e si limitò a produrre opere divulgative. Aristotele scrisse invece sia ostici trattati tecnici che leggibili dialoghi nello stile platonico, ma questi ultimi sono andati perduti. Poiché di lui ci rimangono soltanto testi per le lezioni e appunti presi da studenti, non ci si può stupire che Platone sia tuttora letto con piacere anche dai curiosi, e Aristotele studiato solo per dovere.
I filosofi che hanno dedicato parte del loro lavoro alla divulgazione, ottenendo spesso da essa fama e onori, sono innumerevoli.
Basti pensare a Leibniz, che discusse gli aspetti esoterici del proprio lavoro nella corrispondenza con i colleghi, ma è noto al pubblico soprattutto per la Teodicea e la Monadologia: due opere essoteriche, scritte rispettivamente per la regina Carlotta di Prussia e per il principe Eugenio di Savoia. O, per venire più vicino a noi, pensiamo a Henri Bergson, Bertrand Russell e Jean Paul Sartre, la cui capacità di scrittura ha loro fruttato addirittura il premio Nobel per la letteratura, rispettivamente nel 1927, 1950 e 1964.
Ci sono, naturalmente, atteggiamenti di aggressiva sopravvalutazione della divulgazione nei confronti della ricerca (un argomento di cui si discute, fra gli altri, nel convegno intitolato "La ricerca e la formazione in Matematica" che, aperto ieri al Palazzo Ducale di Genova, si chiuderà domani). Ad esempio, il cristianesimo privilegia la predicazione evangelica alla teologia: Gesù ringrazia il Padre per aver nascosto le cose ai dotti e ai sapienti rivelandole ai piccoli (Vangelo secondo Matteo, XI, 25), e San Paolo conferma che Dio ha scelto gli ignoranti per confondere i sapienti (Prima Lettera ai Corinzi, I, 27).
Simmetricamente, ci sono atteggiamenti di difensiva sottovalutazione della ricerca nei confronti della divulgazione. Ad esempio, Gianni Vattimo dichiara nel suo ultimo libro, Vocazione e responsabilità del filosofo, che non c'è differenza tra quello che fa quando insegna all'università e quello che fa quando scrive un articolo per un giornale.
A parte questi estremismi, la maggioranza dei filosofi e degli scienziati ritiene che la divulgazione sia un'attività distinta dalla ricerca e ad essa subordinata, ma importante per la sua diffusione. Ad esempio, non si contano ormai più i premi Nobel per la fisica, la chimica, l'economia e la medicina che si sono cimentati in esposizioni delle proprie ricerche, contribuendo a farle diventare parte del sapere comune e raggiungendo spesso vette di perfezione. Addirittura, il maggior best- seller del Novecento non è stato un romanzo ma un libro di divulgazione scientifica, che ha venduto trenta milioni di copie: Dal Big Bang ai buchi neri, di Stephen Hawking.
I matematici, invece, forse memori della tradizione da cui deriva il loro stesso nome, sembrano chiusi in un atteggiamento di snobistico disdegno della divulgazione e dei divulgatori, stigmatizzato da Giancarlo Rota nella prefazione al mio libro La matematica del Novecento. Rota arriva a temere che la matematica corra seri pericoli di vita, a causa della crassa ignoranza dei suoi risultati e della diffusa ostilità verso i suoi esponenti. Due minacce che sono agevolate dalla riluttanza dei matematici a spingersi fuori degli angusti confini della propria disciplina, e dalla loro inettitudine a tradurne il contenuto esoterico in slogan essoterici, com'è invece imperativo nell'era dei mezzi di informazione di massa.
Naturalmente, non ci sono soltanto dolo e colpa in questi atteggiamenti refrattari: la matematica è resa impenetrabile dal suo stesso linguaggio simbolico, che si può comprendere soltanto conoscendolo, e dall'astrazione dei suoi enti, che si possono percepire soltanto immaginandoli. La soluzione più facile e comoda per il matematico è di lasciare ad altri l'onere di semplificare quel linguaggio ed esemplificare quegli enti, abbandonando di fatto la divulgazione nelle mani di dilettanti che finiranno per seguire linee di minima resistenza, perdendosi dietro ad aneddoti e rompicapi. Opere di questo genere, che abbondano, contribuiscono a fornire un'immagine distorta dei matematici e della matematica, relegando gli uni e l'altra in quello che Rota chiamava uno zoo intellettuale.
Il tentativo di chi accetti di affrontare rischi e difficoltà per cercare di comunicare idee e risultati è invece più coraggioso. E anche intellettualmente più remunerativo, perché le uniche opere che hanno una speranza di rimanere negli anni sono appunto quelle divulgative, mentre quelle di ricerca vengono velocemente dissolte dal tempo.
Nella matematica, come nella scienza ma a differenza dalla filosofia, sono infatti i risultati che contano, e non le loro presentazioni originali: queste diventano presto obsolete, e mantengono un interesse soltanto per gli storici di professione.
Alcuni grandi matematici hanno già additato nel passato la strada dell'alta divulgazione, producendo opere durature che mantengono tuttora intatta la loro leggibilità. Pensiamo, per fare un esempio fra tutti, alle meravigliose Lettere a una principessa tedesca di Eulero, che si potrebbe definire una raccolta di elzeviri di una rubrica settimanale ad usum delphini, ed è l'unica opera della sterminata produzione del grande matematico che venga letta ancor oggi.
Mediante una duplice azione, di imitazione dei maestri e di sfruttamento delle possibilità offerte dai media, la matematica può dunque uscire dal ghetto dell'esoterismo nel quale è stata, attivamente e passivamente, troppo a lungo confinata, per entrare finalmente a far parte della cultura dell'uomo contemporaneo. Ed è ora che questo avvenga, perché la matematica costituisce il linguaggio della scienza e della tecnologia, e dunque della nostra civiltà: il che significa che, fino a quando non sapremo parlarla, non potremo comprendere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo.
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vedi anche
Il pensiero matematico