Parlando di esoterismo vengono subito in
mente le scienze occulte, dalla magia
all'astrologia. Pochi penserebbero invece
alla matematica, che pur sta all'origine
dell'esoterismo classico. Tutto nacque con
Pitagora, che divise la sua attività di
insegnamento in due campi che noi
chiameremmo di ricerca e di divulgazione,
e che i greci chiamavano invece esoterico
ed essoterico, cioè "interno" ed "esterno". Il
secondo era rivolto a un pubblico generico
di semplici uditori, e il primo a un
pubblico specialistico di veri e propri
apprendisti. Pitagora li chiamava,
rispettivamente, acusmatici e matematici:
parole derivanti da akoustos e mathema,
che significano appunto "udito" e
"apprendimento".
I matematici erano dunque, in origine, gli
apprendisti ai quali venivano comunicate
quelle teorie che, per la loro complessità o
per la loro delicatezza, non potevano essere
di dominio pubblico. L'esempio tipico
dell'insegnamento esoterico fu proprio un
risultato matematico: l'esistenza di numeri
irrazionali, che minava alla base il credo
pitagorico della razionalità della
conoscenza. La stessa parola "ragione", che
deriva dal latino ratio, non significa infatti
altro che "rapporto": razionale era dunque
ciò che si poteva esprimere in forma
matematica attraverso rapporti numerici.
La suddivisione dell'insegnamento in due
parti, una riservata agli addetti ai lavori e
l'altra destinata al grande pubblico, permea
l'intera storia della filosofia e determina la
fortuna editoriale degli autori. Platone, ad
esempio, non mise mai per iscritto le sue
dottrine esoteriche, e si limitò a produrre
opere divulgative. Aristotele scrisse invece
sia ostici trattati tecnici che leggibili
dialoghi nello stile platonico, ma questi
ultimi sono andati perduti. Poiché di lui ci
rimangono soltanto testi per le lezioni e
appunti presi da studenti, non ci si può
stupire che Platone sia tuttora letto con
piacere anche dai curiosi, e Aristotele
studiato solo per dovere.
I filosofi che hanno dedicato parte del loro
lavoro alla divulgazione, ottenendo spesso
da essa fama e onori, sono innumerevoli.
Basti pensare a Leibniz, che discusse gli
aspetti esoterici del proprio lavoro nella
corrispondenza con i colleghi, ma è noto al
pubblico soprattutto per la Teodicea e la
Monadologia: due opere essoteriche,
scritte rispettivamente per la regina
Carlotta di Prussia e per il principe
Eugenio di Savoia. O, per venire più vicino
a noi, pensiamo a Henri Bergson, Bertrand
Russell e Jean Paul Sartre, la cui capacità
di scrittura ha loro fruttato addirittura il
premio Nobel per la letteratura,
rispettivamente nel 1927, 1950 e 1964.
Ci sono, naturalmente, atteggiamenti di
aggressiva sopravvalutazione della
divulgazione nei confronti della ricerca (un
argomento di cui si discute, fra gli altri, nel
convegno intitolato "La ricerca e la
formazione in Matematica" che, aperto ieri
al Palazzo Ducale di Genova, si chiuderà
domani). Ad esempio, il cristianesimo
privilegia la predicazione evangelica alla
teologia: Gesù ringrazia il Padre per aver
nascosto le cose ai dotti e ai sapienti
rivelandole ai piccoli (Vangelo secondo
Matteo, XI, 25), e San Paolo conferma che
Dio ha scelto gli ignoranti per confondere i
sapienti (Prima Lettera ai Corinzi, I, 27).
Simmetricamente, ci sono atteggiamenti di
difensiva sottovalutazione della ricerca nei
confronti della divulgazione. Ad esempio,
Gianni Vattimo dichiara nel suo ultimo
libro, Vocazione e responsabilità del
filosofo, che non c'è differenza tra quello
che fa quando insegna all'università e
quello che fa quando scrive un articolo per
un giornale.
A parte questi estremismi, la maggioranza
dei filosofi e degli scienziati ritiene che la
divulgazione sia un'attività distinta dalla
ricerca e ad essa subordinata, ma
importante per la sua diffusione. Ad
esempio, non si contano ormai più i premi
Nobel per la fisica, la chimica, l'economia
e la medicina che si sono cimentati in
esposizioni delle proprie ricerche,
contribuendo a farle diventare parte del
sapere comune e raggiungendo spesso vette
di perfezione. Addirittura, il maggior best-
seller del Novecento non è stato un
romanzo ma un libro di divulgazione
scientifica, che ha venduto trenta milioni di
copie: Dal Big Bang ai buchi neri, di
Stephen Hawking.
I matematici, invece, forse memori della
tradizione da cui deriva il loro stesso
nome, sembrano chiusi in un atteggiamento
di snobistico disdegno della divulgazione e
dei divulgatori, stigmatizzato da Giancarlo
Rota nella prefazione al mio libro La
matematica del Novecento. Rota arriva a
temere che la matematica corra seri
pericoli di vita, a causa della crassa
ignoranza dei suoi risultati e della diffusa
ostilità verso i suoi esponenti. Due
minacce che sono agevolate dalla riluttanza
dei matematici a spingersi fuori degli
angusti confini della propria disciplina, e
dalla loro inettitudine a tradurne il
contenuto esoterico in slogan essoterici,
com'è invece imperativo nell'era dei mezzi
di informazione di massa.
Naturalmente, non ci sono soltanto dolo e
colpa in questi atteggiamenti refrattari: la
matematica è resa impenetrabile dal suo
stesso linguaggio simbolico, che si può
comprendere soltanto conoscendolo, e
dall'astrazione dei suoi enti, che si possono
percepire soltanto immaginandoli. La
soluzione più facile e comoda per il
matematico è di lasciare ad altri l'onere di
semplificare quel linguaggio ed
esemplificare quegli enti, abbandonando di
fatto la divulgazione nelle mani di
dilettanti che finiranno per seguire linee di
minima resistenza, perdendosi dietro ad
aneddoti e rompicapi. Opere di questo
genere, che abbondano, contribuiscono a
fornire un'immagine distorta dei
matematici e della matematica, relegando
gli uni e l'altra in quello che Rota chiamava
uno zoo intellettuale.
Il tentativo di chi accetti di affrontare rischi
e difficoltà per cercare di comunicare idee
e risultati è invece più coraggioso. E anche
intellettualmente più remunerativo, perché
le uniche opere che hanno una speranza di
rimanere negli anni sono appunto quelle
divulgative, mentre quelle di ricerca
vengono velocemente dissolte dal tempo.
Nella matematica, come nella scienza ma a
differenza dalla filosofia, sono infatti i
risultati che contano, e non le loro
presentazioni originali: queste diventano
presto obsolete, e mantengono un interesse
soltanto per gli storici di professione.
Alcuni grandi matematici hanno già
additato nel passato la strada dell'alta
divulgazione, producendo opere durature
che mantengono tuttora intatta la loro
leggibilità. Pensiamo, per fare un esempio
fra tutti, alle meravigliose Lettere a una
principessa tedesca di Eulero, che si
potrebbe definire una raccolta di elzeviri di
una rubrica settimanale ad usum delphini,
ed è l'unica opera della sterminata
produzione del grande matematico che
venga letta ancor oggi.
Mediante una duplice azione, di imitazione
dei maestri e di sfruttamento delle
possibilità offerte dai media, la matematica
può dunque uscire dal ghetto
dell'esoterismo nel quale è stata,
attivamente e passivamente, troppo a lungo
confinata, per entrare finalmente a far parte
della cultura dell'uomo contemporaneo. Ed
è ora che questo avvenga, perché la
matematica costituisce il linguaggio della
scienza e della tecnologia, e dunque della
nostra civiltà: il che significa che, fino a
quando non sapremo parlarla, non potremo
comprendere da dove veniamo, chi siamo e
dove andiamo. |