RASSEGNA STAMPA

10 GIUGNO 2000
MARCO VOZZA
Nancy: la libertà non è un diritto ma un'esperienza
Il filosofo erede di Lévinas Foucault, Deleuze e Derrida che lo considera "il più grande pensatore del "toccare" dai tempi di Aristotele": è il corpo l'essenza dell'esistenza
Si conclude oggi a Napoli un colloquio internazionale dedicato a Jean-Luc Nancy, il filosofo francese, docente all'Università di Strasburgo, orinai affermatosi come la figura più significativa della generazione successiva a quella di Lévinas, Foucault, Deleuze e Derrida. Un riconoscimento appena tributatogli dallo stesso Derrida, che gli ha dedicato un libro omaggio-monumento-consacrazione barocca di 350 pagine dal titolo: Le toucher, Jean-Luc Nancy (ed. Galilée). In Italia il pensiero di Nancy circola da almeno un decennio, grazie all'ammirevole capacità di iniziativa di piccoli editori quali Cronopio (in particolare per le cure di Antonella Moscati) ma anche Quodlibet, Il Poligrafo, Lanfranchi, Marcos y Marcos, Il Melangolo ed ora anche Einaudi che pubblica L'essenza della libertà (con un'introduzione davvero illuminante di Roberto Esposito).
L'incontro partenopeo è stato dunque preceduto da diverse occasioni editoriali, tra le quali colpisce in particolare al cuore della nostra tradizione accademica l'inconsueto saggio dal titolo: L'intrus (presto disponibile da Cronopio nella pregevole traduzione di Valeria Piazza), in cui Nancy espone senza reticenze la storia della propria malattia, scandita dalla doppia intrusione di un cuore trapiantato e di un cancro penetrato per immunodepressione. Ma il pensiero aveva tentato un'elaborazione filosofica non del male passivo (con relativa giustificazione razionale) ma di quel "disordine nell'intimità" provocato dall'insediarsi in noi dell'estraneità costituita dalla malattia, non quella metafisica ma quella concreta e inaggirabile che ci assedia con il suo linguaggio dei sintomi, come un inquilino troppo socievole (per dirla con Proust).
Ciò che resta dell'identità è ormai preda della condizione di affezione: "io sono perché sono malato", ma quale "me stesso" prosegue la traiettoria della vita orientata verso la morte? Vivendo in un regime permanente di intrusioni, ora il cogito (se ancora conserva una ragion d'essere) risiede nella cognizione del dolore, ma si tratta già di un pensiero totalmente innervato nel corpo, nelle spine della carne sofferente (come in una tela di Grünenwald). La malattia è l'esperienza che induce a prender dimora in quello che Rilke chiamava il doppio regno della coappartenenza di vita e morte: "Così - scrive Nancy - il plurimo straniero che fa intrusione nella mia vita (la mia povera vita ansimante che a volte scivola nell'inquietudine sul ciglio di un abbandono appena stupito) non è altro che la morte, o piuttosto la vita/la morte: una sospensione del continuum dell'essere, una scansione in cui io non ha/non ho gran che da fare".
La presenza dell'intruso non è dunque un mero accidente dell'esperienza personale del filosofo alle prese con precarie condizioni di salute ma riveste un significato singolare-plurale, tocca dunque il tratto saliente dell'esistenza, la verità di ogni soggetto che è infinita esposizione, nuda estensione, vulnerabile esteriorità. Si perviene così al nucleo della filosofia di Nancy, già esposta in Corpus, l'originale opera del 1992 che più di altre giustifica l'affermazione di Derrida secondo cui Nancy è il più grande pensatore del toccare dai tempi di Aristotele: se la peculiarità dell'esistenza è il non avere alcuna essenza, il corpo è l'essere dell'esistenza, il luogo del suo accadere, l'apertura, la spaziatura, l'effrazione, l'iscrizione del senso. Se l'esistenza appare come un'esposizione corporea, allora il pensiero avrà come oggetto il corpo e l'esperienza del toccare, l'istituzione del senso nell'estensione e vibrazione dei corpi, l'unica evidenza di un logos sensibile.
Quello che chiamerei pensiero corporante è dunque il risvolto, la piega, se non il sinonimo, del pensiero dell'esistenza, della sua invalicabile finitezza, quale scaturisce dall'abbandono dell'essere: tale è il quadro teorico che presiede alla scrittura de L'esperienza della libertà, opera di grande rilievo teorico che pone anche prospettive inedite sulla pratica della filosofia. Nancy prende risolutamente le distanze dalle concezioni correnti della libertà che la identificano con una facoltà, un diritto o un bene da proteggere in diversi modi, così come guarda con sospetto a quella tradizione filosofica che da Spinoza a Nietzsche - finisce col limitare e subordinare la libertà alla necessità.
Più originariamente ma anche più quotidianamente, essere liberi significa semplicemente decidere di esistere, privi di ogni ancoraggio ad un'essenza o ad un fondamento: l'essere si ritira, si allontana e abbandona l'esistente alla libertà, al nudo fatto di esistere nell'orizzonte della possibilità. Una libertà fondata assumerebbe i tratti della necessità causale, l'assoggettamento del fatto di esistere ad un'idea immanente o trascendente: se Dio è storicamente diventato il nome di questa libertà necessaria, allora la "morte di Dio" proclamata dal nichilismo compiuto sarà la condizione di una libera disseminazione dell'esistenza nella sua irriducibile singolarità. Quando si è affrancata la libertà umana dal giogo dì un fondamento inconcusso, restituendola alla finitezza del suo prodursi singolare, la storia appare come "avvento e sorpresa di una nuova fioritura dell'esistenza".
L'esistenza non ha dunque più né essenza né legge a lei estranee ma è l'essenza e la legge di se stessa, in una condizione d'anarchia che coincide con l'esercizio stesso della libertà. Liberato da un fondamento che ne vincolava le movenze, anche il pensiero diventa passione, libertà in azione, stupefazione, spazio prodigale e non calcolante del senso, esperienza di generosità ontologica. La libertà è come una folgorazione, un bagliore che sopraggiunge e sorprende, un vertiginoso salto nell'esistenza, non privo di quell'ebbrezza sprigionata dalle schegge del possibile.
Cosi Nancy va ad occupare, in modo del tutto persuasivo, "lo spazio libero lasciato da Heidegger", il quale - pur avendo dischiuso la possibilità dì un pensiero dell'esistenza - ha poi finito per attribuire il primato ontologico alla verità e non libertà, assegnandola ancora all'essere come ad un destino che la soverchia e limitandone perciò il ruolo alla comprensione della necessità. Cosi si spiega la sua riprovevole reticenza nei confronti dell'Olocausto: la malvagità non è altro che la devastazione dell'esistenza, libera nella sua incoercibile finitezza, il pervicace tentativo di ricondurla all'essenza, la riappropriazione della singolarità nell'identità.
Radicalizzando l'esperienza della finitezza gettata nel mondo, procedendo oltre Heidegger, ritroveremo anche il senso del nostro essere in comune, avvinti ad un esistenza che accade ogni volta singolarmente ma tonalizzata da una pluralità dì voci, in una spartizione che istituisce lo spazio dì ogni rapporto egualitario. Questa comunità fondata sulla condivisione dell'esposizione all'esistenza, che resiste ad ogni appropriazione, assume nell'opera di Nancy l'inatteso tratto rivoluzionario di un'etica della generosità, di un'apertura perpetua che rinnova lo stupore della nascita.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti