RASSEGNA STAMPA

10 GIUGNO 2000
MASSIMO ILARDI
La metropoli cuore della libertà
Individuo e conflitto oltre la politica
Nell'epoca della espansione globale della tecnica e dell'informatica, come potenze della ripetizione e del sempre-uguale, e della crisi della politica, come incapacità di produrre opposizioni reali invece che automatismi e conformismi, sono i movimenti e i conflitti urbani a riproporre oggi il grande tema della libertà. Questa spinta alla libertà non può che sgorgare dal desiderio di trovare varchi alla realizzazione di singolarità, differenze, diversità. Differenze di linguaggi, diversità di esistenze e di relazioni sociali.
Se, come afferma Hannah Arendt nel suo saggio "Che cos'è la libertà" (in "Tra passato e futuro", Garzanti 1991), gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono, né prima né dopo, allora la comparsa della libertà oggi non può che coincidere con l'atto che realizza il conflitto. E' il conflitto, e non più la politica come pensava la Arendt, che crea ambiti pubblici dove la libertà può "apparire al mondo".
Ma come se tutto ciò non fosse accaduto, Zygmunt Bauman, nel suo libro "La solitudine del cittadino globale" (Feltrinelli 1999), ripropone serafìcamente il pensiero della modernità come critica dell'esistente: "Solo all'interno della onnipotente collettività umana l'individuo poteva essere veramente libero". Ma, accusa Bauman, le reti dei diritti e doveri che erano scritte nella agenda politica definita dalle istituzioni e che formavano la società e stabilivano i suoi comportamenti e i suoi valori sono ormai state distrutte dal mercato, e così gli individui sono stati lasciati soli, sono diventati monadi assemblate in maniera effimera dallo spettacolo televisivo. Si passa, secondo l'autore, dal primato del rapporto con gli uomini al primato del rapporto con le cose desiderate, dalla facoltà di pronunciare giudizi razionali e di comportarsi secondo i precetti della ragione al consumo egoistico puro e semplice che non si preoccupa né delle conseguenze morali delle scelte, né della perdita di quel vincoli di appartenenza che consentirebbe agli individui di essere autonomi solo in una società autonoma a sua volta. E' questa trasformazione dell'individuo da cittadino in consumatore che ha ristretto i margini della libertà individuale.
La critica dì Bauman si risolve così nel solito lamento dei sacerdoti della città di pietra, che auspicano una libertà "protetta" dalla legge, anzi che coincida con la legge stessa, che si augurano che le istituzioni promuovano e garantiscano la condizione di individuo per "proteggerlo" dalla sua parte empirica e materiale fatta di impulsi e desideri che mal si adattano agli imperativi etici e ai valori astratti che devono garantire l'ordine della città e governare la misera figura del cittadino la cui autonomia non può che coincidere con l'autorità.
E neppure c'è in Bauman quella visione eroica della libertà, disegnata dalla Arendt, che, seppure affrancata dalle necessità materiali e delimitata dalla politica, diventa manifestazione di principi quali l'onore, la gloria e la perfezione; c'è solo una critica tanto feroce quanto vecchia e usurata verso la libertà degli individui separati dalle istituzioni, contro questa massa damnationis più interessata al sesso e al consumo che ai "Valori fondamentali" dettati dalle istituzioni. Una libertà impotente quella che Bauman descrive, che sembra vivere solo dentro gli spazi di una politica ormai incapace di governare la frantumazione sociale, eppure tutta tesa a ritrovare, come ha scritto Alberto Leiss su questo giornale, neo spazi pubblici creati dalla memoria e dalla storia la semplificazione dei molteplici e irriducibili vissuti personali. La libertà non può essere connessa al potere né alla legge. Non può esistere una costituzione della libertà. Essa è legata, invece, al riconoscimento di una possibile singolarità e, dunque, a una decisione per l'azione che non è mai definitiva ma si ripete continuamente. Ed è una decisione politica perché recide il legame con la legalità istituzionale (burocrazia) e fonda la sua legittimità nel qui e ora e dentro il politico che è lotta per la vita. Presente e libertà sono inseparabili, come sono inseparabili libertà e mondo spietato della necessità. La libertà non è un destino, non si può pensarla sganciata dal conflitto in cui siamo quotidianamente immersi, come crede Jean-Luc Nancy che in "L'esperienza della libertà" (Einaudi 2000) scrive: "Se non pensiamo l'essere stesso, l'essere dell'esistenza abbandonata, o l'essere dell'essere-nel-mondo, come "libertà" (e forse come una liberalità e una generosità più originarie di ogni libertà), siamo condannati a pensare la libertà come un"'idea" e come un "diritto" puri, per concepire in compenso l'essere-nel-mondo come una necessità assolutamente cieca e ottusa".
Ha ragione Maurizio Ferraris che, nel recensire il libro di Nancy su "Il Sole-24 Ore", chiede al filosofo francese perché mai "la necessità debba essere "cieca", dal momento che il mondo sembra molto più lungimirante delle nostre filosofie". Quel mondo che oggi si è fatto metropoli. E la libertà che attraversa le metropoli contemporanee nasce proprio dalla contingenza assoluta, dall'opposizione reale, dalla rivolta. Su questo nesso tra libertà e rivolta, come evento e come sospensione del tempo normale, ha scritto pagine illuminanti Furio Jesi, in un saggio pubblicato solo oggi, a vent'anni dalla sua morte, e che ha per titolo "Spartakus. Simbologia dalla rivolta" (Bollati Boringhieri 2000).
Jesi afferma che "la differenza tra rivolta e rivoluzione non va ricercata negli scopi dell'una o dell'altra" ma in una diversa esperienza del tempo. La rivolta "non implica una strategia a lunga distanza", il frutto dell'azione è contenuto nell'azione stessa e ogni atto vale per se stesso. La rivoluzione, invece, è "un complesso strategico di movimenti insurrezionali coordinati e orientati a scadenza relativamente lunga verso gli obiettivi finali". Si potrebbe dire che "la rivolta sospenda il tempo storico e instauri repentinamente un tempo in cui tutto ciò che si compie vale di per se stesso... la rivoluzione sarebbe invece interamente e deliberatamente calata nel tempo storico". Ma se la rivolta è distruzione del tempo storico, nel senso che non prepara il domani come la rivoluzione, ma evoca solo un futuro indeterminato, e se lo scopo, come nella libertà, è nell'atto stesso, che cosa sono la rivolta e la libertà se non categorie del presente e, dunque, dello spazio? E non è forse la metropoli la condizione spaziale del nostro vivere presente?
Allora la libertà dei contemporanei, quella libertà materiale fatta di mobilità, consumo, fuga dagli impedimenti, non può che avere origine proprio in quei laboratori metropolitani dove si sperimentano nuove alchimie sociali e nuove forme di aggregazione che, nel mondo dell'omologazione in cui sono costretti a muoversi, traducono immediatamente la possibilità dell'evento in una necessità materiale da soddisfare a tutti i costi per interrompere gli automatismi, sentirsi individui, vivere in libertà. Qui non è vero quello che afferma Bauman e cioè che "essere un individuo non significa necessariamente essere libero": al contrario, si è individui solo se si è liberi. Qui non ci sono garanzie politiche a proteggere gli spazi pubblici: da tempo la politica e le sue categorie mal si adattano a qualsiasi ordine. Libertà, individuo, conflitto, dunque, procedono insieme e insieme li deve tenere un pensiero critico, non dentro ma contro l'agire politico che si è reso autonomo dalle trasformazioni e dalle innovazioni sociali. Questo è il nocciolo duro della vita metropolitana che rende arbitrario e anacronistico ogni riferimento alla polis greca.
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vedi anche
Filosofia (e) politica