E l'ecopensiero di Jonas riparte dal vivente| Lontano dalle derive del postmoderno emerge la lucidità del teorico del "principio responsabilità" |
| "Io ho tentato di mantenere viva l'antica fiamma della metafisica
che sembrava essersi estinta nella nostra epoca moderna": così
illustra la propria opera Hans Jonas. Col trascorrere del tempo si
fa più vivido il suo progetto filosofico, di cui solo taluni aspetti
sono stati sinora colti. Sollevando con vigore i problemi della
tecnica, del rispetto responsabile della natura, del carattere della
vita e del sì che essa merita, in special modo del finalismo
intrinseco all'organismo vivente (cfr. il suo Organismo e libertà.
Verso una biologia filosofica edito da Einaudi), Jonas ha riaperto
strade che sembravano sbarrate per sempre. Egli è giustamente
noto per l'opera Il principio responsabilità. Un'etica per la
società tecnologica, ampiamente discussa, eppure i suoi studi su
una biologia filosofica e sull'organismo vivente potrebbero
segnare una svolta di prim'ordine nella filosofia della natura e
della vita dopo secoli di meccanicismo e di aspre opposizioni ad
ogni finalismo. Su questi aspetti Jonas ha compiuto un solido
tentativo per superare il dualismo cartesiano. Sostenendo la
necessità di una nuova metafisica nell'epoca della scepsi radicale,
egli svolse una metafisica dell'autoaffermazione dell'essere ed
elaborò un'etica in cui l'assiologia è radicata nell'ontologia. Con
la fondazione ontologica e finalistica dell'etica venne decisamente
abbandonato lo schema kantiano della separazione tra etica e
ontologia, egemone da oltre due secoli, e dischiuso il cammino
per una vera rivoluzione nella scienza morale. Ciò potrebbe
spiegare la scarsa attenzione delle culture laiche e illuministiche
verso Jonas, e la difficoltà ad ammettere che l'etica moderna è
inadeguata sulle questioni del futuro.
Questi aspetti, elaborati nelle opere maggiori, emergono come
spunti stimolanti nelle dieci interviste di cui si compone Sull'orlo
dell'abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura
(Einaudi). Nei dialoghi che uniscono rigore e capacità di parlare
alla gente, sono le questioni della crisi ecologica che devasta il
pianeta, della necessità di costruire un nuovo rapporto tra uomo e
natura, i difficili dilemmi dell'eutanasia, a ritornare puntualmente
con nuovi approfondimenti.
Uno dei nuclei delle interviste ruota intorno alla necessità di una
nuova etica che inglobi la responsabilità verso le generazioni
future, a cui non possiamo consegnare un ambiente sempre più
degradato. Si tratta di un'etica non bilaterale, poiché se è vero che i
posteri non possono fare nulla per noi, noi siamo obbligati a
tenerli in conto. Le morali di tipo dialogico e consensuale come
quelle di Apel e Habermas, dove la decisione raggiunta è legittima
se raccoglie il consenso dei soggetti coinvolti, non è considerata
idonea per avviare un'etica di responsabilità verso le generazioni
future, poiché dal consenso attuale sono appunto esclusi i posteri.
D'altra parte non ci si può nascondere che i sistemi
liberaldemocratici sono apparsi sinora incapaci di affrontare i
problemi suscitati dalla crisi ecologica.
Non esistono finora sufficienti prove che il binomio tecnologia e
mercato sia in grado di affrontare adeguatamente i problemi
ecologici. Anzi l'evidenza empirica parrebbe contraria, poiché le
economie occidentali non affrontano l'incognita ecologica, mentre
il dissesto dell'ambiente prosegue senza apprezzabili mutamenti:
interessi a breve sopravanzano i doveri di responsabilità a lungo.
Così rimaniamo soggetti al pensiero unico che quotidianamente
suggerisce che le cose vanno nella direzione giusta e che non
sussistano motivi per cambiare. D'altra parte l'alternativa è
antropologicamente difficile, poiché occorrerebbe avere un uomo
diverso, disponibile a sobrietà e ascesi, capace di vedere oltre
l'angusta logica del self-interest. È questo possibile nell'epoca
della secolarizzazione? Forse iniziamo ad accorgerci che
l'esperimento di creare un uomo che veda solo il proprio
vantaggio è fallito per troppo successo.
Le nuove situazioni pongono un'inedita sfida al pensiero civile e
morale, tributario di un'epoca in cui le questioni dell'ecologia e
del futuro dell'uomo non si ponevano. Fondarsi su Hegel, su
Smith, su Marx è un'illusione costosa, poiché questi autori, pur
diversi, hanno ignorato il problema e stanno diventando pensatori
regressivi del passato. Il concetto stesso di società aperta andrebbe
riformulato. Jonas ha dischiuso un nuovo modo di fare filosofia,
che prendendo le mosse dall'organismo vivente e dall'essere, e non
subordinandosi a priori alle scienze naturali, dà all'etica una nuova
dimensione (la responsabilità morale nei confronti del futuro) e
vede nella vita un finalismo. |