| La follia? E' la paura della
diversità | Che cos'è la follia? Pier Aldo Rovatti, in
un libricino rapido che si legge in due ore
(La follia, in poche parole, Bompiani,
pagg. 82, lire 10.000) ci dice che la follia è
la diversità e la paura della diversità. È
questa una definizione che ci interessa
perché, dopo aver neutralizzato il folle
attraverso la medicalizzazione che ha
ridotto la follia a una malattia, con questo
stratagemma non abbiamo certo
neutralizzato la diversità. E qui penso alla
diversità dell'omosessuale, dell'immigrato,
dello "straniero", che a quelli del luogo
appare "strano", ma penso anche alla
diversità di ciascuno di noi quale ci appare
di notte nei sogni, e anche di giorno
quando allentiamo gli ormeggi dell'Io.
Qui in gioco non è solo la diversità degli
altri che abbiamo la possibilità di confinare
e neutralizzare, delegando i folli ai medici,
gli stranieri alle forze dell'ordine, ma la
nostra diversità che non ammette deleghe,
anzi si rinforza proprio nel processo di
soppressione e delega.
Ogni volta che allontaniamo il problema
della diversità, confermiamo la nostra
paura del diverso, che è poi la paura di quel
diverso che ciascuno di noi è per se stesso,
e da cui ogni giorno strenuamente ci
difendiamo per mantenere la nostra
identità. Per questo parallelismo che esiste
tra il diverso che ci abita e il diverso che
incontriamo per strada, potremmo chiedere
a ciascuno di noi: "Dimmi chi sono per te i
diversi e come li escludi, e ti dirò chi sei".
In un suo racconto, La tana, Kafka ci
mostra come una casa può diventare una
prigione. Lo strano animale che la
costruisce e la abita è ossessionato da
un'unica idea, che qualcuno dall' esterno
possa penetrare nella tana. Escogita ogni
sorta di sistemi di sicurezza, trasforma la
tana in un labirinto che solo lui conosce,
ma poi, siccome un'entrata ci deve pur
essere, è là che lui si colloca a spiare i
pericoli esterni. Anzi, a un certo punto, con
un gesto assurdo decide di uscire dalla tana
e nascondersi nei pressi dell'imbocco, per
poter meglio controllare le mosse di chi
dovesse arrivare. Morale: più impazziamo
a blindare il nostro Io (tana o casa che sia)
più ci esponiamo all'invasione dell'altro,
ottenendo dunque l'esatto contrario.
Nel Libro dell'ospitalità (Raffaello
Cortina, 1991) Edmond Jabès racconta che
un giorno, persa la strada in un viaggio nel
deserto, ricevette da un beduino
un'accoglienza ospitale e un opportuno
orientamento. Qualche tempo dopo, Jabès
tornò a cercare il beduino per un tangibile
atto di riconoscenza, ma il beduino si
comportò con gentile distacco come se lo
incontrasse per la prima volta. "Che strana
ospitalità" pensò Jabès, ma poi si accorse
che la vera ospitalità è quella in cui l'ospite
arriva sempre la prima volta.
Commentando queste due storie Pier Aldo
Rovatti osserva che l'episodio di Jabès è
come se fosse scritto su una faccia di
quella stessa medaglia che porta scritto,
sull'altra faccia, il racconto di Kafka. Fino
a che non saremo diventati stranieri a noi
stessi, e non avremo imparato a stare
nell'oscillazione della follia dell'altro,
l'altro avrà per noi solo il sembiante più
pauroso e ossessivo, quello descritto da
Kafka. E la follia dell'altro, così bloccata
in se stessa, ci renderà folli. Ma come si fa
a incontrare davvero l'altro? Sartre nega
decisamente la praticabilità di questo
incontro, non per le ragioni di Umberto
Bossi che teme per l'identità della sua
micro-cultura, ma perché, a suo dire, gli
altri sono il nostro "inferno", ci limitano
perché ci trascendono, ci tengono in pugno
perché ci guardano e ci vedono come
siamo, posseggono quello che a noi sfugge
e quindi hanno un potere terribile su di noi.
Quel che dice Sartre è vero: la coscienza di
ciascuno di noi è sopraffatta
dall'incombere dello sguardo dell'altro, ma
è anche vero che, se togliamo questa
dipendenza, la coscienza si accartoccia su
sé stessa in un'impotenza radicale.
Il nostro comune e diffuso sentire, la
nostra cultura, e forse anche le nostre leggi
tendono all'integrazione del diverso, cioè
alla negazione della diversità. Le opere
assistenziali, messe in atto dal mondo
religioso e dal mondo del volontariato,
tendono a ridurre la sofferenza dei diversi
che, nel sommo disagio, giungono da noi.
È molto difficile dar loro torto, ma Pier
Aldo Rovatti ha il sospetto che se si
affronta il problema della diversità,
mettendo a fuoco solo la sofferenza, si
finisce con il ridurre il mondo della
diversità a un problema assistenziale. E
così facendo si entra in un tunnel che ha
una sola via d' uscita, perché la liberazione
dalla sofferenza, che di solito si raggiunge
con l'integrazione del diverso, finisce con il
fare del diverso uno di noi. In questo modo
perdiamo il confronto con la diversità, con
la nostra e con quella altrui, per entrare
spediti nella gabbia in cui inesorabilmente
ciascuno di noi tende a rinchiudersi,
credendo di essere il più normale dei
normali.
A costui, che è poi ciascuno di noi, vien da
chiedere se siamo davvero estranei alla
diversità, e se sì, come ci siamo costruiti
questa rassicurante terraferma. Il discorso
di Rovatti sulla follia e sulla diversità
sbrigato "in poche parole" non è rivolto né
ai folli né ai diversi, che non saprebbero
proprio cosa farsene, ma se mai a quelli
che vi si dedicano, alle loro sicurezze
culturali, quindi a ciascuno di noi,
qualsiasi lavoro facciamo. |