Processo a Freud| Psicanalisi, astri e disastri |
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| Luciano Mecacci,"Il caso Marilyn M, e altri disastri della psicanalisi", Laterza, pagg. 206, lire 24mila | Di psicanalisi si muore. Altro che "visione del mondo", altro che complesso grimaldello per penetrare nei
segreti della psiche occidentale, altro che scienza in grado di svelare i vizi e le angosce profonde della
morale borghese. Per Luciano Mecacci, storico della psicologia del Novecento, docente all'università di
Firenze e autore di una quantità di volumi sulle evoluzioni dell'attenzione prestata all'inconscio nel corso
del secolo appena concluso, i laudatores del dottor Freud e delle altre correnti derivate dai suoi studi non
avrebbero fatto altro che raccontare bubbole. Nient'altro che fandonie starebbero dietro agli
strombazzatissimi casi clinici diventati dei veri e propri cult - da quello di "Anna O." a quello del "piccolo
Hans" all'altro de "L'uomo dei lupi".
Insomma, a un secolo esatto dall'uscita de L'interpretazione dei sogni, questo professore fiorentino non
teme di sfidare uno dei miti fondanti della cultura del Novecento. Affermando che, più dei pregi della
disciplina nata a Vienna, contano i suoi danni. Danni inconfessati, o per meglio dire macerie di disastri,
di cui sarebbe disseminata la storia del Novecento. Un esempio per tutti: la triste fine di Marilyn Monroe,
per lo studioso fiorentino nient'altro che una delle tante vittime della terapia analitica del dottor Freud,
praticatale tra gli altri da sua figlia Anna in persona, una dei suoi tre psicanalisti. Altri casi, giusto per
restare dalle parti delle celebrità: il musicista George Gershwin, un uomo di successo e per giunta amato
dalle donne, ma un autentico psicolabile, ulteriormente rovinato da quella che doveva essere la "cura".
Per non parlare, poi, degli stessi psicanalisti, tra i quali si annovera, secondo la documentazione del
professor Mecacci, una quantità di suicidi. Il più famoso di tutti - quello di Bruno Bettelheim, nel 1990 -
non sarebbe stato provocato dall'angoscia retrospettiva per la reclusione nel lager ma dal fatto che "la
struttura psichica sviluppata con la formazione psicanalitica poi non era così tanto solida, non era un
reale strumento di sopravvivenza".
Tutto questo (e molto altro ancora) è argomentato da Mecacci nel libro Il caso Marilyn M,
significativamente sottotitolato e altri disastri della psicanalisi (pagg. 206, lire 24mila), appena uscito da
Laterza.
| Come, professor Mecacci, in sole 206 pagine fa a pezzi un mito? Chissà che diranno gli psicanalisti, di
norma suscettibilissimi. Ma lei è consapevole o no di screditare malamente la professione? |
"Ma no. Anzitutto la psicanalisi è solo una branca della psicologia, quindi potrei al più essere accusato di
screditare quest'ultima. In passato avevo scritto vari volumi sulla storia della psicologia, mai sulla
psicanalisi. Nel mio ultimo libro evidenzio come la psicanalisi sia molto caratterizzata dai suoi
protagonisti. La sua utilità dipende, cioé, dalla soggettività del terapeuta. Proprio Freud lo paragonava al
chirurgo, che, diceva, dev'esser mosso solo dall'intento di "eseguire l'operazione nel modo più corretto
possibile"".
| Ma lei se la prende proprio con Freud. Stando a quel che lei scrive, sarebbe stato un tipico esponente
del "fate quel che dite ma non fate quel che faccio", non meno di Jung e di tutti i più grandi terapeuti? |
"Proprio così. Non mi sono soffermato sui meno noti, di cui si sarebbe potuto dire che erano delle
pecore nere, ma su coloro che hanno creato l'impalcatura stessa della psicanalisi".
| Una curiosità: lei è mai stato in terapia? |
"No, ma vorrei prevenire l'obiezione ovvia. Per parlare di psicanalisi non c'è bisogno di averla
sperimentata su di sé, perché altrimenti, con altrettanta plausibilità, si potrebbe sostenere che solo chi ha
avuto il cancro può anche curarlo. Io ho analizzato dall'esterno una serie di circostanze, ma in modo
oggettivo, allineando dati, elementi su cui si possono trovare una serie di riscontri. Poi, è chiaro, il lettore
giudicherà da sé".
| Fermiamoci sul caso di Marilyn. Fu in cura da Anna Freud, dalla dottoressa Kris e infine dal dottor
Greenson, che lei descrive come un personaggio inquietante: praticamente la controllava giorno e notte,
direttamente o attraverso la governante, abitava a un tiro di schioppo da casa sua, era in rapporti politici
con i Kennedy e avrebbe finito per stabilire un doppio transfert con lei. Ma mi faccia capire: pensa che
la sua cura la abbia uccisa o che lui potrebbe aver avuto interesse alla sua morte? |
"Le due cose. Io non sono mai stato quel che si dice un fan di Marilyn, ma nel ricostruire la sua storia
mi ha sbalordito il fatto che, tranne un paio di biografie molto specialistiche, tutti indicano Greenson
come "il medico" dell'attrice. È ben diverso che ne sia stato l'analista. La comunità psicanalitica lo ha
sempre molto salvaguardato, ma lui era un personaggio molto complesso, con legami politici ed
economici importanti, implicato in mille cose. E aveva un rapporto a dir poco singolare, per un terapeuta,
con la sua paziente. Ricorderò sempre quel che mi raccontò una volta Cesare Musatti a un congresso:
era con la moglie in un bar, aveva intravisto una donna in cura da lui e trascinò subito la sua signora
fuori dal locale. "Guai ad incontrare i pazienti al di fuori dell'analisi", diceva".
| Altro "comandamento" infranto dagli psicanalisti: guai ad avere in terapia amici o - peggio - parenti. In
altre parti del libro, lei descrive il rapporto terapeutico di Freud con la figlia Anna, poi di Melanie Klein
con il figlio, di Jung con le figlie. Con quali danni? |
"Inenarrabili. Un esempio: il problema della psicanalisi è che non si disgiunge mai la realtà psichica da
quella effettiva. Per cui, se uno ha avuto fantasie sessuali, si dice che sia come se le avesse anche
vissute. Questo non mi piace, e un banco di prova dell'inconsistenza, anzi della dannosità di tale
convinzione viene dalla questione dei soprusi sessuali sui bambini. Sbaglio o non è ininfluente la
differenza tra la realtà e una fantasia su questo? Guai ad avallare queste confusioni, come fatalmente
fecero i terapeuti allenatisi sui figli. O come fanno a volte gli psicanalisti che sui giornali scrivono di
pedofilia".
Pettegolezzi turpi, casi inventati o manipolati, costellazioni e intrecci affettivo-professionali sovrapposti.
Professore, se voleva farci sapere che non considera la psicanalisi una scienza, ci è riuscito. |
"Vede, quel che mi sconcerta, e che volevo dimostrare in questo libro, è una cosa: la psicanalisi
ortodossa non ha mai voluto accettare il dibattito o la critica ai padri fondatori. A posteriori si è detto:
eravamo agli esordi, e soprattutto su Freud si è costruito nel tempo una sorta di autoreferenzialità che ne
ha fatto un mito intoccabile. Il mio non è un giudizio negativo o morale, ma storico. Solo qualche eretico
ha avuto in passato il coraggio di dire queste cose. Prendiamo l'esempio di Jean Piaget: ha studiato i
propri figli, lo ha sottoposti ad analisi quotidiana e li ha rovinati. Ci ha somministrato una teoria
pedagogica ricavata su un paio di bambini trasformati nel paradigma di tutti i piccoli del mondo. Quella
sua teoria ha furoreggiato per decenni, ma era parzialissima. C'era proprio bisogno di aspettare la sua
morte per accorgersene?" |