RASSEGNA STAMPA

27 MAGGIO 2000
GUIDO CASERZA
Etica erotica
I due demoni del pensiero
"Imperturbabile quell'uomo che è sordo all'amore. Egli non si attende nulla da nessuno e può permettersi il lusso di amare, poiché sa che dagli uomini tutto può attendersi, fuorché l'amore". Grandissimo Ernesto Pantarei, che nei suoi codicilli filosofici, facendo il verso a Seneca, dipingeva il ritratto paradossale dell'uomo imperturbabile, dominatore della passione ma dalla passione attratto, misogino ma cupidissimo del gentil sesso, disincantato ma generoso negli affetti. Contraddizione possibibile? Pantarei la risolveva appellandosi all'etica e stringendo una connessione fra l'erotismo e l'etica. Peccato che il filosofo morì prima di portare a termini i suoi codicilli (nel 1964), proprio quelli in cui ci avrebbe spiegato come conciliare l'eros con l'ethos. Ma sulla questione ritorna ora il filosofo Sergio Givone, di cui Einaudi ha appena pubblicato Eros/ethos (pp. 138, lire 26.000).
Decifriamo innanzitutto quella capziosa slash che separa i due termini del titolo. Sembra uno stiletto conficcato, o è forse un trait d'union? Insomma, professor Givone, separazione o unione fra erotismo ed etica?
"Sia separazione sia unione. Certamente eros ed ethos definiscono due forme di esperienza molto diverse, due dimensioni della vita che stanno ai poli opposti. Eros è la vita che scaturisce come dal profondo, libero e gioioso scaturire, che non dà ragione di sé, e tantomeno sopporta di essere giudicato con categorie morali. Invece ethos è la vita che chiede di essere rispettata, la vita come partecipazione a un destino comune di cui tutti devono farsi carico assumendo impegni reciproci e riconoscendo all'altro gli stessi diritti. Come si vede, è molto difficile tener conto nello stesso tempo delle ragioni di eros e delle ragioni di ethos".
Eppure lei crede che esista un nesso fra etica e erotismo.
"Eccome se esiste. Prendiamo l'eros. Si potrebbe dire che è una specie di pulsione originaria, un'esuberanza vitale non soggetta a vincoli e preclusioni. Senonché nel momento stesso in cui affermo che eros è trasgressione ed emancipazione, già lo metto in rapporto con quei principi etici di cui vorrei poter limitare la giurisdizione. Ma posso fare una cosa del genere? Posso dimenticare che mentre io rivendico il mio diritto a trasgredire magari ledo il diritto di colui con cui ho precedentemente stretto un patto di fedeltà? Prendiamo ethos. Che ha a che fare non tanto con le potenze irrazionali dell'anima, ma, proprio al contrario, con la razionalità. È alla luce della ragione che mi s'impone di fare quello che devo: se no sarebbe violenza, arbitrio, plagio, proprio il contrario dell'etica. Eppure che etica è mai quella che non scaturisce dal cuore e non investe la volontà, al punto da giustificare l'affermazione che ethos in fondo è il proprio demone interiore?".
Che pensare allora di un libertino come De Sade?
"De Sade ha portato alle estreme conseguenze la scissione di eros da ethos, affermando addirittura che l'eros si serve di ethos come strumento per godere di più. Nella letteratura sadiana, il maggiore godimento è quello inflitto dal carnefice alla vittima la quale più è virtuosa più eros la fagocita e la utilizza ai propri fini".
E con quel grande amatore che fu Don Giovanni come la mettiamo?
"Don Giovanni è un libertino come i personaggi di De Sade, ma con la differenza che in Don Giovanni c'è una dialettica più elaborata. Dal punto di vista etico Don Giovanni è un amorale assoluto, tradisce donna Elvira, uccide il commendatore per perseguire i propri fini, ma a dimostrazione del fatto che non si può essere degli amorali assoluti, Mozart mise in scena il ritorno del rimosso, ovvero del senso di colpa. L'inferno si spalanca sotto i piedi di don Giovanni quando il commendatore gli dice "pentiti", in quel momento la musica tace e rimane quel grandioso sigillo: "Tempo più non v'è". Significa che non c'è più musica nel senso del godimento e della pura energia desiderante, mentre in primo piano ritorna l'ethos, ovvero la condanna".
Siamo abituati a pensare che i cristiani vivono l'erotismo come una minaccia, mentre i pagani lo vivevano nel suo libero dispiegarsi.
"Bisogna fare attenzione agli schemi e alle banalizzazioni. Indubbiamente paganesimo e cristianesimo hanno avuto una percezione diversa dell'erotismo: più positiva il paganesimo e più negativa il cristianesimo, e infatti il paganesimo ne ha sottolineato gli aspetti appaganti e vitali mentre il cristianesimo quelli oscuri e peccaminosi. Ma che cosa significa questo? Che il paganesimo non ha saputo vedere anche il volto in ombra di eros? O che il cristianesimo ne ha disconosciuto il valore? Se così fosse, non sapremmo spiegare come mai proprio il paganesimo abbia messo eros in rapporto al tragico né perché il cristianesimo faccia coincidere amore con Dio".
C'è una violenza diffusa e dilagante oggi. Dove ricercare la sua origine? Nel suo libro lei avanza un'ipotesi imbarazzante.
"Come vorremmo che la violenza non dipendesse da noi, ma sempre e soltanto da ciò che un tempo si chiamava il destino e invece oggi i grandi apparati militari, economici ideologici! La verità è che dietro la violenza, anche quando si nasconde nell'anonimato, c'è sempre l'uomo, ed è proprio per questo che essa appare mostruosa, intollerabile: perché in ogni caso è anche opera dell'uomo e mai soltanto una calamità naturale (lo fosse, non ci farebbe soffrire così tanto). Il seme della violenza è lì, sempre lì, nel cuore dell'uomo. E allora vediamo com'è che questo seme attecchisce, vediamo di capire qual è il terreno di coltura. La mia ipotesi è che non bisogna cercare lontano, ma vicino, vicinissimo: nel nostro cuore, dove hanno origine tutti i conflitti, a cominciare da quello che appunto separa e unisce eros ed ethos".
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