| Tra Freud e Mosè
il limite della scienza | L'attenzione di Sigmund Freud nei confronti della statua michelangiolesca di Mosè - conservata a Roma a S.Pietro in Vincoli - è soltanto una delle tante espressioni di un dato che non si esagera a definire "strutturale" della scrittura freudiana. Il pensiero di Freud e la stessa scienza psicoanalitica si svolgono nella forma di un intreccio inestricabile tra il piano della
osservazione dei fenomeni psichici, della loro interpretazione scientifica e della costruzione di uno sfondo teorico per quanto aperto e rivedibile, da un lato, e dall'altro, la convinzione che poeti come Goethe e Shakespeare, artisti come Leonardo e Michelangelo, filosofi come Schopenhauer e Nietzsche (per citare solo alcuni di quelli cui Freud si è riferito) abbiano già intuito e rappresentato ciò che la psicoanalisi ha scoperto per via scientifica. E che dunque la psicoanalisi necessiti di un rapporto intrinseco con la letteratura e con l'arte. Francesco Saverio Trincia, che insegna Storia della filosofia contemporanea all'Università -La Sapienza di Roma ed è autore dell'originale studio intitolato "Freud e il Mosè di Michelangelo - tra psicoanalisi e filosofia" (edito da Donzelli), sembra non sottovalutare affatto la serietà della richiesta pressante che oggi ancora una volta viene rivolta alla psicoanalisi di non chiudersi, nella comprensione e nella terapia dei disturbi psichici, alle neuroscienze e al cognitivismo. "Ritengo tuttavia - egli afferma - che se di confronto e di integrazione tra diverse declinazioni del sapere psicologico deve effettivamente trattarsi, la fisionomia autentica del pensiero di Freud che ho tratteggiato non possa essere considerata un ostacolo eliminabile. Non vedo alcun "rischio" come si è espresso un noto psicoanalista italiano, nel fatto che Freud venga letto come si legge Goethe, e sarei invece molto preoccupato da una ridefinizione del pensiero di Freud che ne escluda come irrilevante, tra gli altri, quel piccolo gioiello che è il saggio sul "Mosè di Michelangelo".
La peculiarità della interpretazione della statua di Mosè che Trincia ha fatto oggetto del suo studio consiste, nella programmatica - "e in qualche misura anche imbarazzata" - sospensione della sua stessa scienza da parte di Freud, quale strumento interpretativo. Il saggio del 1914 "non è" un lavoro analitico. Proprio per questo motivo, sostiene Trincia, esso appare capace, qualora lo si legga senza trascurare la consapevolezza che Freud stesso mostra ed esibisce di questo singolare atto di "messa tra parentesi" del suo stesso sapere, di evitare ogni riduttivismo nei confronti della sacra figura di Mosè.
In questo modo Freud può procedere mettendo in rilievo in Mosè la eccezionale forza di autocontrollo razionale delle passioni, cioè dandone una immagine "razionalistica" di eroe della spiritualità e di una morale del sacrificio della vita affettiva individuale a vantaggio della difesa del destino del popolo ebraico. Trincia è stato attratto dalla questione del significato che questa sorta di "límite" della scienza psicoanalitica può avere per la più profonda comprensione del pensiero di Freud.
Anche ne "L'uomo Mosè e la religione monoteistica" del 1934-38, che Trincia ha studiato nel suo precedente libro "Il Dio di Freud", e dove è invece la psicoanalisi che consente di ricostruire la storia di Mosè e l'origine del monoteismo ebraico, sono visibili le tracce della volontà antiriduzionistica di Freud di fronte al fenomeno religioso. Enfatizzare il tema della soggettività di Freud 'osservatore' della statua michelangiolesca, e quindi provare a porsi per così dire all'interno del 'vedere' freudiano costituisce secondo Trincia la mossa principale per cogliere dall'interno la sua operazione di scomposizione e ricomposizione dei "movimenti" che precedono la posizione finale della statua. Ho sottolineato - precisa Trincia - quella che mi pare la fondamentale scelta non oggettivante compiuta de Freud, ossia la volontà di collegare l'osservazione della statua con quella assegnazione di significato (soprattutto al movimento delle mani sulla barba) che non può prescindere dal riferimento al vissuto soggettivo della psiche di Freud stesso". Scrive Jean Starobinski: "Non v'è dubbio che non soltanto per la critica, ma per qualsiasi atto di conoscenza, occorre affermare che bisogna guardare per essere guardati". Piuttosto che da Starobinski - riprende Trincia - mi sono lasciato ispirare, con molta prudenza per non confondere prospettive teoriche molto diverse tra loro, dal tema dello sguardo e del vedere fenomenologici nella filosofia di Edmund Husserl. Ma credo che un'influenza non piccola sul mio approccio abbia avuto quel geniale esercizio di 'osservazione', ricostruzione e rappresentazione della psicologia di Freud realizzato da Jean Paul Sartre nella sua sceneggiatura per il film di John Huston su Freud, che non fu poi utilizzata".
Trincia dice d'aver studiato i classici del pensiero e ritiene che la filosofia fornisca una chiave essenziale per studiare il pensiero di quel "non-filosofo" (ma niente affatto digiuno di frequentazioni filosofiche) che è stato Sigmund Freud: "non si dovrebbe a mio avviso né "filosoficizzare" il pensiero di Freud, né fare della filosofia una ancella della psicoanalisi. Può essere assai più utile tenere ben ferme le differenze tra i due saperi. Per quanto ciò possa apparire presuntuoso, è tuttavia piuttosto la filosofia e non la psicoanalisi a qualsiasi altra scienza, che possiede la consapevolezza del 'limite' e che consente di lavorare su questo limite con vantaggio proprio e insieme della psicoanalisi". |