Ma non toccateci il PurgatorioIntellettuali laici e cattolici rivalutano i Novissimi: ne
parliamo con Sergio Givone Dalle contraddizioni della tolleranza alla presenza del male nel
mondo e al senso delle virtù: le domande impegnative di un
pensatore non credente |
| "Sento ripetere sempre più spesso, e non dubito che non
corrisponda al vero, che il purgatorio per il cristiano non è un
articolo di fede come invece lo sono sia il paradiso sia l'inferno.
Ma se posso dire la mia su una questione che ovviamente non è
materia di discussione filosofica: no, non toglietemi il purgatorio,
vi prego. Così a misura d'uomo, così necessario fra salvezza e
dannazione, così indispensabile per spiegare come quell'avanzo
d'inferno che ciascuno di noi è possa sperare di ritrovarsi un
giorno in paradiso".
Il filosofo Sergio Givone, allievo di quel Luigi Pareyson che ebbe
il coraggio di affrontare un "discorso temerario", quello del
"male in Dio", e pochi anni fa dedicò al tema dell'éskaton un
romanzo uscito da Einaudi e intitolato Favola delle cose ultime,
subito vuole fare questa precisazione controcorrente a proposito
di quanto si è scritto recentemente sulla dottrina del purgatorio,
travisando quanto sostenuto dal Papa nella sua celebre catechesi
sui Novissimi dell'estate scorsa. Di Givone fra l'altro esce a giorni
in libreria un nuovo saggio, Eros/ethos, sempre da Einaudi: uno
studio che cerca di legare la dimensione etica a quella erotica,
sulla scia di pensatori come Platone, Kierkegaard, Girard.
| Professor Givone, c'è davvero - com'è apparso anche nei
giorni scorsi in un intervento di Norberto Bobbio - un ritorno
della teologia e della filosofia alle "cose ultime"? |
"Intanto bisogna capire e chiarire a se stessi qual è la posta in
gioco. Ossia: che cosa significa credere o non credere nell'aldilà.
Si tratta di un'alternativa secca, un aut-aut: da una parte la vita
come un uscire dal nulla per riprecipitarvi, dall'altra invece l'idea
che questo transitare sulla scena del mondo, per quanto breve e
insignificante, è per così dire trattenuto dentro uno specchio di
eternità. Nel primo caso il nulla sembra vincerla su qualsiasi
pretesa di trascendere la nostra finitezza, la nostra morte. Nel
secondo invece qualcosa resta. Qualcosa che non potrà mai più
essere come se non fosse stato. Questo qualcosa sono il bene e il
male: ciò per cui dunque saremo giudicati. L'aldilà non è in fondo
se non il giudizio che ci attende nel punto d'incontro fra il tempo e
l'eterno. Naturalmente l'aldilà è anche tante altre cose (le cose
ultime, appunto, declinate al plurale). È la misericordia di Dio,
anzitutto. È la sua capacità di perdonare e quindi di tirar fuori il
bene e il male. La sua capacità di consolare coloro che hanno
sofferto in nome della giustizia. E così via. Ma tutto ciò ruota
intorno a quell'asse che è il giudizio e più esattamente il fatto di
dover render conto di tutto a tutti e perciò a Dio. Venendo al
Papa, più che di svolta parlerei di occasione che si presenta in
questo particolare momento storico. La Chiesa era sembrata
lasciarsi espropriare dei contenuti essenziali del suo
insegnamento: le cose ultime, appunto. Vedi ad esempio l'attesa
del regno messianico: diventata cosa della politica. Oppure l'idea
di palingenesi: diventata cosa della tecnica. Tant'è vero che in
questo orizzonte si parla di fine dei grandi racconti, fine di
qualsiasi escatologia. Ecco quindi l'occasione che si presenta alla
Chiesa: ritrovare quei contenuti essenziali e riproporli, nei
confronti del mondo che dopo averli corteggiati ormai li rifiuta,
come segno di contraddizione".
| Da filosofo, come giudica i tentativi di creare un filo diretto fra
vivi e morti, fino ad escogitare le forme più strane di
comunicazione diretta? |
"Indubbiamente sembra difficile tracciare una linea di
demarcazione fra la fede nei novissimi (giudizio, inferno,
purgatorio e paradiso) e il commercio più o meno equivoco con la
realtà ultraterrena, del tipo di quello che ieri andava sotto il nome
di spiritismo e oggi trova espressione nei racconti di coloro che la
medicina strappa alla morte già oltre la soglia. In realtà, se l'aldilà
è essenzialmente giudizio sulle nostre azioni e giudizio
irrevocabile, le due cose sono completamente diverse e non è
possibile confondere il timore e tremore di chi rapporta la sua vita
(e la vita di ognuno) a Dio con il brivido e il prurito di chi traffica
con gli spiriti o presunti tali. Naturalmente resta il problema di
come rappresentarcelo, l'aldilà. I mistici, i santi, ma anche i poeti
(come non pensare a Dante?) ci offrono un'infinità di
testimonianze, terribili e sublimi, meravigliose e sgomentanti:
tutte a loro modo rivelatrici. Non temiamo di far ricorso ad esse,
visto che la verità qui e ora ci è data soltanto in figuris, ossia per
immagini. L'importante è riconoscere che per l'appunto di
immagini si tratta (che non rispecchiano la realtà ma non per
questo sono assurde fantasticherie). Quanto a coloro che
pretendono di metterci in contatto con l'aldilà senza essere né santi
né poeti, alla larga ...".
| Da Camus a Solzenicyn e Wiesel e Glucksmann, pensatori e
scrittori del '900 hanno posto il problema del male in relazione
alle grandi tragedie avvenute in questo secolo, lanciando
contemporaneamente un grido a Dio... |
"Di fronte al problema del male è il pensiero in quanto tale che
rischia lo scacco e non si fa differenza fra pensatori laici o
pensatori cristiani. Certamente è apprezzabile che i laici prendano
coscienza di un problema che ha un'evidente segnatura religiosa,
così com'è deprecabile che i pensatori cristiani lo abbiano ignorato
o sottovalutato. Ma il male, per il pensiero, la sua radice
misteriosa e trascendente, si configura né più né meno come
l'impensabile. Come si fa a pensare una realtà che è nello stesso la
più umana e la più disumana che ci sia? Il male è male perché è
l'uomo a farlo, eppure il male oltrepassa infinitamente l'uomo.
Semmai dovremmo chiederci se è possibile farlo senza interrogare
i grandi "miti" religiosi, che incessantemente hanno dato voce ed
espressione a ciò che proviene da profondità abissali. La mia
risposta è che no. La filosofia ha bisogno della religione".
| La lotta fra Dio e il Maligno è al centro del Nuovo
Testamento. La figura del diavolo è associata al peccato, alla
carne, alla morte e a "questo mondo", che Giovanni chiama
"kosmos" e Paolo "aion", entrambi posti sotto il dominio
diabolico. Eppure, la presenza del demonio è stata sminuita
sempre di più a partire dall'illuminismo, fino ad essere messa in
dubbio persino dai cristiani, come testimoniano anche recenti
sondaggi... |
"Come vorremmo che il male ci riguardasse unicamente in quanto
persone libere e responsabili e non anche come chi è soggetto a
potenze metafisiche... Ma che cosa significa riconoscere la nostra
sudditanza, il nostro assoggettamento non solo a questo o a quel
male ma al male in sé? Significa che abbiamo diritto se non a
un'assoluzione almeno a una giustificazione? No. Significa
esattamente il contrario. Se il mondo è interamente sotto il regno
del Maligno, ciascuno è preso nella rete, ciascuno - come
dicevano già i poeti tragici - fa il male mentre cerca di liberarsene,
ciascuno deve rispondere di tutto a tutti. Anche di ciò che nessun
tribunale potrebbe imputargli. Sono forse il custode di mio
fratello? Sì, lo sono". |