RASSEGNA STAMPA

11 MAGGIO 2000
ROBERTO RIGHETTO
Ma non toccateci il Purgatorio
Intellettuali laici e cattolici rivalutano i Novissimi: ne parliamo con Sergio Givone
Dalle contraddizioni della tolleranza alla presenza del male nel mondo e al senso delle virtù: le domande impegnative di un pensatore non credente
"Sento ripetere sempre più spesso, e non dubito che non corrisponda al vero, che il purgatorio per il cristiano non è un articolo di fede come invece lo sono sia il paradiso sia l'inferno.
Ma se posso dire la mia su una questione che ovviamente non è materia di discussione filosofica: no, non toglietemi il purgatorio, vi prego. Così a misura d'uomo, così necessario fra salvezza e dannazione, così indispensabile per spiegare come quell'avanzo d'inferno che ciascuno di noi è possa sperare di ritrovarsi un giorno in paradiso". Il filosofo Sergio Givone, allievo di quel Luigi Pareyson che ebbe il coraggio di affrontare un "discorso temerario", quello del "male in Dio", e pochi anni fa dedicò al tema dell'éskaton un romanzo uscito da Einaudi e intitolato Favola delle cose ultime, subito vuole fare questa precisazione controcorrente a proposito di quanto si è scritto recentemente sulla dottrina del purgatorio, travisando quanto sostenuto dal Papa nella sua celebre catechesi sui Novissimi dell'estate scorsa. Di Givone fra l'altro esce a giorni in libreria un nuovo saggio, Eros/ethos, sempre da Einaudi: uno studio che cerca di legare la dimensione etica a quella erotica, sulla scia di pensatori come Platone, Kierkegaard, Girard.
Professor Givone, c'è davvero - com'è apparso anche nei giorni scorsi in un intervento di Norberto Bobbio - un ritorno della teologia e della filosofia alle "cose ultime"?
"Intanto bisogna capire e chiarire a se stessi qual è la posta in gioco. Ossia: che cosa significa credere o non credere nell'aldilà.
Si tratta di un'alternativa secca, un aut-aut: da una parte la vita come un uscire dal nulla per riprecipitarvi, dall'altra invece l'idea che questo transitare sulla scena del mondo, per quanto breve e insignificante, è per così dire trattenuto dentro uno specchio di eternità. Nel primo caso il nulla sembra vincerla su qualsiasi pretesa di trascendere la nostra finitezza, la nostra morte. Nel secondo invece qualcosa resta. Qualcosa che non potrà mai più essere come se non fosse stato. Questo qualcosa sono il bene e il male: ciò per cui dunque saremo giudicati. L'aldilà non è in fondo se non il giudizio che ci attende nel punto d'incontro fra il tempo e l'eterno. Naturalmente l'aldilà è anche tante altre cose (le cose ultime, appunto, declinate al plurale). È la misericordia di Dio, anzitutto. È la sua capacità di perdonare e quindi di tirar fuori il bene e il male. La sua capacità di consolare coloro che hanno sofferto in nome della giustizia. E così via. Ma tutto ciò ruota intorno a quell'asse che è il giudizio e più esattamente il fatto di dover render conto di tutto a tutti e perciò a Dio. Venendo al Papa, più che di svolta parlerei di occasione che si presenta in questo particolare momento storico. La Chiesa era sembrata lasciarsi espropriare dei contenuti essenziali del suo insegnamento: le cose ultime, appunto. Vedi ad esempio l'attesa del regno messianico: diventata cosa della politica. Oppure l'idea di palingenesi: diventata cosa della tecnica. Tant'è vero che in questo orizzonte si parla di fine dei grandi racconti, fine di qualsiasi escatologia. Ecco quindi l'occasione che si presenta alla Chiesa: ritrovare quei contenuti essenziali e riproporli, nei confronti del mondo che dopo averli corteggiati ormai li rifiuta, come segno di contraddizione".
Da filosofo, come giudica i tentativi di creare un filo diretto fra vivi e morti, fino ad escogitare le forme più strane di comunicazione diretta?
"Indubbiamente sembra difficile tracciare una linea di demarcazione fra la fede nei novissimi (giudizio, inferno, purgatorio e paradiso) e il commercio più o meno equivoco con la realtà ultraterrena, del tipo di quello che ieri andava sotto il nome di spiritismo e oggi trova espressione nei racconti di coloro che la medicina strappa alla morte già oltre la soglia. In realtà, se l'aldilà è essenzialmente giudizio sulle nostre azioni e giudizio irrevocabile, le due cose sono completamente diverse e non è possibile confondere il timore e tremore di chi rapporta la sua vita (e la vita di ognuno) a Dio con il brivido e il prurito di chi traffica con gli spiriti o presunti tali. Naturalmente resta il problema di come rappresentarcelo, l'aldilà. I mistici, i santi, ma anche i poeti (come non pensare a Dante?) ci offrono un'infinità di testimonianze, terribili e sublimi, meravigliose e sgomentanti: tutte a loro modo rivelatrici. Non temiamo di far ricorso ad esse, visto che la verità qui e ora ci è data soltanto in figuris, ossia per immagini. L'importante è riconoscere che per l'appunto di immagini si tratta (che non rispecchiano la realtà ma non per questo sono assurde fantasticherie). Quanto a coloro che pretendono di metterci in contatto con l'aldilà senza essere né santi né poeti, alla larga ...".
Da Camus a Solzenicyn e Wiesel e Glucksmann, pensatori e scrittori del '900 hanno posto il problema del male in relazione alle grandi tragedie avvenute in questo secolo, lanciando contemporaneamente un grido a Dio...
"Di fronte al problema del male è il pensiero in quanto tale che rischia lo scacco e non si fa differenza fra pensatori laici o pensatori cristiani. Certamente è apprezzabile che i laici prendano coscienza di un problema che ha un'evidente segnatura religiosa, così com'è deprecabile che i pensatori cristiani lo abbiano ignorato o sottovalutato. Ma il male, per il pensiero, la sua radice misteriosa e trascendente, si configura né più né meno come l'impensabile. Come si fa a pensare una realtà che è nello stesso la più umana e la più disumana che ci sia? Il male è male perché è l'uomo a farlo, eppure il male oltrepassa infinitamente l'uomo.
Semmai dovremmo chiederci se è possibile farlo senza interrogare i grandi "miti" religiosi, che incessantemente hanno dato voce ed espressione a ciò che proviene da profondità abissali. La mia risposta è che no. La filosofia ha bisogno della religione".
La lotta fra Dio e il Maligno è al centro del Nuovo Testamento. La figura del diavolo è associata al peccato, alla carne, alla morte e a "questo mondo", che Giovanni chiama "kosmos" e Paolo "aion", entrambi posti sotto il dominio diabolico. Eppure, la presenza del demonio è stata sminuita sempre di più a partire dall'illuminismo, fino ad essere messa in dubbio persino dai cristiani, come testimoniano anche recenti sondaggi...
"Come vorremmo che il male ci riguardasse unicamente in quanto persone libere e responsabili e non anche come chi è soggetto a potenze metafisiche... Ma che cosa significa riconoscere la nostra sudditanza, il nostro assoggettamento non solo a questo o a quel male ma al male in sé? Significa che abbiamo diritto se non a un'assoluzione almeno a una giustificazione? No. Significa esattamente il contrario. Se il mondo è interamente sotto il regno del Maligno, ciascuno è preso nella rete, ciascuno - come dicevano già i poeti tragici - fa il male mentre cerca di liberarsene, ciascuno deve rispondere di tutto a tutti. Anche di ciò che nessun tribunale potrebbe imputargli. Sono forse il custode di mio fratello? Sì, lo sono".
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