| Quando Freud parlava da filosofo |
| Francesco Saverio Trincia, "Sigmund Freud e
il Mosé di Michelangelo", Donzelli, pagg. 221, lire 28.000 | Freud, pur essendo lettore attento di
Schopenhauer e Nietzsche, considerava i
concetti filosofici che nutrono le
Weltaschauungen dei pensatori privi di
vero valore conoscitivo. Quel che
suscitava la diffidenza di Freud è il
processo di cristallizzazione in cui
incorrono gli oggetti del sapere filosofico.
Non si tratta del pregiudizio di uno
scienziato positivista verso qualunque
processo intellettuale che potesse implicare
un più o meno evidente movimento
metafisico. Secondo Trincia, alla base del
pensiero di Freud è operante un
atteggiamento di cui la scoperta e la pratica
della psicoanalisi costituiscono
un'applicazione specifica, perfettamente
consequenziale, ma potenzialmente non
unica, un vero e proprio paradigma
epistemologico. E' dunque legittimo
parlare, e in quali termini, di filosofia di
Freud? Nel libro "lo sguardo di Freud" è
seguito attraverso tre densi capitoli, che
culminano nell'analisi del saggio sul Mosé
di Michelangelo. E' questo uno dei pochi
luoghi dell'opera del maestro di Vienna
caratterizzati non dalla presenza, ma
dall'assenza della psicoanalisi. Il metodo di
osservazione di Freud vi rifulge in una
sorta di ideale purezza. Lo sguardo di
Freud esprime "un vedere conoscitivo che
non si risolve nel suo necessario
fondamento empirico, senza peraltro
dissolversi nell'oggettività di un sistema".
Strumento di quello sguardo è una scrittura
in cui "l' osservazione diventa scrittura
restando osservazione". |