SARTORI: "IL PLURALISMO? NON SEMPRE E' BUONO"| All'inaugurazione di una mostra sul liberalismo lo studioso mette in guardia dal cattivo uso delle parole |
| Lo spettacolo è insolito. Siamo nel meraviglioso cortile di S. Ivo alla Sapienza, a Roma: il professor
Giovanni Sartori continua imperterrito la sua lezione sotto la pioggia che piano piano ha fatto fuggire tutti
i suoi autorevoli ascoltatori. Ma l'intervento illiberale del tempo non riesce a fermare l'analisi di Sartori
sul liberalismo: il professore coraggiosamente affronta le più interessanti questioni di frontiera, là dove
basta un passo avanti o indietro per restare o fuoriuscire da un pensiero così complesso come quello che
da sempre si fonda sulla libertà. La tesi di Sartori è chiara. La nostra società sarà investita dalla questione
del multiculturalismo man mano che crescerà la pressione degli immigrati. Dopo aver riconosciuto che il
principio dell'azione positiva a favore degli svantaggiati è perfettamente liberale, perché per raggiungere
"esiti uguali" bisogna pure arrivare a "disuguali trattamenti", Sartori giudica invece illiberale il
multiculturalismo. Qui bisogna stare attenti al senso che si dà alla parola. Lo stesso Sartori spiega che le
due componenti del multiculturalismo, il pluralismo e la tolleranza, sono due principi "buoni", ma possono
essere anche "cattivi" se, mal interpretati, favoriscono la creazione di sottosocietà che vivono separate, e
sono discordi e dogmatiche. L'occasione di questa bella lezione è data da una mostra sul liberalismo
organizzata da "Società aperta". Una mostra poco didattica, però, perché non rende giustizia alla varietà
del pensiero liberale. Gli autori illustrano con equità i secoli scorsi, ma quando arrivano a metà
dell'Ottocento procedono con la mannaia per privilegiare esclusivamente il liberismo selvaggio. Si dà
eccessivo spazio a economisti austriaci minori e si dimenticano gli Hobhouse, i Dewey, i Berlin, i
Gobetti. Fino alla comicità d'uno Stuart Mill "causa della decadenza del liberalismo inglese". Fino al
trionfo finale di Reagan e della Thatcher. Che si sarebbero meravigliati nel sentirsi definire liberali, e
uguale meraviglia avrebbe colto i loro avversari più decisi, i liberali inglesi e americani. |