I geni non fanno il paradisoL'eternità? L'uomo ha decifrato il genoma,
però ha dentro qualcosa che supera ogni formula Parla il filosofo
Regina Nella New Age l'aldilà è solo un'evasione. L'immortalità deve
invece legarsi alla concretezza |
| Proprio l'altro giorno il "grande vecchio" della filosofia laica
italiana, Norberto Bobbio, in un intervento su Micromega
anticipato da Repubblica, interrogandosi sui grandi misteri
dell'esistenza esprimeva con un certo rammarico la sua
insoddisfazione verso le varie risposte religiose. Una
testimonianza sofferta ed amara, come sulla morte e sull'aldilà:
"Qualche volta - si legge nell'articolo - pensando alla morte di una
persona particolarmente cara, mio padre ad esempio, so che quella
persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di
lui in un altro luogo, che non so dove sia, a me non importa
assolutamente nulla".
Anni fa lo stesso Bobbio provò a svolgere una riflessione sulla
fine dei tempi, prendendo spunto da un concorso letterario che
proprio il nostro quotidiano lanciò (Racconta la fine del mondo
era il titolo dell'iniziativa). Ebbene, Bobbio denunciò, riprendendo
il noto tema di Hannah Arendt, la "banalità dell'Apocalisse",
immaginando un dialogo fra due amici tutto intessuto dello
sciocchezzaio televisivo che ci pervade. Il recente scritto di
Bobbio, ma anche l'amarezza del suo apologo, fanno però capire
che la ripresa di "un pensiero sulla fine dei tempi" esiste
veramente nella riflessione occidentale. La svolta segnalata di
recente su queste pagine con l'intervista al teologo Giacomo
Canobbio, non è una boutade. Ne parliamo con Umberto Regina,
che insegna Filosofia morale all'università di Verona ed è autore,
fra l'altro, di studi come Servire l'essere contro Heidegger
(Morcelliana '95), Noi eredi dei cristiani e dei greci (Il poligrafo
'97) e La differenza amata e il paradosso cristiano (Cusl-Il
sentiero di Verona '98); quest'ultimo su Kierkegaard.
"Le "cose ultime" - dice Regina - vengono ancor oggi intese
prevalentemente in senso apocalittico, collegate cioè con la fine
del mondo o con la morte, con un aldilà che subentra al posto
dell'aldiqua. Si tratta di falsa trascendenza. Per questo Gesù mette
in guardia da chi fa calcoli circa i modi e i tempi della venuta del
Regno. Nietzsche giustamente polemizza con chi crede in "un
mondo che sta dietro il mondo", in un aldilà che è solo proiezione
di un modo evasivo di vivere l'aldiqua. Il riferimento alle cose
veramente ultime è tuttavia inevitabile, se non si vuole vivere da
bestie. Heidegger, negli ancora non tradotti Contributi alla
filosofia (1936-1938), con la figura dell'"ultimo Dio" - che non
ha niente a che fare, anzi è l'opposto della "morte di Dio" - ci apre
la strada verso un Dio di ultimità, un Dio che sfugge a ogni
tentativo di cattura idolatrica: un Dio di verità e di salvezza che
libera l'uomo dalla pretesa di disporre dell'ultimità. Dio, proprio
quando è "l'ultimo", è vicino all'uomo. Bonhoeffer, nell'Etica,
esorta a porre sempre le "cose penultime" davanti alle "cose
ultime", non a contrapporre le une alle altre. La vita, mia e degli
altri, posta davanti a Dio acquista tutta la sua autonomia e
importanza proprio perché sottratta alle astrazioni che producono
miti e ideologie. Concretezza e autentica ultimità si richiamano a
vicenda. In questo senso ritengo che la tendenza della Chiesa ad
astrarsi da questi temi negli anni passati trovi una maturazione, e
non un'alternativa, nell'attuale attenzione per la dimensione
dell'ultimo".
| Lei è un filosofo cattolico: non ritiene che da parte vostra vi
sia stata una sottovalutazione della questione del male, del
dolore, della sofferenza? |
"Una certa pigrizia nell'affrontare il problema del male può
allignare nel pensatore cristiano per la non spenta influenza della
"teodicea". Per secoli ci si è chiesti: come si concilia l'esistenza
del male con un Dio creatore e buono? Le risposte hanno finito
per rimuovere il problema. È indimenticabile l'Ivan Karamazov di
Dostoevskij: con il semplice "restituire il biglietto" per lo
spettacolo della ritrovata "armonia" fra il Dio cristiano e il male,
ha liquidato la teodicea. Nel secolo trascorso la concezione del
male è mutata. Hannah Arendt ha indovinato la formula parlando
di "banalità del male". Anche la Weil, Bonhoeffer, e più
recentemente Quinzio, hanno sottolineato che il male è il frutto
dello scatenarsi di forze irresponsabili. Il vero male sta nel
chiudersi in sé, nella cecità agli altri assunta come principio. Ed è
più difficile combattere contro forze cieche che non incriminare
individui malvagi. Anzi, solo con l'aiuto di Dio ci si può mettere
in tale impresa. E - come osserva paradossalmente Quinzio - non
basterà nemmeno un Dio "onnipotente", un Dio di sole vittorie.
Vincere il male vuol dire uscire dalla chiusura in sé, liberarsi. I
pensatori cristiani possono forse venire maggiormente coinvolti
dal problema del male assumendolo in termini di lotta contro il
diffondersi dell'insensibilità, dell'indifferenza, della "banalità".
Questo è il problema etico dell'età postmoderna".
| Restiamo sul tema del male. Non le pare che la presenza del
Maligno sia sempre più messa tra parentesi, non solo nel
pensiero e nella società ma anche tra i credenti? |
"Nella Lettera di Giacomo si afferma che anche i demoni
"credono". Il demonio non ha mai dubitato dell'esistenza di Dio,
ha sempre saputo la verità su tutto, ma non ha voluto farsi da essa
coinvolgere. È "padre della menzogna" perché ha ingannato
anzitutto se stesso nel non ritenersi capace di agire in base a ciò
che sapeva. Il demoniaco è la volontà di possedere il massimo di
verità con il minimo di impegno personale. In quanto autoinganno
circa le proprie capacità, esso è anche la contraddittoria
personificazione della rinuncia a essere persona. Per questo spesso
è stato identificato con l'automatismo onnipotente della magia e
del sortilegio. Un demonio tipicamente postmoderno è quello che,
dopo il tramonto delle ideologie, dà a intendere che le verità
impegnative sono anche pericolose, e che il modo migliore per
difendersi da esse è il relativismo, lo scetticismo, il nichilismo. In
questo caso l'inganno consiste nell'illegittima identificazione della
problematicità con il dubbio, dell'apertura alla differenza col
disprezzo per la propria identità, dello spirito critico con il rifiuto
di ogni costruttività. Il demonio è certamente il principe di
"questo" mondo, ossia del regno dell'irresponsabilità, ed è per
questo che induce a minimizzare il male: c'è sempre stato ed è
connaturato all'uomo. Mentre, come insegna Bonhoeffer, se per
natura si intende ciò che è conforme al "divenire adulti" nella
responsabilità, proprio il male è l'unica cosa contro natura".
| Diceva Maritain che l'età contemporanea non ha visto
scaturire un pensiero cattolico sull'aldilà, così com'era
accaduto nel Medioevo con Dante e Tommaso. Sicché finisce
per prevalere l'immaginario confuso di nuove teorie religiose... |
"L'aldilà eterno è l'importanza e la bontà che ha per ciascuno ogni
momento di vita dal punto di vista di Dio, ossia da una prospettiva
che eccede la nostra, ma alla quale fa di fatto riferimento ogni
esperienza del vero, del buono, del bello, del senso della vita. La
trascendenza dell'eterno è nel fondo della nostra finitudine. Se il
dannato arrivasse a fruire di tale radicalità non sarebbe più
dannato. È opportuno che l'uomo di oggi, al quale vengono aperte
le meraviglie del proprio genoma, si renda conto che resta in lui
un'eccedenza di diversa natura, che nessuna formula riuscirà mai a
imbrigliare: la sua interiorità. La morte è certo la drammatica
obiezione a questa continuità esistenziale fra tempo e eternità. Ma
solo l'uomo - lo ha ribadito in questo secolo Heidegger e
recentemente lo ha ripreso il filosofo non credente Jean-Luc
Nancy - è il mortale, vive la morte, e per questo è anche capace di
morire all'unilateralità del proprio punto di vista. La filosofia è
dunque in grado di far vedere che nel morire dell'uomo vi è
qualcosa che problematizza e trascende ogni cosalità, dunque
anche lo stesso decesso. La mia anima immortale non è una "cosa"
immortale, ma quel me stesso che è importantissimo per me e per
Chi mi vuole veramente e eternamente bene. Se il rapporto fra
tempo e eternità fosse impostato in modo dualistico, l'aldilà
sarebbe solo una variante evasiva dell'aldiqua, come accade
appunto nelle rappresentazioni della New Age". |