RASSEGNA STAMPA

3 MAGGIO 2000
ROBERTO RIGHETTO
I geni non fanno il paradiso
L'eternità? L'uomo ha decifrato il genoma, però ha dentro qualcosa che supera ogni formula
Parla il filosofo Regina
Nella New Age l'aldilà è solo un'evasione. L'immortalità deve invece legarsi alla concretezza
Proprio l'altro giorno il "grande vecchio" della filosofia laica italiana, Norberto Bobbio, in un intervento su Micromega anticipato da Repubblica, interrogandosi sui grandi misteri dell'esistenza esprimeva con un certo rammarico la sua insoddisfazione verso le varie risposte religiose. Una testimonianza sofferta ed amara, come sulla morte e sull'aldilà: "Qualche volta - si legge nell'articolo - pensando alla morte di una persona particolarmente cara, mio padre ad esempio, so che quella persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di lui in un altro luogo, che non so dove sia, a me non importa assolutamente nulla". Anni fa lo stesso Bobbio provò a svolgere una riflessione sulla fine dei tempi, prendendo spunto da un concorso letterario che proprio il nostro quotidiano lanciò (Racconta la fine del mondo era il titolo dell'iniziativa). Ebbene, Bobbio denunciò, riprendendo il noto tema di Hannah Arendt, la "banalità dell'Apocalisse", immaginando un dialogo fra due amici tutto intessuto dello sciocchezzaio televisivo che ci pervade. Il recente scritto di Bobbio, ma anche l'amarezza del suo apologo, fanno però capire che la ripresa di "un pensiero sulla fine dei tempi" esiste veramente nella riflessione occidentale. La svolta segnalata di recente su queste pagine con l'intervista al teologo Giacomo Canobbio, non è una boutade. Ne parliamo con Umberto Regina, che insegna Filosofia morale all'università di Verona ed è autore, fra l'altro, di studi come Servire l'essere contro Heidegger (Morcelliana '95), Noi eredi dei cristiani e dei greci (Il poligrafo '97) e La differenza amata e il paradosso cristiano (Cusl-Il sentiero di Verona '98); quest'ultimo su Kierkegaard. "Le "cose ultime" - dice Regina - vengono ancor oggi intese prevalentemente in senso apocalittico, collegate cioè con la fine del mondo o con la morte, con un aldilà che subentra al posto dell'aldiqua. Si tratta di falsa trascendenza. Per questo Gesù mette in guardia da chi fa calcoli circa i modi e i tempi della venuta del Regno. Nietzsche giustamente polemizza con chi crede in "un mondo che sta dietro il mondo", in un aldilà che è solo proiezione di un modo evasivo di vivere l'aldiqua. Il riferimento alle cose veramente ultime è tuttavia inevitabile, se non si vuole vivere da bestie. Heidegger, negli ancora non tradotti Contributi alla filosofia (1936-1938), con la figura dell'"ultimo Dio" - che non ha niente a che fare, anzi è l'opposto della "morte di Dio" - ci apre la strada verso un Dio di ultimità, un Dio che sfugge a ogni tentativo di cattura idolatrica: un Dio di verità e di salvezza che libera l'uomo dalla pretesa di disporre dell'ultimità. Dio, proprio quando è "l'ultimo", è vicino all'uomo. Bonhoeffer, nell'Etica, esorta a porre sempre le "cose penultime" davanti alle "cose ultime", non a contrapporre le une alle altre. La vita, mia e degli altri, posta davanti a Dio acquista tutta la sua autonomia e importanza proprio perché sottratta alle astrazioni che producono miti e ideologie. Concretezza e autentica ultimità si richiamano a vicenda. In questo senso ritengo che la tendenza della Chiesa ad astrarsi da questi temi negli anni passati trovi una maturazione, e non un'alternativa, nell'attuale attenzione per la dimensione dell'ultimo".
Lei è un filosofo cattolico: non ritiene che da parte vostra vi sia stata una sottovalutazione della questione del male, del dolore, della sofferenza?
"Una certa pigrizia nell'affrontare il problema del male può allignare nel pensatore cristiano per la non spenta influenza della "teodicea". Per secoli ci si è chiesti: come si concilia l'esistenza del male con un Dio creatore e buono? Le risposte hanno finito per rimuovere il problema. È indimenticabile l'Ivan Karamazov di Dostoevskij: con il semplice "restituire il biglietto" per lo spettacolo della ritrovata "armonia" fra il Dio cristiano e il male, ha liquidato la teodicea. Nel secolo trascorso la concezione del male è mutata. Hannah Arendt ha indovinato la formula parlando di "banalità del male". Anche la Weil, Bonhoeffer, e più recentemente Quinzio, hanno sottolineato che il male è il frutto dello scatenarsi di forze irresponsabili. Il vero male sta nel chiudersi in sé, nella cecità agli altri assunta come principio. Ed è più difficile combattere contro forze cieche che non incriminare individui malvagi. Anzi, solo con l'aiuto di Dio ci si può mettere in tale impresa. E - come osserva paradossalmente Quinzio - non basterà nemmeno un Dio "onnipotente", un Dio di sole vittorie.
Vincere il male vuol dire uscire dalla chiusura in sé, liberarsi. I pensatori cristiani possono forse venire maggiormente coinvolti dal problema del male assumendolo in termini di lotta contro il diffondersi dell'insensibilità, dell'indifferenza, della "banalità".
Questo è il problema etico dell'età postmoderna".
Restiamo sul tema del male. Non le pare che la presenza del Maligno sia sempre più messa tra parentesi, non solo nel pensiero e nella società ma anche tra i credenti?
"Nella Lettera di Giacomo si afferma che anche i demoni "credono". Il demonio non ha mai dubitato dell'esistenza di Dio, ha sempre saputo la verità su tutto, ma non ha voluto farsi da essa coinvolgere. È "padre della menzogna" perché ha ingannato anzitutto se stesso nel non ritenersi capace di agire in base a ciò che sapeva. Il demoniaco è la volontà di possedere il massimo di verità con il minimo di impegno personale. In quanto autoinganno circa le proprie capacità, esso è anche la contraddittoria personificazione della rinuncia a essere persona. Per questo spesso è stato identificato con l'automatismo onnipotente della magia e del sortilegio. Un demonio tipicamente postmoderno è quello che, dopo il tramonto delle ideologie, dà a intendere che le verità impegnative sono anche pericolose, e che il modo migliore per difendersi da esse è il relativismo, lo scetticismo, il nichilismo. In questo caso l'inganno consiste nell'illegittima identificazione della problematicità con il dubbio, dell'apertura alla differenza col disprezzo per la propria identità, dello spirito critico con il rifiuto di ogni costruttività. Il demonio è certamente il principe di "questo" mondo, ossia del regno dell'irresponsabilità, ed è per questo che induce a minimizzare il male: c'è sempre stato ed è connaturato all'uomo. Mentre, come insegna Bonhoeffer, se per natura si intende ciò che è conforme al "divenire adulti" nella responsabilità, proprio il male è l'unica cosa contro natura".
Diceva Maritain che l'età contemporanea non ha visto scaturire un pensiero cattolico sull'aldilà, così com'era accaduto nel Medioevo con Dante e Tommaso. Sicché finisce per prevalere l'immaginario confuso di nuove teorie religiose...
"L'aldilà eterno è l'importanza e la bontà che ha per ciascuno ogni momento di vita dal punto di vista di Dio, ossia da una prospettiva che eccede la nostra, ma alla quale fa di fatto riferimento ogni esperienza del vero, del buono, del bello, del senso della vita. La trascendenza dell'eterno è nel fondo della nostra finitudine. Se il dannato arrivasse a fruire di tale radicalità non sarebbe più dannato. È opportuno che l'uomo di oggi, al quale vengono aperte le meraviglie del proprio genoma, si renda conto che resta in lui un'eccedenza di diversa natura, che nessuna formula riuscirà mai a imbrigliare: la sua interiorità. La morte è certo la drammatica obiezione a questa continuità esistenziale fra tempo e eternità. Ma solo l'uomo - lo ha ribadito in questo secolo Heidegger e recentemente lo ha ripreso il filosofo non credente Jean-Luc Nancy - è il mortale, vive la morte, e per questo è anche capace di morire all'unilateralità del proprio punto di vista. La filosofia è dunque in grado di far vedere che nel morire dell'uomo vi è qualcosa che problematizza e trascende ogni cosalità, dunque anche lo stesso decesso. La mia anima immortale non è una "cosa" immortale, ma quel me stesso che è importantissimo per me e per Chi mi vuole veramente e eternamente bene. Se il rapporto fra tempo e eternità fosse impostato in modo dualistico, l'aldilà sarebbe solo una variante evasiva dell'aldiqua, come accade appunto nelle rappresentazioni della New Age".
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vedi anche
Filosofia e Religione