William James Avere fede nell'empirismo| Rìtornano di attualità il suo retroterra positivistico e il suo pluralismo religioso |
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| Hilary Putnam, "The Threefold cord. Mind, Body and World", Columbia U.P., 2000, $ 27.50 |
| Richard M. Gale, "The Divided Self of William James", Cambridge U.P., 1999, $ 59.95 |
| David C. Lamberth, "William James and the Metaphysics of Experience (Cambridge Studies In Religion and Critical Thought, 5)", Cambridge U.P., 1999, $ 59.95 |
| William James, Giles B. Gunn (Ed.), "Pragmatism and Other Writings", Penguin Usa, 2000, $ 14.95 | Già una decina dì anni or sono Hilary Putnam invitava a riflettere su William James, sulla sua convinzione di un intimo nesso tra verità e giustificazione.Era soprattutto la posizione di James sul realismo a interessare Putnam, che anche nel suo scritto più recente indica nel "realismo naturale" dì James il paradigma del rifiuto della "percezione di successo" come pura e semplice affezione del soggetto da parte dì ciò che sta "là fuori". Rimane ferma la diffidenza - che era già di James - nei confronti dell'esistenza di una coscienza come unità sostanziale; ma come lo stesso James aveva insegnato, è impossibile distogliere lo sguardo da "là dentro", dagli stati dì coscienza. Solo all'inizio degli anni '80 Ned Block non degnava della minima attenzione James nel curare una peraltro fondamentale raccolta di testi intorno alla filosofia della psicologia, è ora proprio con le celebri pagine sul "flusso di coscienza" che si apre il massiccio volume intorno alla natura della coscienza di cui lo stesso Block è editor con Flanagan e Güzeldere. Le tesi di James intorno alla coscienza sono ancora degne di considerazione, così come la sua teoria dell'esperienza come attività di carattere pragmatico-immaginativo.
La ripresa del dialogo della filosofia americana con uno dei suoi padri fondatori significa anche maggiore attenzione per il retroterra positivistico delle discussioni di James circa il nesso mente-corpo e mente-mondo. Ma è ancor più il confronto dì James con le forme dell'esperienza religiosa ad assumere, facendo intravedere la soluzione di molte contraddizioni, un rilievo paradigmatico. Come è sottolineato da David Lamberth, l'empirismo radicale di James è intriso dì una fondamentale componente mistica nel suo aspirare alla "presa" sulla realtà e, nello stesso tempo, è espressione dell'esigenza dì una razionalità guidata da criteri di praticità, di tolleranza, di buon senso. Il successo presso chi, per ragioni diverse, è comunque diffidente nei confronti delle scienze è assicurato. Ne è prova, tra l'altro, il modo in cui alcuni dei testi più celebri di James sono ora riproposti nei "Penguin Classics". Il prestigio di James risulta rafforzato dal fatto che alcune delle sue idee appaiono anticipatrici di tipici prodotti della filosofia europea continentale, quali la concezione della razionalità di Habermas e di Foucault e lo stesso decostruzionismo.
La ripresa d'interesse della cultura americana per la filosofia di James è un fenomeno da valutare con gli strumenti della storia della filosofia. Per quale ragione, in un dibattito che è il dibattito filosofico odierno, toccano ad essere di attualità idee che datano di più dì cento anni? La storia della filosofia non è una sorta di psicoanalisi applicata alle crisi di identità di una cultura. Nel nostro caso, essa individua e illustra i problemi trattati dal "vero James nella filosofia del suo tempo". E' fondamentale tenere conto del retroterra europeo continentale di molte delle idee di James, retroterra che ne spiega, con il biologismo e l'oscillare nella direzione del panpsichismo la preoccupazione antideterministica e la sua ispirazione morale. Solo così le argomentazioni di James acquistano piena chiarezza.
Lo storico della filosofia non è un elogiatore dei tempi passati e tantomeno conferisce brevetti di nobiltà ai filosofi dell'epoca presente. Può invece dare una mano a distinguere le prospettive filosofiche semplicemente riverniciate per l'occasione da quanto segna, sul piano della rigorosità e della finezza argomentativa, un avviamento alla riflessione filosofica. Non è plausibile che, tra le forme di attività umana, sia proprio la filosofia quella incapace d'una qualche novità. La storia della filosofia, anche se con cautela, dimostra il contrario e, una volta che sia davvero analisi e ricostruzione di idee e di argomentazioni, può dare una mano notevole a ridimensionare le autoproclamazioni di originalità cui indulge più d'un filosofo dei nostri giorni. Proprio per questa sua funzione inquisitoria dovrebbe essere apprezzata da coloro che poco hanno da guadagnare dalla convivenza con chi con la storia non vuole avere a che fare perché solo in tal modo si sente garantito da ogni dubbio circa la bontà e la novità delle proprie idee.
Si dirà che la storia della filosofia si risolve nell'applicazione di un principio discutibile come quello dell'economia del pensiero alla riflessione filosofica. Ciò significa che la storia della filosofia quantomeno ci risparmia di dovere inventare ogni volta la ruota (e soprattutto l'acqua calda). Non è poi un risultato da sottovalutare. E a ciò va aggiunto che la storia della filosofia può renderci avvertiti del fatto che spesso motivazioni non propriamente pertinenti al piano del rigoroso argomentare agiscono con un peso decisivo nel determinare un intero orientamento di pensiero: il caso del rapporto di William James con il misticismo è già stato evocato, e sarebbe fin troppo facile richiamare quello di Wittgenstein, su cui non di rado si tende a sorvolare, in base al principio dell'indifferenza nei confronti del contesto in cui vengono formulati gli argomenti. Sarà forse anche per questo che il lavoro filosofico attuale spesso esaspera il carattere di giuoco della riflessione filosofica, con estenuanti esercizi di scomposizione e ricomposizione delle argomentazioni fornite e illustrate in qualche libro e in una manciata di articoli. Questi smontaggi e rimontaggi stile Lego spesso funzionano, e servono a chiarire molte cose. Ma a volte siamo dinanzi a eccessi di schematizzazione, alla perdita di cose di grande rilievo. Vi si può porre rimedio solo con un lavoro storico in grado di cogliere nessi e sfumature di prima importanza, di restituire, per così dire, il senso delle proporzioni. Un critico americano ha scritto una volta che William James sta al suo grande fratello Henry come 1a vitamina C all'arancia, e forse è vero. Ma un serio lavoro di storia della filosofia ci impone di prendere atto che, se guardiamo al dibattito filosofico contemporaneo, è William a occupare il posto dell'arancia, e i suoi più o meno consapevoli sfruttatori quello della vitamina C. |