RASSEGNA STAMPA

30 APRILE 2000
PIETRO CORSI
Il respiro umano della storia
María Zambrano, "Delirio e destino", Cortina, pp. 304, L. . 42.000
María Zambrano, "Persona e democrazia", Bruno Mondandori, pp. 198, L. 24.000
A giudicare dal tenore delle correnti analisi politiche, non sarebbero poi molti i modi per indagare una situazione sociale: si può ragionare, ad esempio, in termini di cifre e quindi collezionare i dati numerici che fotografano una certa società (natalità, mortalità, redditi, tasso di disoccupazione, composizione delle famiglie e via dicendo); o anche, si può ricorrere ai sondaggi, registrando le opinioni di un campione statistico, e poi, a partire da ciò, elaborare letture della realtà - e strategie politiche - della cui attendibilità ed efficacia sembra oggi illecito dubitare.
Ma - provare per credere - si può anche scegliere tutt'altra strada, e semplicemente mettersi a osservare il ritmo delle folle, perché è nel ritmo, e nella sua mancanza, che si può appunto cogliere la situazione sociale di un paese. E non solo. Anche un regime politico si può giudicare dal ritmo che imprime a tutto il paese. "Non servirebbero più tante dichiarazioni, ma basterebbe un filmato che riprendesse l'uscita dalle fabbriche, dagli uffici, dai luoghi di divertimento, dalle gare sportive, dagli spettacoli, dalle feste religiose e civili, per sapere lo stato di salute di un paese, il grado di umanizzazione della storia che sta vivendo".
L'invito a osservare la folla ci viene rivolto da María Zambrano, di cui escono finalmente in traduzione italiana due scritti di grande importanza, Delirio e destino (Cortina, pp. 304, L. . 42.000) e Persona e democrazia (Bruno Mondandori, pp. 198, L.
. 24.000): una sorta di autobiografia, il primo, un saggio di filosofia politica, il secondo, ed entrambi buoni a mostrare come davvero la pensatrice spagnola fosse una donna che sapeva guardare e che lo sguardo è veramente, come lei riteneva, un atto decisivo per il pensiero.
Il vero guardare, osserva Zambrano in Delirio e destino, è "prestare attenzione a ciò che cambia, vedere il cambiamento e vedere mente ci muoviamo - è l'inizio del guardare veramente; del guardare che è vita". E in effetti la vita, quella dell'autrice innanzitutto, è presente in ogni pagina dei suoi testi. Talvolta apertamente narrata (come in Delirio e destino, dove le vicende personali di Zambrano si intrecciano alla storia collettiva, quella della Spagna degli anni '30), altre volte leggibile in controluce, in un pensiero che sempre "sgorga dalla vita" e che, probabilmente per questo, non si concede il lusso dell'astrazione: "Il pensare per il pensare non è ben visto in Spagna", afferma, cercando di spiegare la proverbiale "sobrietà" del pensiero spagnolo.
Delirio e destino vede la luce tra il 1952 e il 1953, in un momento in cui la pensatrice si trovava in grave precarietà economica, una difficoltà che la convince a partecipare a un concorso per un premio a uno scritto di genere autobiografico, messo in palio dall'Istituto universitario europeo della cultura di Ginevra. María Zambrano si trovava a Cuba, una delle tappe del suo lungo esilio, iniziato dopo la fine della guerra civile spagnola, quando Franco era giunto al potere mettendo termine all'esperienza della Repubblica. Scrive il testo di getto, in appena quattro settimane, e il risultato di questo appassionato lavoro sarà uno strano e commovente libro, che è insieme autobiografia e analisi storica, confessione e riflessione filosofica, delirio (perché "la speranza frustrata si trasforma in delirio") e destino, quello che sembra trascinarci inesorabilmente ogni volta che perdiamo il senso degli eventi, di ciò che (ci) accade.
I giorni della primavera del 1931, alla vigilia della proclamazione della Repubblica - di quella "nascita quasi immacolata dello stato spagnolo" - quando si attendeva con trepidazione quella nuova alba che "già si percepiva... come si percepisce la presenza dell'ospite di cui si è in attesa quando è prossimo alla nostra porta" e quando si era fatto evidente appunto il cambiamento di ritmo della folla per strada, in quella Madrid che "si rovesciava sul resto della Spagna", sono narrati con accenti vivissimi e toccanti, che rendono in modo eccellente l'atmosfera di uno di quei rari momenti storici in cui tempo personale e tempo della storia sembrano coincidere, mantenendo lo stesso ritmo.
Il racconto ha poi un salto temporale che, come osserva Rossella Prezzo nella bella introduzione al libro, "si spalanca come una voragine, un buco nero in cui tutto sprofonda e da cui emerge solo un lungo elenco di morti amati": sono gli anni della guerra civile, in cui la Spagna consuma la sua tragedia, quando i tempi - quello individuale e quello della storia - tornano a divaricarsi, violentemente. E in questa divaricazione estrema che macina vittime sacrificali, si attua il crimine più grande, l'assassinio della speranza, della "fame di trascendente".
Un cambiamento storico che Zambrano ancora una volta indaga riflettendo sul significato che esso ha assunto nel contesto di una vita, la sua. A partire, insomma, dalla propria esperienza della storia. La narrazione riprende così dalla descrizione di un'altra folla, quella dell'esodo di massa verso i campi di internamento francesi, alla fine del gennaio 1939. María Zambrano è una di coloro - cinquecentomila uomini e donne - che, dopo la vittoria di Francisco Franco, fuggiranno dalla Catalogna verso la Francia, andando incontro a una comune condizione, quella dell'esilio, che nasceva dall'aver condiviso un sogno (perché "la storia è il sogno dell'uomo"), il sogno della Repubblica Spagnola.
Per Zambrano il lungo esilio assumerà il significato di una radicale epoché: perdere il proprio posto nel mondo mette in una situazione estrema, tra la vita e la morte, espulsi dalla storia e abbandonati a se stessi. Così l'essere umano è nella condizione di sentire la vita nella sua nudità, nel semplice stare "qui", senza alcun riparo, "esposto alla luce", una sorta di ripetizione dell'evento originario della nascita, che è appunto un essere-dato-alla-luce, e allo sguardo altrui.
La centralità della categoria della nascita nel pensiero di María Zambrano richiama alla mente un'altra pensatrice che, come lei, negli stessi anni, viveva l'esperienza dell'esilio, Hannah Arendt. Un'associazione a cui invita anche la lettura di Persona e democrazia, che esce nel 1958, lo stesso anno in cui Arendt pubblicava Vita activa, anche questo un saggio di filosofia politica.
In entrambe, una sorta di doppia atopia - l'esilio, lo sradicamento e insieme il loro essere donne, che le mantiene in una posizione eccentrica rispetto alla condizione filosofico-politica, e rispetto all'ordine simbolico dominante - si trasforma in un punto di forza, una posizione privilegiata da cui guardare alla storia di quegli anni. Entrambe faranno i conti col passato, con gli anni appena trascorsi (i totalitarismi, lo sterminio degli ebrei, le rivoluzioni) e col passato della cultura occidentale, indagata alle sue origini, cercando di comprenderla proprio là dove si è formata, nella polis della Grecia antica, dove Arendt vede comparire per la prima volta la politica, e Zambrano rintraccia la nascita della persona, l'individuo propriamente umano.
Questo ha significato la nascita della democrazia, che María Zambrano, in Democrazia e persona, definisce "la società in cui non solo è permesso, ma è addirittura richiesto essere persona". La persona è l'individuo dotato di coscienza (storica), "che ha consapevolezza di sé e si concepisce come valore supremo, come ultima finalità terrestre", una consapevolezza che per Zambrano diventerà radicale solo col cristianesimo.
E' solamente per mezzo della coscienza che la storia si rivela come tragedia, ininterrotta compresenza di vittime e carnefici, ed è ancora con la coscienza storica che si potrà raggiungere "quello che la speranza chiede e quello che la necessità reclama". La tragedia nasce dalla mancata sincronia tra il ritmo della storia - che non aspetta - e quello del respiro umano, una sincronia che ancora oggi manca e che rivela, secondo María Zambrano, proprio perché mancante, il compito della persona umana, quello di unire il tempo. E per fare ciò la persona "prima lo separa, lo struttura sotto forma di passato, isola il presente e rimane come vuota, disponibile a far entrare il futuro".
Infatti, l'unico rimedio a tutti gli errori umani, all'immane tragedia che è stata la storia umana, è un futuro che non sia ripetizione del passato, anche se il passato non può scomparire dalla vita umana: ad esso bisogna tornare, per riportarlo al presente, indagarlo e così renderlo fluido. La memoria del passato, permette di riattraversarlo, di riviverlo "in senso inverso", per renderlo trasparente e comprenderlo. Solo così è possibile liberarsi dei "fantasmi" e aprirsi al futuro, che in Zambrano è apertura all'infinito e richiede un corrispondente atteggiamento di fede.
Un futuro che già da sempre si insinua, a poco a poco, nel presente, annidato nella lingua che parliamo, in alcune privilegiate parole che non dicono solo il loro significato, ma molto di più. Per questo bisognerà lasciare "che da esse cada, come la pelle di un serpente, il significato che avevano un giorno, perché venga allo scoperto il significato a cui miravano".
E' il caso appunto della parola democrazia, che finora ha indicato una realtà che si è data solo come negazione di sé, in una deformazione e in una caricatura. Ma è proprio del reale esistere e negarsi allo stesso tempo. Così com'è proprio degli esseri umani accettarsi come tali, ossia come persone, e fare acquisire in tal modo alla realtà un ordine capace di mettere in armonia le differenze, nella sincronia ritmica della storia e del respiro umani.
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vedi anche
Filosofia (e) politica