RASSEGNA STAMPA

30 APRILE 2000
ARMANDO TORNO
Ockham, il ribelle che indicò i limiti del potere temporale
Ritorna il "Breve discorso sul governo tirannico", un testo in odore d'eresia scritto sette secoli fa ma che ha ancora molto da dirci
Guglielmo di Ockham, "Breve discorso sul governo tirannico", traduzione di Alessandro Salerno, Edizioni Biblioteca Francescana, pagine 264, lire 40.000
Se in Italia a ogni cambio di governo si costringessero le autorità a leggere un libro riguardante l'incarico che ricoprono, il nostro sarebbe un Paese coltissimo. Potrebbero, ad esempio, cominciare dalla Battaglia sulla montagna di Jean Giono, dove c'è un'aurea sentenza: "Chi diviene potente non può più amare".
Oppure meditare sui discorsi di Saint-Just (ce n'è una raccolta presso gli Editori Riuniti). In quello del 24 aprile 1793 si afferma: "L'arte di governare ha prodotto soltanto dei mostri". O ancora, date le uscite di questi giorni, dedicarsi ai problemi del medioevo che ricordano i nostri. Sono giunti contemporaneamente in libreria Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri con Il pensiero politico medievale (Laterza), Giovanni Tabacco con Le ideologie politiche del medioevo (Einaudi), nonché la prima traduzione italiana del Breve discorso sul governo tirannico di Guglielmo di Ockham (con un saggio di Alessandro Ghisalberti che espone le concezioni dello Stato nell'età di mezzo).
Guglielmo di Ockham, vissuto tra la fine del XIII secolo e la metà del XIV, non fu uno spirito tranquillo e si scontrò con papa Giovanni XXII, di cui tra l'altro non condivideva l'interpretazione della povertà evangelica. Chiamato ad Avignone per rispondere dell'accusa di eresia mossagli da Oxford, Ockham vede censurata la sua opera dopo tre anni di esame. Nel maggio 1328 fugge dalla città papale, ripara a Pisa, viene raggiunto dalla scomunica, abbandona le ricerche teologiche e filosofiche, quindi si dedica soltanto alla scrittura di opere polemiche di ecclesiologia e politica. Grazie all'ospitalità di Ludovico il Bavaro, se ne starà a Monaco di Baviera sino alla morte, polemizzando ancora con Giovanni XXII, ma anche con i successori Benedetto XII e Clemente VI. Il Breve discorso sul governo tirannico è di questi anni. In esso egli offre un'esposizione sulla natura dei rapporti tra papa e imperatore. Ovviamente con un contenuto al vetriolo per l'epoca: ricorda al pontefice il limite del suo potere, afferma che non è compito dei teologi discutere della questione ("spetta ai giurisperiti"), evidenzia i casi in cui non si deve obbedire al vicario di Cristo, sostiene che il potere passa da Dio al popolo.
Documentatissimo, scritto con passione, questo libro ha delle pagine che si direbbero concepite per il nostro scopo; può far da monito nell'avvicendarsi dei governi di oggi. Ad esempio, nel libro II al capitolo 8, si discute dell'"amministratore e dispensatore di beni temporali". Si noti la fine locuzione che invita a non "adoperarli per altri usi", si mediti sul concetto di "restituzione". Ma questa è una storia troppo lunga.
Magari ve la racconteremo la prossima volta.
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vedi anche
Filosofia (e) politica