RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2000
MARCO D'ERAMO
Dubito, dunque credo
Come mai un secolo segnato dalla crisi delle certezze si è svolto all'insegna del fanatismo?
E' il mistero dello scetticismo del '900
Ma da Sesto Empirico a Erasmo, a Spinoza, la storia insegna che la fede può nascere proprio dalla sospensione del giudizio
Un mistero ha caratterizzato il '900, che il suo tramonto non ha rivelato. Ed è come mai un secolo segnato dalla crisi delle certezze si sia svolto all'insegna del fanatismo.
Questa doppiezza è ben presente anche oggi, quando la sbandierata "fine delle utopie" non segna affatto il trionfo del pensiero critico, ma anzi un prono aderire a una visione che non può essere nemmeno chiamata un pensiero. Eppure, il più profondo filosofo del '900 terminò la sua opera maggiore con una clausola sottoscritta da tutti gli scettici di tutte le epoche: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere" (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus). Eppure, all'inizio del XX secolo affondò non solo il Titanic, ma anche il programma di David Hilbert. Con i devastanti teoremi di Gödel del 1930, naufragò la certezza che l'impalcatura matematica sia non contraddittoria; e - quindi - che anche la nostra descrizione della natura che dal '600 ne discende (la mathemathesis del mondo) sia a prova di contraddizione. Tutto lo scientismo si sgretolava, e con esso il positivismo logico. E la rivoluzione della fisica quantistica esigeva che fosse abbandonata la vecchia logica basata su una tavola della verità a due valori (vero o falso), ma si dovesse ricorre a tre valori (vero, falso, né vero né falso): se infatti in alcuni esperimenti un fotone si comporta come un'onda e in altri come una particella, non si può rispondere in termini di vero o falso alla domanda "il fotone è un'onda o una particella?" Tutto portava quindi al trionfo di una mentalità scettica. Fu vero il contrario. Nel '900 nessuna affermazione è stata presa con le molle; tutte sono state abbracciate con adamantino entusiasmo: che la relatività fosse una fisica ebraica; che la biologia molecolare fosse controrivoluzionaria; che il darwinismo è empio. Non solo: che chi aveva ricci e pelle scura fosse per ciò più scemo e non dovesse votare; che chi aveva naso adunco e si circoncideva fosse corrotto e avido e perciò andasse sterminato; che bisognasse nazionalizzare e collettivizzare gelatai, fattori e altri pericolosi capitalisti o altrimenti deportarli; e infine che l'unica incarnazione del superuomo sia il bottegaio, solo vero messia autorizzato (licenced) del "libero negozio", unico Verbo oggi in distribuzione, e della Borsa Valori, unica struttura di governo in catalogo: l'indice Dow Jones è l'unica scrittura sacra da recitare al mattino. Persino il relativismo culturale, che sembra quanto di più vicino alle posizioni scettiche, si risolve in intolleranza, nell'imposizione del politically correct.
Oggi, nel 2000 d. C., provate a nominare una sola scuola, istituzione, un solo apparato ideologico, mezzo di comunicazione che ci stimoli a dubitare, a non dare nulla per scontato, a diffidare dell'ovvio. I prodotti della ragione sono finalizzati a diffondere superstizioni, la tv trasmette gli oroscopi e la rete informatica connette sette sataniche.
Le spinte verso lo scetticismo convivono con il fideismo; si materializza quella figura a prima vista improbabile e ossimorica che è il "fanatico scettico" o, in modo più blando, quella disposizione che altrove ho definito "incredula credulità". Alcuni elementi per rispondere a quest'aporia ci vengono dal libro di Richard Popkin, Storia dello scetticismo, appena edito dalla Bruno Mondadori con una bella prefazione di Simona Morini (pp. 308, L. . 20.000, trad. it. di Rodolfo Bini). Peccato solo che l'appetitoso titolo italiano ometta la limitazione dell'originale inglese: "storia dello scetticismo" sì, ma soltanto "da Erasmo a Spinoza", dal 1520 al 1677. Eppure proprio questi limiti temporali ci forniscono la chiave per indagare il mistero scettico del '900. Erasmo, polemico interlocutore della Riforma protestante. Spinoza, condannato per empietà dai rabbini nella calvinista Olanda: "prima ebreo, poi cartesiano, infine ateo", fu detto.
A Popkin non interessa affatto ricostruire lo scetticismo antico, quello che da Pirrone (IV secolo a. C.) discende per 500 anni fino a Sesto Empirico vissuto a cavallo del 200 d. C. Addirittura, Popkin liquida così Sesto Empirico: "Fu un autore ellenistico oscuro e senza originalità": e i nostri insegnanti liceali sembrano condividere quest'opinione, dalla prescia con cui quasi saltano la scuola scettica, istigati dalle nostre grandi "Storie della filosofia" (De Ruggiero, Abbagnano...) molto condiscendenti nei confronti dello scetticismo. Eppure, ha scritto Pierre Pellegrin introducendo l'edizione francese delle Istituzioni pirroniane, Sesto "è, con Platone, Epitteto e Plotino, il solo filosofo antico di cui abbiamo scritti importanti autentici, nello stato in cui li aveva composti lui". Sarà solo un caso? Sesto sarà poco originale, ma chiunque abbia coltivato un po' di filosofia antica è rimasto marchiato per sempre dalla fulminea concisione con cui riassume l'argomento di Gorgia da Lentini: "Nulla è. Se anche fosse, non sarebbe pensabile. Se anche fosse pensabile, non sarebbe esprimibile" (Contro i matematici, VII, 65: ma la traduzione italiana è ormai fuori catalogo). E forse è uno dei maggiori piaceri iniziatici alla filosofia l'insegnamento scettico che ci addestra a scoprire l'andamento circolare nei ragionamenti, quando "ciò che serve a dimostrarci la verità di qualcosa, ha bisogno di questo qualcosa per essere dimostrato" (Istituzioni pirroniane, I, 169).
A Popkin non interessa farci conoscere questi filosofi che, racconta Diogene Laerzio, "sono detti Zeetici o ricercatori perché ricercano sempre e soprattutto la verità; sono detti Scettici o indagatori perché indagano e non trovano mai, Efetici o sospensori del giudizio... Aporetici o dubitanti, perché si trovano nella difficoltà del dubbio" (Vite dei filosofi, IX, 70). Popkin delimita il suo orizzonte all'era delle guerre di religione, Riforma e Controriforma, quando, con motivazioni teologiche la metà della popolazione tedesca fu sterminata nella guerra dei Trent'Anni. Quella che studia è l'epoca dei fanatismi e, insieme, della rinascita dello scetticimo, grazie anche alla riscoperta di Sesto Empirico. Il punto fondamentale, dice Popkin, è che, mettendo in discussione il principio di autorità (l'infallibilità papale, l'autorità della Chiesa basata sulla tradizione), Martin Lutero scoperchia un vaso di Pandora, pone cioè la domanda "Quale è il criterio di verità?" E si tenga conto che allora per la "verità" si uccideva e si mandava al rogo. Se non in base all'autorità papale, come stabilire quale interpretazione della Bibbia è quella vera? E quando Lutero risponde che il criterio è la convinzione personale, il rischio è che ci siano tante verità quante certezze e tante certezze quante teste. I riformatori, con Lutero in testa, vengono considerati "scettici mascherati": la verità è basata sulla certezza personale perché nessuno può pervenire a una verità indiscutibile per tutti.
E' avvenuto così che tra il '500 e il '600, ci fossero cattolici che usavano argomenti scettici contro i riformati per poi accusarli di essere loro gli scettici, e viceversa: "Solo il papa è infallibile; ma chi può dire chi è il papa? Solo il papa" sostiene l'autore di un pamphlet intitolato Of the Incurable Scepticism of the Church of Rome, 1688.
Il problema, dice Popkins, è che si può essere fideisti per ragioni scettiche:i fideisti "sono scettici sulla nostra possibilità di pervenire alla conoscenza con mezzi razionali in assenza di alcune verità fondamentali note per fede". Quest'atteggiamento troverà il suo culmine in Blaise Pascal che crede in base a una "scommessa", che ha il suo motto in "Prega e crederai", che dichiara: "Ecco che la guerra è aperta tra gli uomini, e bisogna che ciascuno si schieri da una parte, o da quella dei dogmatici, o da quella dei pirroniani... Che farà dunque l'uomo in questa condizione? Dubiterà di tutto? Dubiterà d'essere sveglio, d'essere punto o bruciato? Dubiterà di esistere?... Chi districherà tale garbuglio? La natura confonde i pirroniani e la ragione confonde i dogmatici....
Ascoltate Dio" (Pensieri, 434).
Quello che dunque Popkin ci mostra è che lo scetticismo può fare da sostrato a una qualunque posizione, e alla sua posizione contraria; può essere usato dai conservatori contro i riformatori e viceversa, dai virtuosi contro i viziosi, dai viziosi contro gli asceti: quest'ambivalenza, questa "flessibilità" dello scetticismo costituisce forse la sua forza e insieme la sua debolezza. Così Cartesio pensa di aver trionfato sullo scetticismo ("Posso dubitare di tutto tranne del fatto che sto dubitando"), solo per essere tacciato a sua volta di pirroniano ("il suo dubbio è metodico"). Ma dove il gioco si fa duro, e i duri cominciano a giocare, Popkin si rivela diligente, accurato, intelligente, però non profondo. In tutto il libro, la sua qualità migliore è quella di renderci lo strano clima intellettuale che si respirava nel '600, un po' come Diogene Laerzio, per dirci che gli scettici mantenevano sempre la calma, ci racconta come solo una volta in vita sua uno di loro "venne meno all'indifferenza: si narra infatti che una volta fu preso da tal impeto di ira che afferrato lo spiedo insieme con le carni, inseguì il cuoco fin sulla piazza del mercato" (Vite dei filosofi, IX, 68).
Così Popkins ci narra di quell'ambasciatore inglese a Parigi Herbert di Cherbury che si mette a scrivere un trattato modestamente intitolato De veritate e un filosofo come Gassendi che, mentre lo stronca con Diodati, non osa criticarlo apertamente e anzi lo chiama "erede di Bacone". Vediamo Cartesio andare a cena con un cardinale, degli scettici e un "esperto di metalli vili che sarebbe stato messo a morte nel 1631 per falsificazione di monete". O vediamo un pontefice che abbraccia La Peryère, sostenitore della tesi eretica che esistessero uomini prima di Adamo: "Abbraccio un uomo che risale a prima di Adamo".
Sono poi straordinari i libertini accusati di débauches pyrrhoniennes ("orge pirroniane") e "banchetti scettici". "Il signor Naudé, bibliotecario del cardinale Mazarino, intimo amico del signor Gassendi, così come Gassendi è amico mio, hanno preso accordi perché domenica prossima tutti e tre, ma solo noi tre, andiamo a cenare e dormire nella sua casa di Gentilly e che facciamo bagordi (débauche)", scrive in una lettera Guy Potin, dotto medico che sarebbe diventato rettore della Sorbona. Il problema è che nessuno dei tre beve, sono tutti di salute delicata e mangiano pochissimo. In cosa consiste allora la débauche? Con incredibile tenerezza scopriamo che consiste nel parlarsi a cuore aperto: "Tutti e tre ci siamo scrollati di dosso la superstizione, ci siamo sbarazzati di tutti gli scrupoli, che sono i tiranni della coscienza, e forse arriveremo quasi in paradiso". In un'altra débauche, racconta, "Non c'erano testimoni, e non dovevano essercene. Abbiamo parlato di ogni cosa con la massima libertà, senza scandalizzare nessuno". L'orgia era questo: la libertà di parlare. Libertà, tirannia: arriviamo alla politica. Di questo retaggio libertino, della sua ansia di libertà, il massimo erede è il Trattato dei tre impostori, opera clandestina e ritenuta sulfurea, pubblicata solo nel 1719, scritta da un discepolo di Spinoza: e la prefazione all'edizione italiana (con testo a fronte, Einaudi) è proprio di Richard Popkin. Il tema dei "tre impostori", cioè i fondatori di religione Mosè, Cristo e Maometto, arriverà fino al barone d'Holbach. Qui il dubbio lavora all'incontrario. Mentre nei fideisti la sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo sboccava nella fede, qui è la religione a essere sottoposta alla devastante critica scettica. Mentre i sapienti delle guerre di religione credevano nei dogmi della fede perché dubitavano delle facoltà umane, Spinoza inverte il procedimento e smonta le credenze col metodo cartesiano.
Ma è chiara la valenza della parola "impostori": non per nulla richiama l'oppio dei popoli di engelsiana memoria. "Né Dio né il diavolo, né l'anima, né il cielo, né l'inferno sono uguali a come ci vengono dipinti, e i teologi, cioè a dire coloro che spacciano delle favole per verità divinamente rivelate, sono tutti, con l'eccezione di qualche ignorante, delle persone in malafede, che abusano con malizia della credulità del popolo, per inculcargli ciò che a loro piace, come se il volgo dovesse accontentarsi soltanto di chimere" e di Superenalotto, e di titoli tecnologici, potremmo aggiungere.
Lo spartiacque è l'opinione che abbiamo del "popolo". Per Spinoza e gli spinoziani, il popolo è tenuto volontariamente in stato di "minorità intellettuale", come dirà Kant. Il trattato dei tre impostori è infatti chiaro: "Da molto tempo ci siamo infatti infatuati di quella massima assurdità, secondo cui la verità non è fatta per il popolo, che non è capace di conoscerla".
Ma il dramma dello scettico sta proprio qui. Che è inviso ai conservatori, perché le autorità non possono non odiare chi mette in discussione le certezze tramandate e perciò mina l'ordine costituito. Ma dal canto loro i rivoluzionari non possono non sospettare di chi dubita di tutto, di chi è scettico anche della rivoluzione. Per l'ordine dominante, lo scettico è un sovversivo dissipato e immorale; per il rivoluzionario lo scettico è un fatalista che si confina al quieto vivere perché non può e non vuole prendere partito. E la partita continua.
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